Intervista a Mark Akkerman. Con la militarizzazione delle frontiere crescono i profitti insanguinati

Mark Akkerman, ricercatore di Stop Wapenhandel, denuncia la politica UE di militarizzazione delle frontiere e i legami tra guerra e business della sicurezza

Intervista a cura di Orsola Casagrande, 15° Rapporto sui diritti globali • 27/3/2018 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali, Rapporto 2017 • 418 Viste

La crisi dei rifugiati che l’Europa si trova a fronteggiare ha provocato costernazione nei corridoi delle istituzioni e ha acceso il dibattito nelle piazze. Ma soprattutto rivela le falle dell’intero progetto europeo dove i governi non riescono ad accordarsi nemmeno sulle quote di accoglienza dei richiedenti asilo e si rimpallano responsabilità e carenze. C’è però chi trae lauti, e immondi, profitti dalla tragedia dei profughi e dei migranti che cercano di entrare in Europa: sono le compagnie che fabbricano armi e forniscono sistemi di sicurezza delle frontiere ai Paesi dell’Unione Europea. Mark Akkerman, ricercatore di Stop Wapenhandel, denuncia la politica UE di militarizzazione delle frontiere e i legami tra guerra e business della sicurezza.

 

Redazione Diritti Globali: Nell’ultimo Rapporto che ha pubblicato, Frontiera di guerra. Come i produttori di armamenti traggono profitto dalla tragedia dei rifugiati in Europa, segnala che c’è un gruppo di interesse che ha beneficiato della crisi dei profughi e in particolare dall’investimento dell’Unione Europea sulla “sicurezza” dei confini. Si tratta di aziende militari e di sicurezza che forniscono attrezzature, tecnologia di sorveglianza, eccetera. Di che entità di profitti stiamo parlando?

Mark Akkerman: È difficile determinare le cifre esatte della spesa per la sicurezza delle frontiere e quanto beneficio l’industria tragga da questo. Un think tank inglese, Overseas Development Institute, a settembre 2016, ha fatto una «stima per difetto […] di almeno 1,7 miliardi di euro dedicati a misure all’interno dell’Europa dal 2014 al 2016 per cercare di ridurre i flussi [migratori]», aggiungendo che questo «rappresenta soltanto un quadro parziale dei costi reali». Inoltre «nel tentativo di dissuadere i profughi dall’intraprendere il loro viaggio, da dicembre 2014, 15,3 miliardi di euro sono stati spesi» in Paesi terzi. Di nuovo «una stima molto conservatrice». Non tutto viene speso in prodotti e servizi dalle industrie militari e di sicurezza, naturalmente. Il mercato globale della sicurezza delle frontiere nel 2016 è stato stimato attorno ai 16,7 miliardi di euro dalla compagnia di consulenza Visiongain. Market Research Future prevede che questo mercato crescerà dell’8% annuale fino al 2021.

 

RDG: E facendo qualche nome e i servizi che vengono offerti da queste compagnie?

MA: Nella mia ricerca identifico cinque compagnie come i players maggiori nel contesto della sicurezza delle frontiere europee. Tutte forniscono prodotti che vanno dalle armi alla tecnologia ai servizi. Airbus è una compagnia pan-europea, con quartier generale in Olanda, che produce soprattutto elicotteri e tecnologia di comunicazione per la sicurezza delle frontiere. Ha venduto, per esempio, sistemi completi per la sicurezza delle frontiere alla Romania e all’Arabia Saudita. Leonardo-Finmeccanica è una compagnia italiana che si trova nel mercato della sicurezza delle frontiere soprattutto con forniture di elicotteri. Molti Paesi della UE, incluso Bulgaria, Croazia, Italia e Malta, hanno comprato questi elicotteri con fondi europei. Thales e Safran sono compagnie francesi. Thales produce sistemi integrati di sicurezza delle frontiere, combinando cose come sensori e reti di comunicazione. Nella sua lista di prodotti ha anche sistemi radar e di gestione di identità. Safran si specializza in sistemi di identificazione biometrica attraverso la sua sussidiaria, Morpho. Indra è una compagnia spagnola di tecnologia e consulenza. Produce sistemi di sicurezza delle frontiere con controllo del traffico marino, monitoraggio e sorveglianza. Il suo Sistema Integrato di Sorveglianza (SIVE) è stato venduto a Spagna, Portogallo, Lituania e Romania. Andar vende anche sistemi di controllo delle frontiere biometrici.

 

RDG: C’è un nesso tra le compagnie che forniscono sicurezza delle frontiere e il loro commercio in armi al Medio Oriente e nord Africa. Può parlarci di questo? Il mercato delle armi continua a essere in espansione?

MA: È veramente cinico che la stessa industria che vince contratti per la sicurezza delle frontiere, le stesse compagnie che guadagnano dal tentativo di impedire che i profughi raggiungano l’Europa, stiano al tempo stesso alimentando la tragedia dei profughi vendendo armi per le guerre, repressione e violazione dei diritti umani che costringono questa gente a fuggire. Durante l’ultimo decennio, gli Stati membri della UE hanno concesso licenze per l’esportazione di armi per 80 miliardi di euro al Medio Oriente e al Nord Africa.

Il mercato di sicurezza delle frontiere è solo una piccola parte del totale del mercato globale dell’industria delle armi e della sicurezza. Così la crescita in questo campo da sola non contribuisce al “boom” del business delle armi, ma contribuisce a fare in modo che le prospettive per questa industria siano buone.

 

RDG: Che valutazione dà dell’attuale politica europea sulla migrazione?

MA: La politica europea sulla migrazione è impegnata stabilmente ad aumentare la militarizzazione delle frontiere, oltre a fare pressione sui Paesi terzi perché agiscano come postazione di sicurezza delle frontiere e accettino di deportare i profughi.

 

RDG: Nel suo Rapporto sottolinea che «l’industria delle armi e della sicurezza si è assicurata 316 milioni di euro per la ricerca su questioni legate alla sicurezza». Perché questa sarà una calamità per il futuro?

MA: Questa storia è più lunga della sola sicurezza delle frontiere, anche se essa ha sempre giocato un ruolo importante. Originariamente, la sicurezza non faceva parte dei “Programmi Quadro” di sette anni, il programma più importante di fondi europei per la ricerca e lo sviluppo. Nel 2003 la Commissione Europea ha cominciato il cosiddetto Gruppo di Personalità per la Ricerca sulla Sicurezza. Questo gruppo includeva rappresentanti di otto compagnie leader nel settore militare e tecnologico oltre ad alcune istituzioni militari e di ricerca sulla sicurezza. Questi, naturalmente, consigliarono alla UE di cominciare a finanziare la ricerca sulla sicurezza per «chiudere il gap tra la ricerca civile e la tradizionale ricerca di difesa». Da allora, la ricerca sulla sicurezza è stata incorporata in questi Programmi Quadro. Compagnie militari e di sicurezza, soprattutto quelle che erano rappresentate nel Gruppo di Personalità, come Airbus e Leonardo-Finmeccanica, sono stati i grandi vincitori di questa partita. Con alcuni nuovi progetti nell’attuale Programma Quadro, il cosiddetto Horizon 2020, l’Unione Europea ha speso 350 milioni di euro in progetti di ricerca in materia di sicurezza delle frontiere.

In tutto questo tempo, l’industria ha anche perorato la causa del finanziamento per la ricerca militare tout-court. Ha utilizzato i progetti di ricerca sulla sicurezza delle frontiere come primo passo, esibendoli come esempi di progetti che già offuscano o attraversano la linea tra la ricerca sulla sicurezza (civile) e quella militare.

Ora la UE ha deciso, di nuovo su consiglio di un Gruppo di Personalità dominato da rappresentanti di compagnie militari e istituzioni di ricerca, di finanziare la ricerca militare a partire dal 2021. Alcuni piccoli progetti pilota sono già iniziati.

L’influenza di questi gruppi nell’indirizzare le politiche di finanziamento della ricerca sulla sicurezza e sulla ricerca militare è forse il migliore esempio del successo delle lobbies militari e dell’industria della sicurezza sull’Unione Europea.

 

RDG: Ci sono reazioni in Europa a questa politica?

MA: Ci sono molte critiche alle politiche europee sulla migrazione. E anche diverse proposte. In generale, mi sembra si tratti di proposte (da parte delle ONG o di associazioni) centrate soprattutto su una risposta umanitaria, come per esempio la creazione di corridoi sicuri verso l’Europa. Ci sono anche discorsi politicamente più alternativi, che puntano l’indice contro la responsabilità occidentale di molte delle cause che spingono alla migrazione e propongono interventi e obiettivi di fondo, come frontiere più o meno aperte e contemporaneamente un’azione reale sulle cause di questo esodo. E su quest’ultimo punto entrano in campo azioni di vario genere: embargo sulle armi, ma anche passi concreti sul cambio climatico e sulle relazioni economiche internazionali.

 

RDG: Che dovrebbe fare l’Europa per mettere davvero la vita davanti a tutto?

MA: Dovrebbe immediatamente abbandonare la politica e la pratica di cercare di tenere fuori i profughi, soprattutto dovrebbe smetterla di usare mezzi militari per farlo. Dovrebbe invece garantire passaggi sicuri per i profughi e accoglierli in Europa. Oltre a questo, dovrebbe cominciare a lavorare per eliminare le cause della migrazione forzata. Passi importanti in questo contesto sarebbero imporre e mantenere un embargo sulla vendita di armi al Medio Oriente e al Nord Africa e terminare il coinvolgimento militare in questa regione, cambiando politica, privilegiando la diplomazia, il sostegno alle forze democratiche, la prevenzione del conflitto e la risoluzione del conflitto.

Ma bisogna in realtà andare oltre a questo: c’è bisogno di un cambio fondamentale nella relazione tra l’Europa, e più in generale l’Occidente, e il resto del mondo.

 

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Mark Akkerman: nato nel 1979. Laureato in Amministrazione Pubblica, è un ricercatore di Stop Wapenhandel, un’organizzazione indipendente di ricerca olandese che si oppone al mercato e all’industria delle armi. Realizza campagne contro l’esportazione di armi ai Paesi poveri, a regimi antidemocratici e a Paesi in zone di conflitto. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Israel and the international arms trade (Factsheet, 2014); Greenwashing death: Climate change and the arms trade (in: Nick Buxton e Ben Hayes, The Secure and the Dispossessed: How the military and corporations are shaping a climate-changed world, Pluto Press, 2015); Border wars: the arms dealers profiting from Europe’s refugee tragedy (Stop Wapenhandel/TNI, 2016); Border wars II: an update on the arms industry profiting from Europe’s refugee tragedy (Stop Wapenhandel/TNI, 2016). I due Rapporti Border Wars sono disponibili nel sito www.stopwapenhandel.org/borderwars.

 

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Qui un articolo sul Rapporto, a pag. 4 di ARCI-Report n. 37

Qui un articolo sul Rapporto, da pag. 13 di Sinistra Sindacale n. 21

Qui la registrazione di Radio Radicale della presentazione del 15° Rapporto a Torino, il 31 gennaio 2018

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Qui l’articolo di Sergio Segio “L’apocalisse e il cambiamento possibile”, da Appunti n. 23, 1/2018

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