Attentato “famigliare” in Indonesia, madre e figli si fanno esplodere in tre chiese

Prima colpiscono i ragazzi in moto, poi la donna con le bimbe, infine il capo-cellula. Tredici morti

Guido Olimpio • 14/5/2018 • Guerre, Armi & Terrorismi • 334 Viste

Una strage diversa nella storia del terrore: a eseguirla un’intera famiglia. Non era mai avvenuto. Il padre, la madre e quattro figli — alcuni minori — diventati attentatori suicidi in alcune chiese di Surabaya, in Indonesia. Tredici morti e una quarantina di feriti. Massacro rivendicato dallo Stato Islamico che rilancia il fronte asiatico insieme alle azioni individuali in Europa.

L’attacco è stato ben coordinato. Attorno alle 7.30 due giovani, Yusuf di 18 anni e il fratello Alif di 16, sono arrivati in moto davanti alla Chiesa di Santa Maria ed hanno attivato gli zaini imbottiti d’esplosivo. Qualche istante dopo è entrata in azione la madre dei ragazzi, Puji Kuswanti. Il marito l’ha accompagnata in auto davanti al tempio di Diponegoro: lei è scesa con a fianco le figlie Fadila, 12 anni, e Pamela, di appena 9. Una guardia ha cercato, senza riuscirvi, di bloccarla. La donna, una volta all’interno, ha abbracciato la prima persona che ha incontrato, quindi ha azionato la bomba. Infine è stato Dita a chiudere l’operazione a bordo della sua vettura- trappola innescata nei pressi del centro pentecostale. Carneficina che poteva essere ancora più pesante se fossero deflagrati altri 3 ordigni trovati intatti.

La sequenza di morte oltre al dolore per le vittime ha provocato dure reazioni. Il presidente Joko Widodo ha parlato di atto codardo e barbaro. Grande lo sgomento tra i cristiani che rappresentano il 9% dei 260 milioni di abitanti del più grande Paese musulmano. La comunità, insieme ai turisti, è stata spesso bersaglio dei militanti. Dal 2000 i seguaci di Osama hanno colpito hotel e ritrovi a ripetizione, quindi luoghi di culto. Una campagna portata avanti dalla Jemaa, da frange qaediste, infine dagli uomini del Califfo. Dall’Indonesia sono partiti circa mille volontari che sono andati a combattere in Siria e in Iraq, altri simpatizzanti hanno proseguito l’attività dentro i confini o in altri stati della regione, come le Filippine.

Per l’intelligence è cresciuto il ruolo della Jemaa Ansharut Daula — Jad —, sigla che si è allineata sulle posizioni dell’Isis. C’è però chi ritiene la fazione una sorta di ombrello sotto il quale sono confluiti elementi che si riconoscono nella strategia dello Stato Islamico. Una realtà legata al leader Aman Abdurrahman — oggi in prigione — ma anche in rapporti con referenti in Medio Oriente. Una nebulosa pericolosa che potrebbe essere protagonista di nuove incursioni. Il massacro è stato preceduto da una rivolta in un carcere e da uno scontro a fuoco a Sukabumi dove 4 mujaheddin sono stati eliminati dai reparti speciali. Ultimi episodi di una lunga serie.

Quello di domenica ha presentato due aspetti. Il primo, orrendo: le bambine coinvolte in una missione sacrificale, forse le più giovani tra quelle impiegate da movimenti radicali. Risvolto tattico peraltro comune ai nigeriani di Boko Haram non hanno avuto remore a utilizzare minori. Il secondo, già visto: la cellula familiare. È dagli anni 90 che gli estremisti creano il micro-gruppo usando i parenti. Perché aumenta la compattezza, i membri si fanno coraggio uno con l’altro, è più difficile infiltrarlo e, al tempo stesso, favorisce i contatti senza suscitare troppi sospetti. A Surabaya il padre non solo ha fatto da cattivo maestro ma ha guidato il suo commando personale.

FONTE: Guido Olimpio, CORRIERE DELLA SERA

photo: By Cahaya Maulidian (Winluxhuman) – Corresponding author, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=57580999

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