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La carriera nella CIA di Gina Haspel tra segreti, torture e waterboarding

La nuova boss della Cia. Dopo attività «sotto copertura», dal 2002 ha gestito la prigione per i sospetti terroristi in Thailandia

Simone Pieranni • 14/3/2018 • Copertina • 657 Viste

Quando nel febbraio 2017 Donald Trump nominò Gina Cheri Haspel vice direttrice della Cia, il New Yorker ricordò che se l’ex presidente Obama avesse deciso di andare fino in fondo nella condanna di certe azioni dell’agenzia, «persone come Haspel potrebbero essere in carcere».

INVECE GINA HASPEL, classe 1956, veterana della Cia, è stata proposta da Trump come direttrice dell’agenzia, dopo la nomina dell’ex boss Mike Pompeo alla carica di Segretario di stato. Se il Senato americano darà il via libera alla scelta, Haspel sarà la prima donna a capo della Central intelligence agency. L’ok alla sua investitura potrebbe essere scontata, ma così come gli estimatori, anche i critici di Haspel si annidano in entrambe le fazioni politiche.

Nonostante i buchi neri, clamorosi, la carriera di Haspel è stata una scalata continua. Ha effettuato per lo più operazioni «sotto copertura», fino a diventare la responsabile di uno dei «black site» degli Stati uniti. Haspel era infatti a capo della prigione in Thailandia deputata agli interrogatori dei potenziali terroristi: siamo nel periodo successivo all’attacco alle Torri gemelle, con gli Usa di Bush impegnati in una lotta senza tregua ad al Qaeda o a chiunque fosse sospettato di appartenere alla rete jihadista.

LA PRIGIONE IN THAILANDIA, nome in codice «Occhi di gatto», vide alcuni tra gli interrogatori più drammatici effettuati dalla Cia contro persone giunte lì – il più delle volte – dopo rapimenti illegali. Le operazioni erano all’interno di un programma ultra riservato, chiamato Rdi, Rendition, Detention and Interrogation. Tra i prigionieri finirono due sospettati di appartenere a Al-Qaeda, Abd al-Rahim al-Nashiri e Abu Zubaydah, che vennero sottoposti a interrogatori caratterizzati da privazione del sonno e waterboarding. Secondo i media americani, nei report secretati ci sarebbe scritto che Zubaydah in un solo mese subì per 83 volte il waterboarding e che fu malmenato tanto da perdere un occhio. La Cia ritenne infine che l’uomo non avesse informazioni importanti.

QUEL CASO COSTITUISCE però la macchia indelebile per Haspel: fu lei, infatti, a firmare il documento nel quale si annunciava la distruzione del videotape che costituiva la prova suprema delle torture (che pure, Mike Pompeo e Donald Trump sembrano aver sempre apprezzato e le recenti nomine del presidente americano sembrano proprio confermarlo). A denunciare questo fatto fu Jose Rodriguez, ex capo del Centro antiterrorismo, di cui Haspel fu capo dello staff; proprio per quegli interrogatori, nel giugno nel 2017, il Centro europeo per i diritti umani e costituzionali – una ong tedesca – fece un appello – inascoltato – al procuratore generale di Berlino perché emettesse un mandato d’arresto contro Haspel, accusandola delle nefandezze registrate in Thailandia.

DIVERSO IL PARERE di molti americani, considerando che Haspel conquistò il «George Herbert Walker Bush award» per l’eccellenza nell’antiterrorismo. E la sua «expertise»per le operazioni sotto copertura le valse gli avanzamenti di carriera: nel 2013 l’ex capo Cia Joh Brennan voleva piazzarla al vertice di tutte le operazioni «sotto copertura», ma la nomina venne bloccata proprio per i «precedenti» di Haspel, che a quel punto fu dirottata a capo dello staff di Rodriguez. Dal 1985 a oggi, dunque, dopo operazioni clandestine, Haspel esce definitivamente allo scoperto grazie a Trump e il suo progressivo spostamento a destra di ogni istituzione e organismo dello stato americano.

FONTE: Simone Pieranni, IL MANIFESTO

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