KIM, TRUMP E L’IMPRONTA DI MOON

Il leader sudcoreano sembra fare leva su una forza irresistibile: la vanità umana La voglia di “passare alla storia” è una tentazione formidabile. L’istinto attira Donald verso il vertice di Singapore

Federico Rampini • 28/5/2018 • Internazionale • 432 Viste

Scusate, avevamo scherzato. La pace mondiale è di nuovo a portata di mano. Il summit del secolo, fra Donald Trump e Kim Jong- un, è stato… “de-cancellato”? Se la parola non esiste sui dizionari non importa. I dizionari, come i manuali di istruzioni per l’uso delle relazioni internazionali, buttiamoli via e improvvisiamo. Nel weekend una squadra di alti rappresentanti della Casa Bianca hanno varcato il confine nordcoreano, accolti con tutti i riguardi dai vertici di un regime con cui Washington non ha rapporti diplomatici, anzi è ufficialmente in guerra ( dalla fine dei combattimenti nel 1953, mai è stato firmato un trattato di pace tra le parti). I delegati di Trump sono là per ultimare i preparativi del summit del 12 giugno a Singapore, stanno negoziando i minimi dettagli, fingono d’ignorare che giovedì quell’incontro era stato disdetto dal presidente americano con una formale lettera a Kim. A dimostrare che esistono delle realtà parallele, degli universi virtuali in cui i nostri avatarstanno vivendo altre combinazioni possibili della nostra vita.

L’alta delegazione americana è guidata da un uomo di grande esperienza: è l’americano-coreano Sung Kim, richiamato dal suo ruolo di ambasciatore nelle Filippine. Sung Kim nel 2005 partecipò per conto di George W. Bush ad un tentativo precedente di negoziare la de-nuclearizzazione di Pyongyang. Finì maluccio però lui ha accumulato un’esperienza preziosa. Conosce molto bene la sua controparte, Choe Son-hui, viceministra degli Esteri nordcoreana: proprio quella che pochi giorni fa diede dell’idiota al vicepresidente americano Mike Pence, facendo “quasi” saltare il vertice di Singapore. In questa commedia bisogna forse studiarsi le ritualità del teatro Kabuki ( giapponese): dove gli attori indossano maschere mostruose, fanno la faccia feroce, emettono urla orrende, ruotano spade, ma non succede nulla.
Un ruolo essenziale lo gioca fin dall’inizio il presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in. Fu lui a innescare la catena di eventi — i Giochi olimpici della pace, la squadra sportiva unificata delle due Coree — che hanno condotto dalle minacce di guerra atomica alla promessa dell’incontro faccia a faccia fra Kim e Trump. È stato ancora lui a precipitarsi per incontrare Kim nel weekend, e de- cancellare il summit. Moon si è auto- nominato il portavoce di un leader che per anni ha minacciato di polverizzare la sua capitale, Seul, sotto una pioggia di missili. In questo ruolo di portavoce, Moon ha annunciato che Kim al summit di Singapore ci tiene moltissimo ed è pronto a mettere sul tavolo la “ denuclearizzazione completa” della penisola coreana.
Qui bisogna fare un passo indietro. Di Moon sappiamo che è l’esponente della sinistra pacifista sudcoreana. Un po’ come la sinistra pacifista europea che negli anni Settanta pensava “meglio rossi che morti”, e per disinnescare la crisi degli euromissili era disposta a cedere ai ricatti dell’Unione sovietica, anche la sinistra sudcoreana è antiamericana e tentata dal neutralismo. Bisogna però mettersi nei panni di un Paese molto speciale. La storia di Seul fa impallidire i miracoli economici del Giappone o dell’Italia negli anni Cinquanta. La Corea del Sud nel dopoguerra era molto più povera dei Paesi arabi. Oggi si è issata al quarto posto fra le economie asiatiche e all’undicesimo tra quelle mondiali. Il suo reddito pro capite (a parità di potere d’acquisto) che è la vera misura della ricchezza, la piazza davanti all’Italia. Ha messo a segno una transizione dalla dittatura alla democrazia. E tutto questo con un vicino di casa che la terrorizza costruendo arsenali missilistici e nucleari per distruggerla ( anche perché la monarchia rossa dei Kim non conosce altri modi per tenere il proprio popolo in uno stato di legge marziale permanente). Mettiamoci al posto dei sudcoreani: c’è di che sperimentare ogni acrobazia, per placare Pyongyang.
Moon sembra fare leva su una forza irresistibile: la vanità umana. Sia Trump sia Kim sono dei campioni in quel settore. La voglia di “passare alla storia” è una tentazione formidabile. Trump si era affezionato all’idea del Nobel della Pace ( il copyright è di Moon). Kim è quello che ha meno da perdere. Anche se torna a mettere sul tavolo la “denuclearizzazione”, in cambio chiede la fine di ogni ostilità americana e garanzie sulla propria sicurezza. Dunque la denuclearizzazione potrebbe arrivare solo al termine di una lunga serie di concessioni americane e sudcoreane: fine delle sanzioni, aiuti economici, insomma un fiume di denaro per la nomenclatura comunista di Pyongyang ( e un po’ di briciole da distribuire anche al popolo). Il consigliere di Trump per la sicurezza nazionale, il “ falco” John Bolton, sostiene che è un tranello: la denuclearizzazione deve essere la premessa di tutto, la pre- condizione del summit. L’istinto attira Trump verso l’appuntamento di Singapore. Sente che, come minimo, sarà uno spettacolo di prim’ordine. Sia lui che Kim, in fondo, hanno il senso dello show. Possono ancora cambiare idea dodici volte. E questo è il mondo in cui viviamo.

Fonte: Federico Rampini, LA REPUBBLICA

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