Riforme cinesi, Xi Jinping presidente a vita

La riforma della Costituzione cinese passa con un plebiscito. La contestazione (censurata) sui social

Guido Santevecchi • 12/3/2018 • Internazionale • 265 Viste

PECHINO Nella Grande Sala del Popolo di Piazza Tienanmen hanno cominciato ad applaudirlo in modo contenuto mentre infilava nell’urna rossa la sua scheda. Poi un altro battimani di una ventina di secondi, quando sul tabellone luminoso comparivano i numeri. Con 2.958 sì, 2 no, 3 schede bianche e una nulla il Congresso Nazionale del Popolo cinese ha approvato la riforma della Costituzione: una svolta che concede a Xi Jinping la possibilità di restare presidente della Repubblica senza limiti di tempo. Dopo l’era di Mao Zedong era stata introdotta per volere di Deng Xiaoping nel 1982 la regola dei due mandati quinquennali, proprio per non ricadere nel rischio di un uomo solo al potere, a vita. Quella barriera contro gli eccessi, contro gli spettri della Rivoluzione culturale è stata abbattuta. La Cina fa un salto nel passato. La tv statale annuncia che «1,4 miliardi di cinesi avanzano uniti sulla stessa strada».

Xi Jinping è presidente dal marzo del 2013, allora era stato eletto dal Congresso con un solo voto contrario e tre astensioni: 99,86% di consensi. La quasi unanimità non è cambiata. Dopo questo pronunciamento di un Parlamento che rappresenta la «democrazia con caratteristiche cinesi» resta solo da speculare sulla data che Xi sceglierà, se la salute continuerà ad assisterlo, per passare finalmente le consegne: si immagina il 2035, anno che ha indicato per il completamento della modernizzazione del Paese e per l’elevazione definitiva della Cina al rango di «grande Paese socialista, prospero, forte, culturalmente avanzato, armonioso e bello». Fino ad allora almeno, e avrà 82 anni suonati, il Presidente di Tutto potrebbe restare sulla sua poltrona.

Non sembra adeguato definirlo Nuovo Mao, perché il Grande Timoniere dominava una Cina isolata e arretrata, mentre Xi decide le sorti della seconda economia del mondo globalizzato, della prima potenza commerciale. Che cosa ha ispirato questa mossa che quando è stata annunciata improvvisamente, in tre righe dell’agenzia Xinhua il 25 febbraio come «proposta» al Congresso, ha causato un’inattesa contestazione sui social network cinesi, giochi di parole subito censurati sull’Imperatore Xi Zedong? Nelle due settimane che hanno preceduto il voto la stampa di Pechino si è impegnata a spiegare che non c’è niente di anomalo, di autoritario nella «decisione popolare» di avere un leader forte e non soggetto a limiti di scadenza.

Sostiene Wang Chenguang, professore di diritto dell’Università Tsinghua: «Non è corretto parlare di presidenza a vita, perché sono stati aboliti solo i limiti temporali per la carica di presidente, non quelli del Congresso che dovrà rieleggerlo». Il docente sottolinea come la riforma costituzionale sia intitolata «La guida del Partito comunista è la fisionomia che definisce il socialismo con caratteristiche cinesi». Secondo questa versione, è il Partito che decide e ora ha stabilito che alla Cina servono «stabilità e continuità di azione politica». In questi primi anni Xi ha consolidato il suo potere, ha condotto una campagna anticorruzione durissima, ha soffocato ogni voce di dissenso, preso il controllo dell’economia. Se al centralismo democratico comunista ha voluto aggiungere un accentramento imperiale del potere (a vita o quasi), forse non è convinto che il Partito e il Paese lo seguano davvero compatti. Osserva Fred Teng, esponente dell’intellighenzia cinese all’estero: «Negli Stati Uniti il potere del presidente comincia a sfuggire dopo la rielezione». E in effetti qualche giorno fa Donald Trump si è avventurato in un elogio dei suoi: «Xi diventa presidente a vita, è un grande ed è un grande fatto. Forse dovremmo provare anche noi prima o poi».

Una battuta. Ma l’Occidente ora dovrà valutare bene il suo atteggiamento nei confronti di Xi e della sua nuova era in Cina.

FONTE: Guido Santevecchi, CORRIERE DELLA SERA

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