Caso Skripal. Escalation delle espulsioni: Mosca ne caccia altri 93

Il caso Skripal continua: nessuna verità sull’avvelenamento e guerra diplomatica totale

Yurii Colombo • 31/3/2018 • Internazionale • 344 Viste

Ieri a Mosca gli ambasciatori dei 25 paesi che avevano aderito all’appello della Gran Bretagna a espellere diplomatici russi dai propri paesi, sono stati convocati al ministero degli esteri, dove gli è stata comunicata la decisione di agire «simmetricamente» nei loro confronti. Complessivamente sono 93 i diplomatici che dovranno lasciare Mosca nel giro di una settimana, a cui si devono aggiungere i 60 statunitensi espulsi l’altro ieri.

HEIKO MASS, il socialdemocratico ministro degli esteri del governo Merkel, ha mostrato «rincrescimento ma non sorpresa» per la decisione russa. La scelta tedesca di seguire Londra sarebbe stata per Maas un’ultima spiaggia visto che «la Russia si rifiuta ancora di chiarire le circostanze del caso Skripal». Alla coda della vicenda, anche l’ambasciata russa a Roma ha voluto prendere la parola ricordando che «anche nel periodo della contrapposizione ideologica della “guerra fredda” tra Occidente e Unione sovietica, l’Italia si è fatta guidare prima di tutto da una propria visione dell’opportunità politica e non da pareri imposti dall’esterno». Un rimando all’epoca del governi di centro-sinistra in cui tradizionale atlantismo tricolore non impediva a Roma di avere rapporti economici e non solo, privilegiati con l’Urss. A Mosca continuano a ritenere, probabilmente non sbagliando, che gli Usa siano i «veri mandanti» delle espulsioni di massa dei funzionari russi.

IL BAROMETRO tra i due paesi continua a segnare tempesta. Dopo lo sprazzo di luce della telefonata tra Trump e Putin del 20 marzo, sono tornati i marosi. Anzi in una intervista alla rete Nbc il presidente americano ha sostenuto di aver intimato a Putin nella telefonata: «Se vuoi la corsa al riarmo, l’avrai, ma io la vincerò». Una frase che più che i protocolli diplomatici ricorda inverosimili boutade di qualche romanzetto dozzinale dell’epoca maccartista. Che la frase fosse solo il frutto della fervida fantasia di Trump è stato confermato qualche ora dopo da Dmitry Peskov, portavoce del capo del Cremlino: «Putin manda a dire che ovviamente una frase del genere non è stata mai pronunciata da Trump nel colloquio telefonico».

GLI USA SEMBRANO voler tenere alta la tensione tra i due paesi, per ora. «So come si deve trattare con Putin, lo si deve tenere chiuso in un angolo» avrebbe spiegato Trump ai suoi. È la posizione dell’ambasciatore Usa a Mosca Jon Huntsman il quale intervistato dal canale russo Rbk si è dichiarato convinto della possibilità che il suo paese possa giungere a bloccare gli attivi russi in America. Una ipotesi che starebbe prendendo in esame anche Theresa May.

UN GUSTOSO RICHIAMO storico ha allettato invece il tradizionale briefing del giovedì di Marya Zacharova, braccio destro di Sergey Lavrov, ministro degli esteri russo. Riprendendo la dichiarazione di Boris Johnson di qualche giorno fa in cui si era spinto a paragonare i mondiali di calcio a Mosca con le olimpiadi naziste del 1936 e ponendola in relazione con la decisione della Corona e del governo britannico di non voler partecipare all’evento della prossima estate, Marya Zacharova ha voluto ricordare come l’aristocrazia dell’Union Jack colonialista e razzista dell’epoca si comportò.

«Ecco qui i rappresentanti ufficiali a Berlino 1936 del governo inglese: Lord Lavestock, Capitano Hunter, Lord Aberdar, Lord Bergly, Sir Kartis Bennet». Non male davvero visto che – come ha ricordato Zacharova – nel 1936 «il sistema dei campi di concentramento per gli oppositori del regime nazista, degli elementi asociali, delle persone condannate e altre categorie di cittadini era già stato creato, così come erano già state approvate le leggi razziali di Norimberga». E ha concluso: «Signor Johnson non crede che la partecipazione di così tanti funzionari britannici all’inaugurazione dei Giochi Olimpici del 1936 sia, per citare il suo linguaggio, di una nauseante vergogna?».

FONTE: Yurii Colombo, IL MANIFESTO

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