Rivelazioni del New York Times: forze speciali Usa combattono in Yemen per i Sauditi

Golfo. Rivelazione del New York Times: berretti verdi stanno partecipando attivamente al conflitto, il Pentagono mente. A Socotra, intanto, scoppiano le proteste popolari contro la presenza (militare e turistica) degli Emirati

Chiara Cruciati • 5/5/2018 • Guerre, Armi & Terrorismi • 328 Viste

Operazioni segrete, berretti verdi, insabbiamenti del Pentagono: le rivelazioni del New York Times sulla guerra yemenita aprono l’ennesimo squarcio sul muro di gomma occidentale.

Forze speciali dell’esercito statunitense starebbero partecipando direttamente all’offensiva, a sostegno dell’Arabia saudita, al confine con lo Yemen. Non mera logistica, come finora detto dal Pentagono: i berretti verdi svolgerebbero attività di localizzazione e distruzione di depositi di missili balistici e basi di lancio dei ribelli Houthi.

«Lo scorso anno un team di una dozzina di berretti verdi è arrivato al confine tra Arabia saudita e Yemen, un’escalation continua delle guerre segrete americane – scrive il Nyt – Questo contraddice le dichiarazioni del Pentagono secondo cui l’assistenza militare Usa alla campagna saudita in Yemen è limitata al rifornimento degli aerei, la logistica e la condivisione di intelligence».

La rivelazione non è così scontata: lo Yemen è da anni – dall’amministrazione Obama in poi – il modello della guerra a distanza Usa, una guerra dei droni senza truppe sul terreno. E se 12 soldati non sono un battaglione, la notizia è dirimente in un contesto di guerra globale. Perché quello in Yemen non è un mero conflitto interno, tra un movimento ribelle (Ansar Allah) e un governo (quello del presidente Hadi): è uno scontro che vede l’attiva partecipazione di attori internazionali, per buona parte intenzionati a ridurre l’influenza iraniana nella regione.

Era già nota la presenza di 50 consiglieri militari Usa e di 200 soldati britannici. Come è noto l’enorme rifornimento di armi a Riyadh da parte dei governi occidentali, tra cui l’Italia (su cui i dati non sono certi: secondo Rete Disarmo, Roma non ha certificato tutte le commesse, all’appello mancherebbero 19.675 bombe nel 2016, per un valore complessivo di 411 milioni di euro).

In prima fila, dopo Washington, c’è la Gran Bretagna con commesse da 6,2 miliardi di dollari dal marzo 2015, inizio del conflitto in Yemen. Ieri, però, chi si batte per l’embargo ha ottenuto una mezza vittoria: la Corte d’Appello di Londra ha stabilito il diritto della Campaign Against Arms Trade di appellare la sentenza del luglio 2017 della Corte Suprema secondo cui la vendita di armi a Riyadh non violerebbe la legge.

Nel frattempo la guerra continua. Mentre a nord si apre la questione berretti verdi, a sud sale la tensione intorno al ruolo degli Emirati arabi. In rotta con l’alleato Hadi, Abu Dhabi segue una politica tutta sua, in contraddizione anche con quella saudita e diretta ad acquisire influenza nelle zone strategiche, ovvero la costa meridionale e lo stretto di Bab al-Mandab.

Lo fa attraverso l’armamento delle forze separatiste meridionali, aprendo carceri e ora dispiegando soldati, carri armati e caccia nell’isola yemenita di Socotra (meraviglioso arcipelago patrimonio Unesco), a oriente del Corno d’Africa e del Golfo di Aden.

La popolazione, 60mila persone, è insorta: proteste sono scoppiate contro la presenza straniera e la militarizzazione dell’isola, «ripulita» della presenza dell’esercito governativo yemenita e tramutata in una base emiratina per metà militare e per metà turistica: da mesi Abu Dhabi organizza tour per i propri cittadini e dispensa visti di lavoro e assistenza sanitaria. Come se Socotra fosse già sua.

FONTE: Chiara Cruciati,  IL MANIFESTO

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