Gaza. Severo monito del papa: «Guerra chiama guerra»

Gaza. Severo monito del papa: «Guerra chiama guerra»

Intanto il Guatemala segue Trump: ieri l’ambasciata è stata trasferita a Gerusalemme

«Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza». Sulla strage di Gaza papa Francesco non ha usato ieri mezzi termini: «Esprimo il mio grande dolore per i morti e i feriti. Ribadisco che non è mai l’uso della violenza che porta alla pace».

Un monito duro a Israele che si ritrova anche nelle parole delle chiese cattoliche in Palestina: i vescovi della Terra Santa hanno chiesto la fine immediata dell’assedio israeliano su Gaza e criticato la mossa unilaterale di Trump su Gerusalemme: «Sia città aperta a tutti i popoli – scrivono – Non c’è motivo che possa impedire alla città di essere capitale di Israele e Palestina».

Continua intanto la bagarre diplomatica: dopo il ritiro del rappresentante palestinese da Washington, ieri il presidente dell’Anp Abu Mazen ha richiamato quelli in Romania, Repubblica Ceca, Austria e Ungheria, i paesi europei che hanno partecipato all’inaugurazione della nuova sede dell’ambasciata Usa mentre a Gaza si compiva un massacro.

E mentre gli Usa bloccavano in Consiglio di Sicurezza la risoluzione del Kuwait che chiedeva un’indagine indipendente, il Guatemala trasferiva la propria rappresentanza a Gerusalemme alla presenza del premier israeliano Netanyahu e del presidente guatemalteco Morales. Un domino pericoloso che dimostra ai più scettici che quella di Trump non è stata affatto una mossa simbolica, ma un atto foriero di conseguenze interne e internazionali.

Di questo discute oggi la Lega Araba, in un meeting straordinario al Cairo: come preannunciato dal segretario aggiunto Zaki, «sarà presentato un progetto di risoluzione» per «affrontare l’aggressione israeliana contro il popolo palestinese e a reagire alla decisione illegale presa dagli Usa».

Che il mondo arabo inizi a muoversi? Improbabile, visti i rapporti che legano molte leadership alla Casa bianca (a partire dal Cairo e Riyadh), gli interessi comuni con Israele e la radicata opposizione a Hamas che caratterizza le principali capitali.

Chi sembra aver assunto la posizione più dura è il presidente turco Erdogan, artefice di rotture e pronte riconciliazioni con Israele ma consapevole che sventolare la bandiera palestinese radica la sua immagine di leader arabo e islamico.

Dopo la rispettiva cacciata degli ambasciatori, ieri è stata giornata di provocazioni: ha aperto Erdogan che ha definito Netanyahu «capo di uno Stato di apartheid»; ha proseguito Bibi accusando Erdogan di violazioni a Cipro Nord e di mani sporche del sangue curdo. Poi è stata la volta della Knesset che ha annunciato una mozione per il riconoscimento del genocidio armeno.

Chissà quanto durerà: l’assalto israeliano alla Mavi Marmara diretta a Gaza e l’uccisione di nove attivisti turchi si era chiusa con risarcimenti e pacche sulle spalle.

FONTE: Chiara Cruciati, IL MANIFESTO



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