Le storie dei profughi di Afrin, simbolo della rivoluzione di Rojava lasciata sola

Migliaia di cittadini sono stati costretti ad abbandonare la loro città, Afrin, conquistata violentemente dall’esercito turco e dai suoi alleati jihadisti dopo 58 giorni di assedio

orsola casagrande, global rights • 31/3/2018 • Diritti umani & Discriminazioni, Global Rights, Guerre, Armi & Terrorismi • 547 Viste

Le foto che entrano nel cellulare raccontano la tragedia di questi giorni. Migliaia di cittadini sono stati costretti ad abbandonare la loro città, Afrin, conquistata violentemente dall’esercito turco e dai suoi alleati jihadisti dopo 58 giorni di assedio. Le milizie di difesa popolare kurde, YPG e YPJ, hanno deciso con grande responsabilità, di uscire dalla città sperando così di evitare massacri ulteriori. Però le storie che raccontano i profughi nei messaggi vocali che arrivano al telefono parlano della ferocia e della brutalità delle forze di occupazione jihadiste al comando del secondo esercito della NATO, il turco.

“Non siamo riusciti a portare con noi nulla – racconta Hevi (il suo nome significa speranza) – perché siamo dovuti fuggire dalla città in fretta e furia, di notte, con il freddo. Noi non abbiamo né auto né trattore. Io, mio marito e i nostri tre bambini abbiamo abbandonato la nostra casa e tutta la nostra vita che in quella casa avevamo costruito con molta fatica”. Adesso la famiglia di Hevi è a Sheba, come altre 250 mila persone. Shebha si trova a sud est di Afrin, a pochi chilometri da Tall Rifat.

“Dormiamo in una piccola tenda di fortuna, – aggiunge – tutti e cinque appiccicati per sconfiggere almeno un po’ il freddo della notte”. La situazione del campo improvvisato è drammatica. Kamber amca (lo “zio” Kamber, zio nomignolo affettuoso per i più anziani) ha lasciato già da tempo la sua vita relativamente comoda in Inghilterra per venire ad aiutare i suoi fratelli e sorelle kurde a Rojava, nella Federazione della Siria del Nord. Lui è di Amed (Diyarbakir, nel Kurdistan turco). “Volevo dare il mio contributo alla costruzione di questo sogno, una rivoluzione, un modello di vita e convivenza diverso. Sfortunatamente come vedi sono tanti quelli che non vogliono che i kurdi, o i popoli del Medio Oriente, vivano in pace. Adesso – dice – stiamo lavorando contro il tempo per cercare di risparmiare a tutti i nostri fratelli di Afrin ulteriore sofferenza e dolore. Ma manca tutto”.

Di fatto, dice Kamber amca, mancano tende, cibo, acqua potabile, vestiti… “Sono morte già molte persone di fame e sete – dice con tristezza l’uomo – 25 solo nei primi giorni. E la gente che è arrivata qui ci ha raccontato di aver dovuto lasciare i suoi morti al lato della strada, precariamente sepolti tra gli alberi di melograno”.

Deal dice che ci sono “migliaia di bambini, anche molto piccoli, e ci mancano cibo e acqua. Facciamo appello all’ONU perché invii aiuti umanitari rapidamente. Siamo riusciti ad ottenere appena 500 tende dal Kurdistan iracheno e un migliaio di materassini, ma non sono sufficienti”.

Milan aggiunge in un messaggio vocale che “quelli che hanno un’auto o un trattore possono dormire tutti insieme nel loro veicolo, ma il freddo è ancora molto pungente e non abbiamo molte coperte né vestiti. La popolazione sfollata di Afrin – insiste – non vuole andarsene da Shabha. Sono convinti che ritorneranno alle loro case oggi occupate dai jihadisti”.

Silan era casalinga, suo marito Isa lavorava per le nuove istituzioni municipali. “I bambini andavano a scuola. Il mio mondo è crollato e davvero mi chiedo perché non ci ama nessuno… non posso nemmeno pensare a quello che sarà stato della mia casa… chi starà lì adesso, distruggendo tutto…”

La mobilitazione dalle altre città e villaggi di Rojava è stata immediata: Azad conferma che da Kobane, Qamishlo, Serekaniye sono partiti centinaia di civili, con le loro automobili straripanti di generi di prima necessità, acqua, coperte, vestiti per bambini… Azad, che era andato ad Afrin da Serekaniye con un gruppo di cineasti, scrittori, artisti e intellettuali per promuovere, come già avevano fatto a Raqqa, delle giornate di arte contro la guerra.

La manifestazione non si è potuta svolgere, perché i bombardamenti turchi si sono intensificati e altre priorità sono diventate imperative per tutti, ad Afrin. Aiutare i feriti, donando sangue, cercando acqua potabile, facendo quello che era necessario in ogni momento. Azad ha fotografato la quotidianità della città sotto assedio.

“Non so come né se potrò mai davvero capacitarmi di tanta sofferenza, di tanto dolore…”, dice oggi di ritorno a Serekaniye, lui che solo quattro anni fa ha vissuto in prima linea l’assedio della sua città. Ha fotografato la resistenza di Afrin, una città in cui vivevano in armonia, non solo kurdi, ma arabi, assiri, armeni, yezidi. Afrin era un po’ il “gioiello” della rivoluzione di Rojava, perché la meno soffocata e attaccata dallo Stato Islamico.

Lì sono cresciute e fiorite l’università pluriculturale e plurilingue, le cooperative agricole, i consigli delle donne… anatemi per i fondamentalisti e non esattamente solo quelli religiosi.

Afrin era in un certo senso la prova vivente che un’altra democrazia davvero dal basso, partecipata e condivisa è possibile. Inevitabile che finisse sotto assedio. Ma il colpevole non è solo lo Stato turco – la NATO, potremo dire, dal momento che nessun altro membro dell’Alleanza Atlantica ha detto nulla su questa aggressione. Un’aggressione illegale secondo tutti i criteri e leggi internazionali che gli stati occidentali chiedono e ordinano di rispettare al governo di Bashar al-Assad, alla Russia (anche a suon di sanzioni) e allo Stato Islamico, ma che evidentemente dai quali si ritengono esenti, in una ipocrita e perversa declinazione di una geopolitica che sta costando la vita a centinaia di migliaia di persone.

La comunità internazionale non si è pronunciata e quando l’ha fatto è stato per dire poco, male e tardi. La tragedia delle migliaia di sfollati è sotto gli occhi di tutti: sono trascorse due settimane, ormai, da quando, il 18 marzo, l’esercito turco è entrato a Afrin e nemmeno l’ONU ha ancora deciso (come si fosse qualche dubbio) se questo dramma “merita” essere considerato una catastrofe umanitaria… Lo è: ci sono migliaia di bambini, uomini e donne accampati nel deserto, senza acqua né cibo. Migliaia di persone la cui unica “colpa” è stata quella di cercare e riuscire a vivere in pace e armonia.

 

Foto di AZAD EVDIKE

 

 

 

 

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