Maurizio Landini: “Appalti al ribasso, precarietà, pochi ispettori Sono i caduti di una guerra”

Landini punta l’indice contro il lavoro precario perché persone impiegate a tempo, senza formazione, accettano mansioni fuorilegge che neanche denunciano per paura di perdere il contratto

ALDO FONTANAROSA • 14/5/2018 • Salute & Sicurezza sul lavoro, Sindacato • 166 Viste

Maurizio Landini, una vita per le tute blu della Fiom, oggi nella segreteria Cgil, punta l’indice contro il Codice degli appalti. Il Codice — spiega — favorisce le imprese che lavorano al massimo ribasso. Ma un meccanismo di tagli e tagli alla fine scarica sui lavoratori rischi inimmaginabili.

Landini punta l’indice contro il lavoro precario perché persone impiegate a tempo, senza formazione, accettano mansioni fuorilegge che neanche denunciano per paura di perdere il contratto. «In questo quadro, mentre una bomba di acciaio fuso esplode sui corpi degli operai delle Acciaierie Venete, i numeri sugli infortuni sono quelli di una guerra. La sicurezza? È ancora considerata un costo quando invece è un investimento sul futuro».
Landini, come ha saputo dell’incidente di ieri?
«Da compagne e compagni della Fiom di Padova, che mi hanno dato anche il profilo degli operai coinvolti: due dipendenti delle Acciaierie Venete e due di una società in appalto».
In appalto? È rilevante?
«La fabbrica è ora sotto sequestro e i magistrati cercheranno le ragioni di tutto questo, nel caso specifico. Ma la mente, intanto, corre alla Fincantieri di Monfalcone dove pochi giorni fa è morto un giovane di appena 19 anni di una ditta anch’essa in appalto».
Forse basterebbe che gli ispettori verificassero se un’azienda anche in appalto rispetta le norme.
«Mentre la liberalizzazione degli appalti crea i presupposti di un simile disastro, gli ispettori continuano a mancare. Sono state annunciate 300-400 nuove assunzioni che sono insufficienti.
E le Regioni intanto tagliano i servizi di Medicina preventiva».
Che cosa dovrebbero fare gli ispettori?
«Battere il territorio, provincia dopo provincia. E farlo in modo mirato. Tavoli territoriali, che coinvolgano tutti inclusa l’Inail, possono fare da bussola. I dati statistici permetteranno di individuare le produzioni a più alto rischio. Partiamo da quelle per fermare un fenomeno che assomiglia a una guerra».
Che numeri ha da gennaio?
«Siamo a 257 morti. Se contiamo le persone decedute mentre raggiungevano il lavoro, allora superiamo quota 400. L’aumento delle morti coincide peraltro con la ripresa dell’economia e dei fatturati: qualcosa proprio non funziona».
I lavoratori eleggono, tra loro, un responsabile della sicurezza in fabbrica. Serve?
«Certamente sì, se questa figura venisse rispettata. A Vercelli, un’azienda ha licenziato un responsabile solo perché ha denunciato situazioni di rischio dopo un infortunio grave».
Morti e infortunati sono giovani?
«Non è detto: di quelli che sono morti, più del 25% ha oltre 60 anni. Ora, le sembra giusto che un sessantenne sia alla guida del trattore da cui magari sarà travolto? Che cada nel vuoto in un cantiere edile? Aumentare l’età pensionabile anche per alcuni impieghi pericolosi è stata follia».
La vertenza Ilva. Lei come la valuta, Landini?
«Trovo singolare l’atteggiamento del ministro Calenda. Alcuni mesi fa il governo ha raggiunto un’intesa con Mittal. Poi ha chiesto a noi sindacalisti di sottoscriverla.
Noi abbiamo detto di no soltanto perché vogliamo una trattativa vera, e non certo per ragioni politiche».
Vi accusano di agire per strategia politica, ora che il governo cambia.
«Abbiamo detto di no perché quell’intesa prevede 4000 mila esuberi e non precisa, poi, i diritti dei lavoratori che restano. A regime, Mittal vuole passare da 5 milioni di tonnellate prodotte a 9,5 milioni. Non è il caso di fare licenziamenti, mi pare. Mittal non chiarisce, infine, quali tecnologie impiegherà per tutelare la salute dei lavoratori e di Taranto stessa. Il ministro ama i sindacalisti che firmano articoli con lui. Molto meno chi vuole confrontarsi. La trattativa è una mediazione, non è accettare per intero le ragioni dell’altro».

Fonte: ALDO FONTANAROSA, LA REPUBBLICA

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