POVERTÀ E DISUGUAGLIANZE. LE TANTE VELOCITÀ DELL’EUROPA

Questo brano proviene dal secondo capitolo del 15° Rapporto sui diritti globali, Ediesse editore, dedicato alle politiche sociali

Susanna Ronconi, dal 15° Rapporto sui diritti globali • 14/5/2018 • Contenuti in copertina, Rapporto 2017 • 491 Viste

Ci si sta avvicinando a grandi passi allo scadere del programma Europe 2020 e già si ragiona sugli obiettivi di quello 2030, con annesse dichiarazioni, statement e convegni. Ma intanto gli obiettivi di Europe 2020 nel sociale non hanno dato buona prova di sé: uno di questi prevedeva di migliorare le condizioni di 21 milioni di europei portandoli fuori dalla povertà, ma le flessioni positive che pure si riscontrano nelle statistiche più recenti sono minime e soprattutto non sono distribuite in modo omogeneo nell’Unione. Per le statistiche comunitarie essere poveri vuol dire ricadere in una o più di queste tipologie: essere a rischio povertà (una soglia di reddito sotto il 60% di quello medio nazionale), subire una deprivazione materiale grave (con 9 indicatori relativi) o avere una bassa intensità lavorativa (lavorare meno del 20% del proprio potenziale). Ebbene, nella UE28 vi sono 118.700.000 persone povere, il 23,7% (dati 2015), erano il 24,4% nel 2014, dunque la lotta alla povertà ha prodotto un miglioramento minimo, che riguarda lo 0,7% degli europei. Ma, soprattutto, la geografia di queste povertà varia molto all’interno dell’Unione: alcuni Paesi contano oltre un terzo di residenti poveri, la Bulgaria (41,3%), la Romania (37,3%) e la Grecia (35,7%); sul fronte opposto, Finlandia (16,8%), Olanda (16,4%), Svezia (16,0%), Repubblica Ceca (14,0%). Se nella media si è avuta una leggera diminuzione, in alcuni Paesi tra il 2015 e il 2014 la povertà è aumentata, come in Lituania (+2%) e a Cipro (+1,5%).

Permane l’emergenza povertà dei minori, i dati su povertà ed esclusione sociale mostrano una loro condizione più grave: sono più poveri del resto della popolazione (il 26,9%), particolarmente in Romania, Ungheria, Regno Unito e Slovacchia; la percentuale di loro che vive in famiglie povere oscilla dal 14% di Svezia e Finlandia al 40% di Romania and Bulgaria. Le ragioni di questa povertà del nucleo famigliare stanno soprattutto nella posizione dei genitori nel mercato del lavoro, nella numerosità dei componenti della famiglia e nelle politiche di welfare locali, cioè nei trasferimenti e nei servizi offerti.

Infine, la deprivazione materiale, che misura la qualità della vita con indicatori che riguardano il cibo, la qualità dell’abitare, l’accesso alla cultura e altri indicatori economici, come essere indebitati o non poter far fronte a spese improvvise. Chi è severamente deprivato è l’8% della popolazione dell’Unione, con picchi del 22,2% in Grecia, del 22,7% in Romania e del 34,2% in Bulgaria, e situazioni più contenute in Olanda (2,6%) e Finlandia (2,2%). In media, la deprivazione scende dello 0,8% ma in alcuni Paesi è in crescita. Un indicatore quale il non poter far fronte a una spesa inattesa (calcolata in un dodicesimo della soglia di povertà) arriva a riguardare ben il 37,3% della popolazione UE28, ed è elevata anche nei Paesi meno poveri, come Danimarca, Belgio, Lussemburgo, Svezia e Olanda.

La spesa sociale nell’Unione. Una mappa di luci e ombre

A fronte di questo scenario difficile per l’Europa, la risposta comunitaria in termini di welfare e protezione sociale non sembra aver registrato l’urgenza di contromosse efficaci. È vero che in media si è investito di più nella spesa sociale, ma in maniera non così decisa: si arriva al 28,7% del PIL (dati 2014), era il 28,3% nel 2011, dunque uno +0,4 di incremento.

Uno dei problemi relativi al contrasto alle povertà vecchie e nuove non è solo l’entità della spesa, ma anche la sua composizione: quella media UE28 vede il 49,5% appannaggio delle pensioni, il 36,5% per la sanità, mentre voci come disoccupazione, famiglia e abitazione riscuotono percentuali a una cifra, rispettivamente 5,1% del totale della spesa, 8,5% e 4% (Eurostat, 2016).

Un altro elemento critico è la mappa della spesa sociale molto differenziata tra i Paesi dell’Unione, che fa sì che i cittadini europei non siano per nulla uguali: si va dal 34,3% del PIL investito in spesa sociale in Francia, il 33,5% in Danimarca, il 30,9% in Olanda e il 30% dell’Italia, fino, di contro, il 14,5% della Lettonia, il 14,7% della Lituania, il 15,1% della Estonia e il 18,5% di Bulgaria e Slovacchia. Così varia la spesa pro capite (ponderata): fatta 100 quella media UE28, si oscilla dai 32 euro della Bulgaria ai 188 del Lussemburgo.

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Riportare i diritti nel lavoro. Leggi qui la prefazione di Susanna Camusso al 15° Rapporto

Il vecchio che avanza. Leggi e scarica qui l’introduzione di Sergio Segio al 15° Rapporto

La presentazione alla CGIL di Roma

Qui la registrazione integrale della presentazione alla CGIL di Roma del 27 novembre 2017

Qui le interviste a Sergio Segio, Patrizio Gonnella, Marco De Ponte, Francesco Martone

Qui notizie e lanci dell’ANSA sulla presentazione del 15° Rapporto

Qui il post di Comune-Info

Qui si può ascoltare il servizio di Radio Articolo1 curato da Simona Ciaramitaro

Qui un articolo sul Rapporto, a pag. 4 di ARCI-Report n. 37

Qui un articolo sul Rapporto, da pag. 13 di Sinistra Sindacale n. 21

Qui la registrazione di Radio Radicale della presentazione del 15° Rapporto a Torino, il 31 gennaio 2018

Qui un’intervista video a Sergio Segio e Susanna Ronconi sui temi del nuovo Rapporto

Qui l’articolo di Sergio Segio “L’apocalisse e il cambiamento possibile”, da Appunti n. 23, 1/2018

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