Costruzioni. In tremila scioperano per salvare Condotte

Edilizia e Corruzione. Nel terzo gruppo italiano delle costruzioni la crisi finanziaria è gravissima ma la proprietà è contro l’amministrazione straordinaria. Salini Impregilo pronta a cannabalizzarla

Massimo Franchi • 3/5/2018 • Lavoro, economia & finanza • 817 Viste

È nata 138 anni fa costruendo acquedotti, rischia di morire come «spezzatino». Il terzo sciopero in due settimane per cercare di salvare Condotte, una delle più grandi aziende di costruzioni del paese, ha prodotto una reazione fotocopia della proprietà: «parole al vento e nessuna intenzione di seguire l’unica strada praticabile, l’amministrazione straordinaria», spiegano i lavoratori in presidio davanti alla sede di Roma sulla via Salaria.
In un panorama spettrale di desertificazione industriale – lì vicino ha chiuso anche Sky – l’azienda che conta 3mila dipendenti è alle prese con una crisi finanziaria aggravata dall’inchiesta (e arresto) per corruzione del suo presidente Duccio Astaldi per una tangente sui lavori dell’autostrada Siracusa-Gela. La proprietà è ancora nelle mani della holding Ferfina della famiglia Bruno Tolomei Frigerio, ma nelle cariche sociali non mancano i grandi nomi: presidente del consiglio di sorveglianza è Franco Bassanini.
Da un anno molti dei fornitori dell’impresa che continua a vincere bandi in giro per il mondo – dall’Algeria alla Polonia – non venivano pagati. La proprietà ha cercato scorciatoie per aggirare la pressione delle banche e alla fine si è trovata bloccata. L’istanza di concordato in continuità del 4 gennaio non è stato dunque un fulmine a ciel sereno, «ma da quel giorno tutto è rimasto bloccato e la proprietà e il management continuano a rimanere immobili e a perdere commesse nella speranza che qualche fondo speculativo dia modo loro di salvarsi vendendo parti dell’azienda», attacca Alessandro Rosignoli, dipendente e rsa della Fillea Cgil.
Due incontri al ministero dello Sviluppo non hanno sortito alcun effetto. Si aspetta la data per il terzo tavolo (giorno in cui è già pronto uno sciopero nazionale con manifestazione a Roma) mentre le voci si rincorrono. La richiesta unitaria dei sindacati Fillea Cgil, Filca Cisl e Feneal Uil di chiedere l’amministrazione straordinaria per evitare lo spezzatino è stata bocciata adducendo trattative in corso con alcuni fondi, primo fra i quali Oxy Capital, un fondo di investimento milanese. Le trattative in realtà vanno avanti da due mesi ma l’accordo non arriva.
In risposta allo sciopero di ieri l’azienda ha divulgato un comunicato tanto positivo da sembrare lunare. «È possibile superare questa difficile congiuntura e ripartire consolidando e rilanciando il nostro gruppo». Nella nota della proprietà si rilancia l’idea di «un piano di ristrutturazione aziendale fondato sulla costituzione di una NewCo, a cui sarà trasferita l’attività core del gruppo, la società è dunque fortemente impegnata nella finalizzazione, auspicabilmente in tempi brevi, della negoziazione in corso e, sopratutto, nel mantenimento dell’integrità aziendale e tutela del patrimonio professionale».
La realtà per i sindacati è molto più dura e triste. «Non hanno idea di cosa fare e i 56 dirigenti sono divisi – spiega Rosignoli – . Si oppongono all’amministrazione straordinaria perché sono terrorizzati all’idea che qualcuno di indipendente spulci nei bilanci e renda impossibile la ristrutturazione del debito». Quanto alla mossa di creare una «newCo», le idee paiono ancora più confuse. «Ad un certo punto sembrava che fosse la Inso di Firenze, azienda specializzata in costruzione di ospedali in attivo, a inglobare le attività. Poi è sembrato che volessero fare cassa vendendo la Cossi costruzioni. La verità è che Condotte fa gola ai competitor, specie a Salini Impregilo che si è fatta avanti per Cossi e ha dichiarato di voler rilevare solo le nostre commesse in Italia, dove non è forte, a partire dalla Cepav (l’alta velocità Verona-Brescia) e la Città della salute di Milano, gara vinta da noi e sulla quale ha fatto ricorso al Tar. Insomma – conclude Rosignoli – rischiamo di finire come uno spezzatino in cui a finire arrosto siamo solo noi dipendenti: 260 carpentieri sono già stati licenziati per la perdita di una commessa in Norvegia; i capi cantiere e i progettisti, che hanno mercato, se ne sono già andati, noi amministrativi quasi tutti non più giovani, che lavoriamo da decenni qui, non possiamo farlo».

FONTE: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

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