Cadono i dazi in Africa, 44 Paesi hanno firmato il Continental Free Trade Area

In 44 firmano lo storico trattato sulle merci Il piccolo Ruanda capofila dei «liberisti»

Michele Farina • 26/3/2018 • Internazionale, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 893 Viste

«Alcuni cavalli hanno scelto di venire alla fonte, altri finiranno per morire di sete». Paul Kagame, in sella al minuscolo Ruanda capofila della corsa liberista, non usa parole dolci per chi ha disertato il vertice di Kigali del 21 marzo. La primavera africana è cominciata con un ambizioso accordo sul libero scambio, sulle note di Let’s get together di Bob Marley: mentre il resto del mondo dagli Stati Uniti alla Cina sembra tornare alla guerra dei dazi, il continente da sempre campione di balzelli e dogane fa un salto in avanti contro il protezionismo.

Un accordo storico, che comunque dovrà essere ratificato da tutti i 44 governi firmatari. E che parte già con l’handicap: la Nigeria, che dei 55 Paesi africani è la prima e più popolosa potenza economica, ha deciso di restare a guardare. Al vertice della settimana scorsa nella capitale ruandese i leader di 44 Paesi hanno firmato il Continental Free Trade Area (CFTA), che promette di eliminare le tariffe che frenano il commercio fra Stati africani su una lista che comprende il 90% dei prodotti (anche se non c’è ancora l’accordo su quali prodotti). Ma il presidente nigeriano ha boicottato il vertice organizzato dall’uomo forte ruandese Paul Kagame, ufficialmente perché il governo di Abuja avrebbe avuto pochi giorni di tempo per studiare la bozza di un accordo che, nella sostanza, era già stato concordato al summit di Niamey (Niger) lo scorso dicembre. Al traguardo di un percorso cominciato nel giugno 2015 con l’incontro di Sharm-el-Sheikh, il forfait nigeriano (dovuto a pressioni interne) la dice lunga sulle difficoltà della corsa intrapresa.

Buhari come Trump. Come se da una decisione chiave per l’Unione Europea restasse fuori la Germania. Il capo negoziatore nigeriano, Chiedu Osakwe, si è detto fiducioso sul fatto che Abuja salirà prima o poi sul barcone del libero scambio. I grandi Paesi come la Nigeria in verità avrebbero molto da guadagnare dall’abbattimento dei dazi interni (per rivolgersi a un pubblico di 1,2 miliardi di persone), ma i potentati che hanno costruito la loro ricchezza sul freno alle importazioni dall’estero (nel caso di Abuja la conglomerata Dangote) temono di perdere quote di mercato interno.

D’altra parte, sul fronte dei dazi l’Africa è fanalino di coda. Solo il 15-18% del commercio complessivo avviene tra Paesi del continente (era l’11% dieci anni fa). Mentre in Nord America (Trump permettendo) questo dato viaggia intorno al 48%, in Asia è al 58% fino a toccare quota 70% in Europa. In valori assoluti, visto lo stallo del pil africano negli ultimi 5 anni, siamo ancora lontani dal picco dei 175 miliardi di dollari registrato nel 2013. Ma i segnali di apertura sono incoraggianti. E i più dinamici sembrano essere i piccoli corridori più che gli elefanti. Nei primi nove mesi del 2017, gli scambi inter-regionali sono cresciuti dell’8%, grazie al balzo di alcuni Paesi-pesi piuma (a eccezione dell’Etiopia): i più attivi si sono dimostrati Guinea, Burkina Faso, Sierra Leone. Non è un caso che uno dei rimorchiatori del cambiamento sia il piccolo Ruanda, incastonato nel cuore del continente senza sbocchi al mare: Kigali si vede sempre più come un hub tecnologico e finanziario, inserito com’è nel mercato comune dell’Eac (Comunità dell’Africa Orientale) che dal 2000 comprende anche Uganda, Kenya, Burundi, Tanzania e Sud Sudan.

L’andamento dei Paesi Eac fa pensare a un paradosso che vale per altre aree dell’Africa. Mentre si aprono le strade dei mercati, si chiudono gli spazi della democrazia. La tendenza, anche tra i governi più coccolati dall’Occidente (come il Ruanda), vede leader che restano al potere oltre la scadenza del mandato (con la bassa ingegneria delle modifiche alla Costituzione). Per una volta, è la Cina di Xi che ha copiato l’Africa degli eterni presidenti. Fine potere mai.

FONTE: Michele Farina, CORRIERE DELLA SERA

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