Alla Cpi-Eng di Trieste: «Assumere una donna incinta? La rivoluzione dell’impresa sta nelle persone»

Alla Cpi-Eng di Trieste: «Assumere una donna incinta? La rivoluzione dell’impresa sta nelle persone»

Delia lavora in un coworking: sta al computer mentre le educatrici seguono il suo bambino

«Delia è venuta a lavorare da noi due anni fa. Alla scadenza del primo contratto mi ha detto: sono incinta, se è necessario resto a casa. Io le ho risposto: no, ti rinnovo a tempo indeterminato, sei brava e voglio che rimani con noi». Christian Bracich, 42 anni, titolare della Cpi-Engineering di Trieste è stupito dal clamore mediatico che ha avuto la storia dell’assunzione di una mamma: «Io ho fatto una cosa che ritengo assolutamente normale, evidentemente l’Italia è ancora indietro».

Nel Paese delle dimissioni in bianco e delle molestie alle donne, in effetti l’idea che si assuma una lavoratrice incinta rischia di apparire rivoluzionaria. Come ha sviluppato la sensibilità al problema?

Credo che molto venga dalla mia storia personale, ma anche dall’idea che ho del lavoro e dell’azienda. Parto dalla prima. La Cpi-Eng è stata fondata da mio padre nel 1985: progettiamo macchinari industriali, disegniamo prototipi, andiamo dall’automotive al biomedicale, fino alle macchine del caffè per la Illy. Guardavo mio padre disegnare e sognavo di diventare progettista. Poi però lui ha dovuto chiudere, per la crisi, nel 1995. Mi sono rimboccato le maniche con l’obiettivo di riaprire: di giorno facevo il manovale al porto, di notte studiavo ingegneria e disegnavo. Sono stati anni entusiasmanti, ma anche molto duri: a vent’anni la mia compagna di allora è rimasta incinta, quindi ci siamo ritrovati a lavorare entrambi e a crescere un bambino. Ho capito la difficoltà di essere genitore: e tra l’altro mio figlio, che oggi ha 22 anni, lavora con noi come progettista.

Dopo pochi anni quindi è riuscito a riaprire la Cpi-Eng. Ma tanti suoi colleghi imprenditori ritengono la maternità un costo, un fattore che rallenta e mina la produttività. Lei è d’accordo con loro? Quante donne ha assunto nella sua impresa?

La maternità rappresenta certamente un costo per l’impresa, ma costa molto di più sostituire una persona che lavora bene con un’altra a cui devi insegnare tutto daccapo. Qui entra in gioco la mia idea di azienda: si tratta di persone, non di numeri. Chi lavora deve essere motivato, sereno, bisogna invogliarlo a collaborare. E poi io non guardo i minuti, le ore, non abbiamo il cartellino. Si va per obiettivi: puoi impegnarti di mattina o di pomeriggio, l’importante è che per la scadenza mi porti quel determinato lavoro. Dipende anche dalle commesse: se sei vicino alla deadline sei più stressato, altrimenti sei più libero. Le persone – se dai i giusti spazi – si sanno autoregolare. Siamo una quarantina, di cui cinque donne: ma in posizioni da manager.

Quindi ci sono altre mamme.

Sì, certo, e anche qualche papà, che a loro volta hanno preso dei congedi. Delia, la mamma che ha fatto «notizia» per la sua assunzione, è addetta al marketing. Un’altra collega cura le assunzioni e si occupa del personale, un’altra è ingegnera meccanica e project manager. Un’altra è purchaser manager, segue gli acquisti. Una di loro è attualmente incinta, partorirà tra due mesi, ed è a tempo indeterminato. Un’altra, con due figli, lavorava come interinale ma la sua vecchia azienda non voleva concederle il part time per seguire i bimbi piccoli. Io le ho detto: «Licenziati e vieni da noi, ti dò io il part time. Più avanti, quando avrai più tempo, farai più ore». Sono tutte persone di valore, per questo le ho assunte stabilmente.

Come vi siete accordati con Delia? Lavora in azienda?

No, ma molto vicino: abbiamo trovato un coworking dove ci sono delle educatrici che possono tenerle il bambino mentre lei lavora. Si porta un computer e un telefono e non perde di vista suo figlio. È lei a pagare la postazione del coworking, ma assumendola le ho dato un aumento. Credo sia una soluzione flessibile, che sta bene sia a lei che all’azienda.

Il vostro è un settore molto innovativo. Cosa si aspetta dal prossimo governo?

Vedo una situazione di stallo, speriamo di averlo presto un governo. Prima di tutto si devono aiutare le aziende: principalmente sulle tasse, tagliando il cuneo fiscale, anche per poter lasciare in tasca ai dipendenti una cifra più alta rispetto a quella che investiamo su di loro. Poi sicuramente servono più aiuti alle mamme, più asili nido.

Il Jobs Act l’ha favorita? Come vede il reddito di cittadinanza?

Il Jobs Act mi ha permesso di fare tante assunzioni, di portare i dipendenti al tempo indeterminato: lo vedo positivamente. Quanto al reddito di cittadinanza, non saprei in che modo può aiutare le aziende. Soprattutto direi che i politici devono cambiare la legge elettorale: si deve poter stabilire subito chi vince e chi perde e poi, qualsiasi governo abbiano deciso i cittadini, che vada a governare subito.

FONTE: Antonio Sciotto, IL MANIFESTO



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