Intervista a Nino Baseotto. Non c’è ripresa senza diritti e dignità del lavoro

Intervista a cura di Massimo Franchi, dal 15° Rapporto sui diritti globali

Massimo Franchi • 17/4/2018 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali, Rapporto 2017 • 182 Viste

Per considerarsi realmente fuori dalla crisi economica serve ridare dignità e diritti ai lavoratori. Ne è convinto Nino Baseotto, segretario confederale della CGIL con delega all’organizzazione. Che racconta come per uscire dall’angolo della disintermediazione la CGIL abbia rischiato “quattro prime volte”: la stesura Carta dei diritti universali dei lavoratori, che supera la storica dicotomia tra dipendenti e autonomi proponendo diritti uguali per tutti; una consultazione straordinaria degli iscritti per rivitalizzare il sindacato su questi temi; la raccolta di firme su tre referendum abrogativi e la campagna elettorale seguente, sebbene bloccata dalla decisione del governo di cancellare le leggi (poi invece sostanzialmente ripristinata, con «uno schiaffo alla democrazia», per quanto riguarda i voucher). Per portare avanti questa battaglia Baseotto indica due sfide per il futuro: applicare alla contrattazione i principi della Carta, premendo sul Parlamento perché l’approvi, e includere tutti i lavoratori aprendo la CGIL alle partite IVA.

 

Rapporto Diritti Globali: Dopo 10 anni molti istituti internazionali parlano di uscita dalla crisi. Dal suo punto di osservazione è d’accordo? L’Europa come ne esce? Non crede che l’Italia sia in ritardo sul resto del continente?

Nino Baseotto: Ci sono segnali a livello europeo che la crisi sia in via di superamento, mentre da noi sono molto più deboli e questo è obiettivamente dovuto alle scelte fatte dai nostri governi che hanno caratterizzato l’Italia rispetto agli altri Paesi. Faccio un esempio banale ma calzante: la lezione tratta dalla maggior parte delle nazioni europee è stata quella che per rilanciare la domanda interna serviva un innalzamento delle competenze dei cittadini e difatti chi è uscito prima dalla crisi ha investito ingenti risorse per scuola, formazione, ricerca e università. In Italia si è puntato invece solo sui bonus, sugli sconti fiscali per le imprese senza una direzione di insieme coerente, senza una visione del futuro. Ciò porta ora l’Italia a essere in ritardo nell’uscita dalla crisi e soprattutto ad avere una qualità competitiva in calo rispetto ai nostri partner continentali. È questo l’errore più clamoroso dei nostri governi di cui rischiamo di portarci dietro il peso per anni.

 

RDG: Se è mancata una strategia comune di uscita dalla crisi, una parte della responsabilità è certamente della Commissione Europea. Come giudica il ruolo di Jean-Claude Juncker e dei suoi predecessori? Intravvede in loro la “visione” di cui parlava?

NB: La Commissione Europea non ha svolto un ruolo positivo. La risposta a una crisi con impatti devastanti in Europa è stata dominata da scelte legate all’austerità, spinte dall’asse franco-tedesco, con politiche economiche liberiste che hanno sostanzialmente penalizzato sia la domanda, sia il lavoro. Proprio in contrapposizione a questa visione, quando la CGIL ha presentato il Piano del Lavoro altri sindacati lo hanno considerato con grande interesse. Anche la confederazione sindacale tedesca Deutscher Gewerkschaftsbund (DGB), sebbene in modo differente, e le organizzazioni spagnole hanno studiato e adattato molte delle nostre proposte al loro contesto nazionale puntando a un rilancio che fosse basato sullo sviluppo, uno sviluppo ad alta intensità di lavoro.

Invece, le politiche portate avanti a livello comunitario e dai singoli Paesi hanno puntato quasi tutte a un unico strumento per uscire dalla crisi: il solo mercato. In più non è esistita una politica comune, ma la Commissione Europea si è semplicemente limitata a imporre austerità lasciando ai singoli governi lo spazio per politiche spesso contraddittorie. In questo quadro, le politiche della BCE, nel bene e nel male, hanno avuto maggiore coerenza. Il ruolo della Banca Centrale Europea è stato senz’altro più efficace di quello della Commissione Europea: una politica monetaria espansiva era una delle richieste dei sindacati e per questo il nostro giudizio sulle scelte di Mario Draghi è moderatamente positivo.

 

RDG: Lei ha fatto spesso riferimento alle posizioni dei sindacati europei. Ma in questi anni la loro voce non è mai stata forte e unita. Il livello europeo – la CES, la Confederazione dei Sindacati Europei – non è riuscita a riunificare le diverse istanze nazionali né a creare una mobilitazione a livello continentale.

NB: Questo è stato il grande limite del sindacato europeo. La CES è sostanzialmente meno forte di quello che potrebbe essere perché è ancora la sommatoria e non la sintesi delle linee dei sindacati dei vari Paesi. Storicamente sconta la diversa visione dei sindacati dell’area Mediterranea – di cui la CGIL si sente parte – rispetto a quella dei sindacati tedesco e scandinavi. Una differenza che deriva dalla storia delle relazioni industriali delle nazioni del Nord. Diciamocelo francamente: le protezioni sociali che hanno ancora i lavoratori scandinavi noi ce le sogniamo. Da noi in più c’è un rapporto legge-contrattazione assai peculiare, molto diverso da quello esistente in Francia e Germania. La crisi ha acuito le differenze, portando i sindacati del Nord Europa a ritrarsi nelle politiche nazionali, forti del loro modello. Per questo motivo la CES si è trovata davanti a una difficoltà evidente: ogni tentativo di fare una proposta comune non poteva andare oltre ai grandi principi. Nonostante gli sforzi – nostri soprattutto – non si è mai riusciti a lanciare una contrattazione sovranazionale e le mobilitazioni comuni si sono contate sulle dita di una mano, sporadiche iniziative che non hanno prodotto risultati. Rispetto alla dimensione della crisi economica e al livello dell’attacco ai diritti dei lavoratori non ha corrisposto una risposta all’altezza. Il problema è reale e lo riconosciamo, dobbiamo però essere consapevoli che non si può risolvere facilmente. Serve un confronto più diretto fra i sindacati per superare le resistenze nazionali e costruire un sindacato europeo all’altezza delle sfide che ci attendono. Noi – come CGIL – ci impegneremo a fondo perché riteniamo necessario che esista a livello continentale un soggetto che parli con una sola lingua.

 

RDG: Passando allo scenario interno, il sindacato – e la CGIL in particolare – in questi ultimi mesi sembra uscito dall’angolo in cui lo aveva rinchiuso Matteo Renzi, portando avanti la teoria della disintermediazione sociale assieme a un attacco diretto al ruolo del sindacato. Come ci siete riusciti? La scelta di lanciare per la prima volta nella storia della CGIL referendum abrogativi è un rischio che ha pagato?

NB: Per rispondere alla domanda, partirei però dal non dimenticare un dato meno eclatante ma non meno importante ai miei occhi. E cioè quanto abbiamo fatto durante gli anni bui della crisi economica: le migliaia di accordi unitari con cui abbiamo salvato fabbriche, aziende e decine di migliaia di posti di lavoro. Un lavoro certamente difensivo, ma essenziale per tenere in piedi il Paese, contribuendo a salvare interi pezzi di filiere produttive dal rischio di essere ammazzati dalla crisi. E questo obiettivo ci ha poi messo al riparo dal tentativo successivo di Renzi di ridurre a poca cosa le organizzazioni sindacali.

Dopo di che, come CGIL, abbiamo ragionato e preso atto del fatto che l’azione difensiva – pur necessaria – non andava a incidere sul nocciolo del problema: la diminuzione dei diritti e delle tutele a disposizione dei lavoratori e la conseguente recrudescenza delle diseguaglianze. Per questo abbiamo deciso di fare un salto di qualità nella nostra azione e negli ultimi due anni e mezzo abbiamo attivato quattro strade, quattro “prime volte” per la CGIL. Cominciando con La Carta dei diritti universali dei lavoratori; si tratta di un inedito tentativo fatto da un sindacato di avanzare una proposta di legge di rango costituzionale, che punta a ricostruire il diritto del lavoro, progressivamente devastato negli ultimi anni. Una scelta di grande innovazione, a partire dall’articolo iniziale che prevede uguali diritti a prescindere dal tipo di contratto del lavoratore: se un qualsiasi esponente della CGIL anche solo 15 anni fa avesse proposto uguali diritti e tutele per i lavoratori subordinati come per gli autonomi sarebbe stato guardato male dovunque. La seconda riguarda la scelta di fare una consultazione straordinaria degli iscritti su questo tema: anche qui un fatto inedito in oltre 100 anni di storia, che ha prodotto una scossa per i lavoratori e per l’organizzazione tutta. La terza è stata quella di proporre tre quesiti referendari abrogativi e su questi avere raccolto più di 3 milioni di firme. La quarta e ultima è aver affrontato una campagna elettorale, seppur fermata dalla decisione del governo di accogliere le nostre proposte (prima dello schiaffo alla democrazia con il ripristino dei voucher). L’insieme di queste azioni ci ha portato fuori dall’angolo: sono cose che meritano una riflessione da parte nostra, perché hanno una portata tale che forse un’organizzazione come la CGIL non ha ancora compiutamente compreso.

 

RDG: Per uscire dall’angolo avete dovuto rischiare, in qualche modo reinventare una strategia. Come l’avete condotta? A posteriori, quale giudizio potere dare di questa esperienza organizzativa?

NB: Si è trattata di un’esperienza straordinaria che però ha evidenziato anche dei limiti: nelle oltre 42 mila assemblee della consultazione straordinaria abbiamo coinvolto poco più di 1,5 milioni di iscritti su un totale di oltre 5 milioni: un risultato di cui nessuno in Italia è capace, ma che palesa difficoltà ad ampliare questa platea. D’altro canto, però, gli aspetti positivi scaturiti da questo processo sono molti: abbiamo determinato una nuova, più forte e consapevole stagione di partecipazione di delegati, iscritti e cittadini; abbiamo rafforzato il tratto della nostra autonomia dai partiti e delle istituzioni (molte sono state le pressioni a cui siamo stati sottoposti per rinunciare ai referendum), abbiamo ottenuto risultati importanti, specie sul tema della responsabilità solidale negli appalti e, infine, la cosa più importante: attraverso la mobilitazione e la campagna elettorale siamo entrati in sintonia con un sentire diffuso del Paese, offrendo una prospettiva di riscatto a milioni di italiani.

 

RDG: I giovani in particolare. Il rapporto con loro è un tallone d’Achille storico del sindacato sul quale lo stesso Renzi aveva puntato per delegittimarvi…

NB: Sì, soprattutto i giovani. In questi anni le giovani generazioni avevano dato più di una prova di non fidarsi più della politica e delle istituzioni. Noi invece abbiamo offerto loro un’alternativa alla sfiducia e alla disperazione, l’idea che esista un’altra strada possibile per ridare dignità al lavoro – che per tutte le indagini demoscopiche è la prima preoccupazione degli italiani – un’idea di partecipazione e di autonomia che ha rinvigorito la sintonia della CGIL con la maggioranza degli italiani.

 

RGB: Grazie a tutte queste “prime volte” la CGIL è uscita dall’angolo e rientrata in gioco. Ora però come proseguire la battaglia? Come ottenere nuovi diritti per i tutti i lavoratori? La beffa dei nuovi voucher è lì a testimoniare che le conquiste sono sempre a rischio.

NB: E infatti dobbiamo fare un passo ulteriore. Coerentemente con la battaglia portata avanti finora dobbiamo puntare avanti traendo lezione da quello che abbiamo chiamato «schiaffo alla democrazia»: la decisione del governo di reintrodurre i voucher che erano stati cancellati per aggirare il referendum. Abbiamo vissuto sulla nostra pelle l’ennesima prova di come le conquiste dei lavoratori non siano date per sempre ma dipendano dai rapporti di forza. Sui voucher e sugli appalti siamo andati a toccare prerogative e poteri importanti per le imprese e non solo. Era logico attendersi una reazione di questi poteri. È avvenuto sui voucher – e francamente non ci immaginavamo che il governo stesse preparando una trappola di quel tipo sotto la pressione del sistema delle imprese – e dobbiamo vigilare affinché non tentino qualcosa di simile sul tema degli appalti. Ora dobbiamo tornare a fare il mestiere del sindacato chiedendoci: come conquistiamo La Carta dei diritti universali? Trovando con fantasia e determinazione il modo di premere sul Parlamento e sulle forze politiche per far approvare la proposta di legge, mentre allo stesso modo dobbiamo operare per portare a casa una legge sulla rappresentanza che finalmente certifichi anche la rappresentanza delle imprese per impedire i troppi contratti pirata sottoscritti in questi ultimi anni. In più dobbiamo creare un rapporto stretto tra “Carta dei diritti universali” e contrattazione, una coerenza che porti a inserire nei contratti l’aumento dei diritti per tutti i lavoratori a prescindere dalla loro situazione contrattuale. Questo lavoro lo dobbiamo fare con molta attenzione perché è fondamentale per dare continuità alla nostra azione.

Siamo però consapevoli che la CGIL ha un pregio e un vincolo: siamo una organizzazione seria e affidabile che per questo suscita nelle persone non solo interesse e attenzione, ma attese e speranze. Penso per esempio ai lavoratori autonomi, specie alle partite IVA. Dobbiamo trovare il modo di farli avvicinare alla CGIL, favorire una loro partecipazione attiva e tradurre in risultati contrattuali le loro rivendicazioni. Recentemente abbiamo commissionato una ricerca specifica sul tema. Alla domanda: «Da chi vi sentite più tutelati?», le partite IVA rispondono per la stragrande maggioranza: «Dal mio commercialista». Ecco, occorre che la CGIL sia in grado di diventare un punto di riferimento per le partite IVA, anche lavorando perché una loro rappresentanza possa entrare presto nei nostri organismi dirigenti. La nostra sfida per il domani è essere inclusivi verso tutti i lavoratori e le lavoratrici.

 

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Nino Baseotto: nasce a Milano alla fine del 1955 da una famiglia di origine veneta. Nel 1976, in qualità di segretario cittadino della Lega per i diritti e la liberazione dei popoli (già Tribunale Russell), inizia a collaborare con la CGIL milanese, fino ad entrare nell’apparato politico della Camera del Lavoro di Milano, dove ricopre vari incarichi. Tra questi: politiche internazionali, mercato del lavoro, politiche sociali, organizzazione. Nel 1986 diventa funzionario presso la zona Centro Storico della Filcams CGIL di Milano, categoria nella quale rimane dieci anni, divenendo nel 1989 segretario generale, sia milanese che regionale. Nel 1996 viene eletto nella segreteria della Camera del lavoro metropolitana di Milano con l’incarico di responsabile dell’organizzazione. A ottobre del 1997 diventa segretario generale della Camera del lavoro Ticino Olona, incarico che mantiene sino al dicembre 2000, quando viene chiamato a far parte della segreteria confederale della CGIL Lombardia, con l’incarico di responsabile per le Politiche organizzative. Il 17 luglio del 2008 diventa segretario generale della CGIL Lombardia. Il 23 giugno del 2014 viene eletto nella segreteria nazionale della CGIL.

 

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Riportare i diritti nel lavoro. Leggi qui la prefazione di Susanna Camusso al 15° Rapporto

Il vecchio che avanza. Leggi e scarica qui l’introduzione di Sergio Segio al 15° Rapporto

La presentazione alla CGIL di Roma

Qui la registrazione integrale della presentazione alla CGIL di Roma del 27 novembre 2017

Qui le interviste a Sergio Segio, Patrizio Gonnella, Marco De Ponte, Francesco Martone

Qui notizie e lanci dell’ANSA sulla presentazione del 15° Rapporto

Qui il post di Comune-Info

Qui si può ascoltare il servizio di Radio Articolo1 curato da Simona Ciaramitaro

Qui un articolo sul Rapporto, a pag. 4 di ARCI-Report n. 37

Qui un articolo sul Rapporto, da pag. 13 di Sinistra Sindacale n. 21

Qui la registrazione di Radio Radicale della presentazione del 15° Rapporto a Torino, il 31 gennaio 2018

Qui un’intervista video a Sergio Segio e Susanna Ronconi sui temi del nuovo Rapporto

Qui l’articolo di Sergio Segio “L’apocalisse e il cambiamento possibile”, da Appunti n. 23, 1/2018

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