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Dopo la crisi l’economia cresce, ma anche la povertà

Austerity. L’ultimo outlook realizzato dalla Confcommercio e dal Censis

redazione • 8/5/2018 • Lavoro, economia & finanza nel mondo, Povertà & Esclusione sociale, Studi, Rapporti & Statistiche, Welfare & Politiche sociali • 372 Viste

Un’ulteriore conferma di come la doppia crisi del 2008-2009 e del 2012-13 abbia modificato, in peggio, la struttura della società e dell’economia italiana, con effetti di lungo periodo, arriva anche dall’ultimo outlook realizzato dalla Confcommercio e dal Censis.

La cura dell’austerità ha prodotto i suoi «frutti»: l’economia cresce, sebbene moderatamente, grazie soprattutto all’export, mentre la domanda interna fa registrare un arretramento vistoso rispetto ai livelli pre-crisi.

Non è un caso italiano, beninteso. E’ l’Europa nel suo insieme che si è allineata al modello tedesco, che ha agganciato la propria economia alla domanda degli altri, comprimendo quella propria.

Una questione che sta alla base, peraltro, dei dissapori con gli Stati Uniti d’America, pronti a scatenare una guerra dei dazi se non ci saranno cambiamenti nei rapporti commerciali tra le due sponde dell’Atlantico.

Per l’Italia, tutto questo ha significato una fuoriuscita dalla crisi con una perdita di «20mila euro di ricchezza pro capite in dieci anni», secondo lo studio della nota organizzazione dei lavoratori autonomi e dell’istituto di ricerche socio-economiche fondato da Giuseppe De Rita.

Un avvio di recupero della ricchezza persa dal 2008 in poi, sostanzialmente, al quale hanno fatto da contraltare, a parità di potere d’acquisto, consumi ridotti nell’ordine di mille euro a testa ed un reddito disponibile sceso di circa duemila euro per ogni singolo cittadino (si è passati dai 20.771 euro del 2007 agli attuali 18.845 euro). Giù anche la ricchezza finanziaria pro-capite, che scende del 9%, e quella immobiliare, che registra un calo dell’11%.

Un dato comprovato anche dalle ultimissime stime dell’Ocse sull’inflazione nei Paesi membri. L’organizzazione con sede a Parigi ha rilevato che a marzo (su base annua), per l’intera area di riferimento (sono 36 i Paesi che vi aderiscono), l’aumento dei prezzi è stato del 2,3%, mentre in Italia soltanto dello 0,8%, a conferma di consumi ancora troppo bassi.

Meno soldi in tasca, più risparmio, nondimeno. E’ possibile? La ricerca spiega che è aumentato il numero delle famiglie italiane (17,3%) che,
nonostante la minore disponibilità di reddito (anche per l’incidenza di spese obbligatorie più esose, tra affitto, bollette, ecc.), nell’ultimo periodo hanno accantonato una parte dello stesso «per eventuali imprevisti». Un calo della fiducia nel futuro, dopo una brevissima parentesi di ottimismo. Fatto non secondario, se si pensa a quanto conti la fiducia in economia.

«La ripresa si sta sgonfiando», è comunque l’ammonimento di Confcommercio, che mette in guardia la politica anche dal rischio di un aumento dell’Iva, qualora non siano disinnescate le cosiddette «clausole di salvaguardia» inserite, per l’ottavo anno consecutivo, nella legge di bilancio. Di cosa parliamo? Della sciagurata ipotesi che l’aliquota ordinaria, oggi al 22%, passi al 24,2% dal primo gennaio 2019, per finire al 25% nel 2021. E della necessità, altrettanto sciagurata, per il governo, di reperire 32 miliardi nel biennio per scongiurarla, sottraendo altre risorse alla spesa sociale.

L’aumento dell’Iva, in ogni caso, potrebbe giocare un brutto scherzo all’economia italiana, la cui crescita già è data in calo per l’anno che verrà (dall’1,5 al 1,2%) e rimane la più debole tra tutti i Paesi Ue (l’anno prossimo la Grecia crescerà ad un ritmo doppio del nostro). Deprimerebbe ancora di più i consumi, colpirebbe maggiormente i ceti popolari, influirebbe sulla sostenibilità del debito (rapporto debito/pil).

Ne è consapevole il presidente della Repubblica, ma anche i partiti, che, a questo punto, a dispetto delle dichiarazioni pubbliche (e delle piroette tattiche), potrebbero accettare la soluzione di un «governo neutrale». Formula ipocrita, per definire un esecutivo cui sarebbe affidato il compito di chiedere nuovi sacrifici agli italiani, rispondendo alle sollecitazioni di Bruxelles.

D’altronde, la Commissione è stata lapidaria nelle sue «previsioni di primavera», a proposito del nostro Paese: nel 2017 l’aumento dei ricavi ed il contenimento della spesa sono stati «ampiamente compensati dal sostegno al settore bancario». In qualche modo bisognerà riparare.

FONTE: IL MANIFESTO

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