Dopo i missili. Lo scontro tra Israele e Iran lungo il fronte più caldo

Dal sospetto raid ad Aleppo contro i pasdaran alle minacce di Khamenei. Sale ogni giorno di più la tensione tra i due Paesi. Con un occhio a Putin

Vincenzo Nigro • 16/4/2018 • Guerre, Armi & Terrorismi • 244 Viste

MOUNT BENTAL ( alture del Golan). È sempre più uno scontro diretto fra Iran e Israele. Per questo salire al monte Bental, sulle alture del Golan, aiuta a capire quanto i due nemici siano arrivati pericolosamente vicini. Dal punto di osservazione più alto si vedono i verdi campi della pianura siriana, la cittadina di Quneitra, i villaggi occupati dai ribelli e poi le strade che portano verso Damasco o il Sud. Il posto di ascolto di intelligence della “ montagna dell’elefante”, lì dove ci sono i soldati iraniani.

Al bar del Bental arrivano gruppetti di studenti, ospiti di riguardo scortati dalla protezione israeliana, diplomatici e militari dell’Onu che controllano la separazione con la Siria. Tutti a guardare dall’altra parte della “ linea Alfa”. « Non è cambiato tutto, ma sta cambiando molto » , dice un ufficiale dell’esercito di Israele. Ufficialmente i portavoce di Idf sono molto cauti in queste ore: dopo l’attacco americano contro i depositi chimici di Assad, Israele deve capire ancora fino in fondo come gestire i prossimi passi.
Per ora i due nemici continuano a scambiarsi parole, anatemi e maledizioni. Citazione storica nella dichiarazione dell’ayatollah Khamenei, che parlando degli attacchi aerei americani, francesi e britannici di sabato scorso li chiama «l’aggressione tripartita». Rievoca l’invasione dell’Egitto che Francia, Gran Bretagna e Israele fecero nel 1956 per controllare il canale di Suez. In Israele il più duro ieri era Gilad Erdan, il ministro dell’Interno, un giovane leone del Likud: «Gli attacchi aerei in Siria dovrebbero continuare. Non ci faremo schiacciare dall’Iran ».
Il problema è che oltre le parole, Iran e Israele fanno fatti: i bombardamenti segreti di Israele, i rifornimenti di armi iraniane ad Hezbollah e Assad, un fiume che parte dall’Iran, attraversa l’Iraq e arriva fin sulle sponde del Mediterraneo. Sabato notte nella regione di Aleppo c’è stato un altro misterioso bombardamento. È stata colpita una base in cui i pasdaran iraniani conservavano materiali militari. Israele questa volta è stato molto discreto, i corrispondenti dei giornali e delle tv non sono stati autorizzati a raccontare il bombardamento. Ai giornalisti Idf affida però le sue riflessioni. La prima: la superiorità aerea israeliana in Libano e in Siria ormai è in serio pericolo. Quando sabato americani, francesi e inglesi hanno colpito in Siria, la difesa aerea russa è rimasta spenta, hanno reagito soltanto i siriani. Zvi Barel, l’esperto strategico di Haaretz, spiega che per Israele a questo punto è tutto nelle mani di Putin: «Se davvero vendono o regalano ai siriani i missili S- 300 per noi i problemi saranno assai seri».
L’S- 300 ( per non parlare dell’S- 400) è un incubo per gli israeliani. Spiega un ufficiale: « Un convoglio tipo di questi missili antiaerei si muove con radar, centro di controllo e poi 6 rimorchi con 4 tubi lanciatori: in tutto 24 missili. Ogni sistema radar può gestire contemporaneamente 12 missili, per cui diciamo che possono lanciare 2 missili contro ognuno di 6 aerei » . Sarebbe la fine della possibilità di volare in sicurezza per Israele.
Cosa dicono invece i militari dell’attacco americano di sabato? «È stato un attacco limitato, preciso, diciamo responsabile. Per colpire gli impianti chimici, per scoraggiare Assad dall’adoperare di nuovo armi chimiche. Senza far reagire i russi. Ma tutto il resto è rimasto uguale, e anzi adesso russi, siriani e iraniani sono ancora più compatti » . Per Israele il bombardamento di non ha indebolito per nulla Assad, che si è fatto riprendere mentre entrava a piedi in ufficio fra gli uccellini che cantavano. Non ha minacciato il regime, che verrà difeso a spada tratta da Putin.
Paradossalmente adesso il vero problema per Israele si chiama Donald Trump, che è l’unico su cui davvero si potrebbe provare a fare pressioni. « Che cosa osa vuole Trump? Cosa faranno gli americani in Siria? Davvero si ritireranno presto come chiedeva il presidente » , dice un tenente colonnello: « Oppure rimarranno, per giocare un ruolo più importante, che per noi è vitale? » . Dal monte Bental si vedono i ribelli siriani e gli iraniani, ma l’America è troppo lontana.

Fonte: Vincenzo Nigro, LA REPUBBLICA

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