A morte migliaia di miliziani Isis dopo processi farsa in Iraq

È il momento della giustizia-vendetta contro i militanti di Isis e le loro famiglie catturati dall’esercito iracheno

Lorenzo Cremonesi • 30/4/2018 • Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi • 451 Viste

È il momento della giustizia-vendetta contro i militanti di Isis e le loro famiglie catturati dall’esercito iracheno. A migliaia vengono processati e quasi tutti condannati dai tribunali del Paese, con un’attenzione particolare per gli stranieri (in maggioranza turchi, tunisini, russi, libici, algerini), che costituivano il nocciolo duro del Califfato. Non sono state diffuse statistiche ufficiali complete, ma i detenuti con l’accusa di aver militato con Isis potrebbero essere circa 20 mila, compresi donne e bambini. Pare che oltre il 95 per cento dei processi termini con tre tipologie di sentenze: 15 anni di carcere, ergastolo e pena capitale per impiccagione. A chiedere sentenze rapide e soprattutto dure è anche il premier Haider al Abadi, che vede nella vittoria contro il Califfato uno degli argomenti destinati a facilitarlo alle elezioni del prossimo 12 maggio. A ben poco servono le denunce dell’Alto Commissario per i Diritti Umani dell’Onu, che parla di «aborto irreversibile della giustizia», assieme alle condanne di Amnesty International e Human Rights Watch. Una politica però destinata a marginalizzare la popolazione sunnita irachena, che spesso vede nella durezza delle condanne l’ennesimo atto ostile da parte del governo a maggioranza sciita. Fu proprio la repressione anti-sunnita preceduta dall’invasione americana del 2003 a generare le condizioni per la diffusione di Al Qaeda e poi Isis in Iraq e in seguito in Siria. Per molti aspetti c’era tuttavia da aspettarsi che i tribunali iracheni non avrebbero avuto alcuna pietà contro i seguaci di Abu Bakr al Bagdadi. Le immagini degli orrori commessi da Isis quattro anni fa con la presa di Mosul sono parte integrante della narrativa nazionale. Al Abadi sa bene che la notizia di ogni esecuzione gli porta consensi tra l’elettorato sciita e persino curdo. Così, l’inviato dell’Ap nel tribunale di Tel Keif, alla periferia di Mosul, testimonia di condanne a morte sentenziate dopo solo mezz’ora di processo, dove gli avvocati quasi non conoscono i loro clienti, con gli stessi imputati che parlano in aula di confessioni estratte con la tortura in celle al limite dell’umano. Undici donne sono appena state condannate all’ergastolo. Ai primi di aprile 12 donne turche e due azere sono state condannate a morte dal tribunale di Bagdad in meno di due ore.

FONTE: Lorenzo Cremonesi, CORRIERE DELLA SERA

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