Dietro i profitti della multinazionale Walmart il lavoro forzato delle donne

Un rapporto realizzato da una coalizione di associazioni svela le condizioni di lavoro delle donne asiatiche nei punti vendita della catena Usa: schiaffi, abusi sessuali e verbali

Alessandra Colarizi • 29/5/2018 • Globalizzazione,sviluppo, multinazionali, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 553 Viste

Schiaffi, abusi sessuali, violenze verbali e altre molestie di vario genere. È il trattamento sperimentato quotidianamente dalle donne impiegate dai fornitori asiatici di Walmart, la multinazionale statunitense proprietaria della più grande catena di negozi al dettaglio del Nord America.

Lo rivela un’indagine condotta da una coalizione di enti benefici sulla base delle testimonianze rilasciate da circa 250 operaie localizzate in 60 fabbriche tra Bangladesh, Cambogia e Indonesia. Il rapporto – che parla espressamente di «esposizione sistematica alle violenze» – consta di 43 pagine ed è il risultato di oltre sei anni di investigazioni.

I risultati dello studio sono stati condivisi con la Thomson Reuters Foundation a pochi giorni dalla Conferenza annuale dell’Organizzazione internazionale del Lavoro (28 maggio-8 giugno), che quest’anno avrà come tema centrale proprio gli abusi sul lavoro.

«Tutti vedono una moda scintillante, veloce e accessibile, ma nessuno ha idea della violenza radicata contro le donne che viene propagata attraverso la catena di distribuzione», spiega alla Reuters Anannya Bhattacharjee dell’Asia Floor Wage Alliance, organizzazione coinvolta nell’inchiesta e che rappresenta i lavoratori del settore tessile.

Ai microfoni dell’agenzia di stampa britannica, Bhattacharjee mette in risalto come la mancanza di protezione legale costringa le vittime al silenzio, mentre la predominanza maschile all’interno dei sindacati costituisce un ulteriore deterrente. Spesso il rifiuto delle avance dei superiori è all’origine di ritorsioni, conferma nel rapporto un’operaia bengalese messa alla porta dopo aver minacciato di denunciare alla polizia il comportamento del proprio principale.

Per Jennifer Rosenbaum del network Global Labour Justice, il livello di «rappresaglie, coercizione e controllo» emerso dalle testimonianze rasenta addirittura il «lavoro forzato», una nuova forma di schiavitù a cui l’Asia è particolarmente esposta. Secondo l’Organizzazione Mondiale del Commercio, nel 2016 il continente ha rappresentato oltre la metà dei 443 miliardi di dollari generati dalle esportazioni globali di abbigliamento, con Bangladesh, Vietnam, India, Hong Kong, Indonesia e Cambogia a fare da traino.

«I resoconti dei lavoratori sono preoccupanti e prendiamo molto sul serio le accuse», ha dichiarato una portavoce di Walmart, che con i suoi oltre 11mila punti vendita in quasi trenta paesi costituisce uno degli interlocutori più importanti nella battaglia per i diritti dei lavoratori. La multinazionale – insieme a Gap e H&M – era già stata tacciata di «sfruttamento e abuso intensivo del lavoro» in un report del 2016 realizzato dall’Asia Floor Wage Alliance a soli tre anni dal catastrofico crollo del Rana Plaza, la fabbrica alla periferia di Dacca sotto le cui macerie hanno perso la vita oltre mille persone.

FONTE: Alessandra Colarizi, IL MANIFESTO

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