Libia, spari sui migranti in fuga: 15 uccisi

Fuoco nella capitale libica e voci di attacchi di milizie al Gna in vista del vertice Sarraj-Haftar. A Bani Walid 100 rifugiati scappano dal centro di detenzione

Chiara Cruciati • 27/5/2018 • Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati, Internazionale • 646 Viste

«Sono vivo e vegeto»: offensiva di Haftar a Derna. E martedì va da Macron con Sarraj

Un tranquillo sabato di Ramadan o giornata di golpe. Difficile capire cosa sia successo tra giovedì e ieri a Tripoli. Fonti che abbiamo raggiunto sul posto riportano di una situazione di calma: nelle strade nessun conflitto a fuoco.

Eppure giovedì due civili avevano perso la vita in scontri tra milizie nel distretto Ras Hassan e ieri le agenzie internazionali riportavano della cacciata della Guardia presidenziale (a protezione del Gna, il debole governo di unità targato Onu del premier Sarraj) e dell’accerchiamento del Consiglio presidenziale da parte di miliziani armati.

Secondo il Libyan Express, tre milizie – la Brigata Halbous di Misurata, la Brigata dei rivoluzionari di Tripoli e la Brigata Ghaniwa, che in teoria proteggono l’esecutivo Sarraj e «dipendono» dal ministero dell’Interno – avrebbero assunto il controllo dell’aeroporto della capitale e del Consiglio presidenziale.

Ma a negare è lo stesso ministero dell’Interno: il Gna è al sicuro. Non smentisce però l’allontanamento della Guardia presidenziale. Perché? Una risposta possibile la dà Khaled al Tabib, ex responsabile della sicurezza, ad Agenzia Nova: dietro la ritirata imposta dal Gna «ci sarebbe quanto emerso dalle indagini sulla cellula di sostenitori dell’ex regime di Gheddafi, sgominata la scorsa settimana».

La scarsa fiducia reciproca tra la Guardia presidenziale e la galassia di milizie legate al governo, dovuta alla presenza di filo-gheddafiani del Fronte popolare di liberazione della Libia (nato a dicembre 2016 con Saif al-Islam come leader e candidato presidente), avrebbe convinto Sarraj a disfarsene attraverso la Rada, unità speciale filo-islamista. Dopo la ventina di arresti dei giorni scorsi, sarebbero emersi presunti progetti di azioni del Fronte nella zona sud di Tripoli.

Caos e informazioni parziali: la Libia resta luogo delle mille autorità e città-stato gestite da innumerevoli gruppi armati. In tale contesto si susseguono da anni infinitesimali tentativi di colpo di Stato, che rientrano subito o sono semplicemente smentiti.

L’impressione è che ogni simil-autorità utilizzi al momento opportuno la forza, anche solo per poche ore, per ricordare a tutti la propria esistenza e dunque la «legittimità» a partecipare a un eventuale pacificazione. In questo caso nel mirino c’è l’incontro di Sarraj con Haftar martedì a Parigi.

Eppure l’Italia considera la Libia paese abbastanza sicuro da poter svolgere il ruolo di enorme centro di detenzione per migranti. Prigioni in cui le condizioni di vita sono denunciate da mesi: abusi sessuali, torture, pestaggi in centri sovraffollati dove manca tutto.

È da uno di questi centri, a Bani Walid, sud est di Tripoli, che mercoledì sera più di cento rifugiati sono riusciti a fuggire. Le milizie, che li avevano catturati nel viaggio da Eritrea, Somalia e Etiopia e che li tenevano prigionieri in attesa di riscatti dalle famiglie, gli hanno sparato contro: 15 morti, 25 feriti ricoverati nell’ospedale di Medici Senza Frontiere a Bani Walid.

Le testimonianze dei sopravvissuti sono terribili: alcuni erano reclusi da tre anni, sottoposti a torture continue, riscontrate dai medici in cicatrici e ferite infette. Ora sono a Tripoli in un centro «riconosciuto», ufficiale, ma sicuramente non di molto migliore di quello ufficioso da cui sono fuggiti. Impossibile un bilancio dei luoghi di detenzione che i trafficanti hanno piazzato in tutto il paese, dal deserto alla costa, nel silenzio dell’Italia che ha stretto accordi con le milizie armate pur di impedire le partenze e della Francia che torna a inserirsi nel composito puzzle libico.

Mentre a Derna prosegue l’offensiva del redivivo generale Haftar contro gli islamisti (27 morti dal 7 maggio e oltre 500 famiglie sfollate secondo l’Onu che denuncia la crisi umanitaria), necessaria – più che per ragioni strategiche – a dimostrare di essere vivo e vegeto, e mentre a Bengasi saltano in aria autobombe (l’ultima due giorni fa, 7 morti), Macron ha organizzato per martedì all’Eliseo un nuovo vertice tra il generale ribelle, il premier Sarraj, il capo del parlamento di Tobruk Saleh e una serie di capi-milizia.

L’intenzione, già palesata nell’incontro del luglio 2017, è garantirsi una sfera di influenza spendibile dalla francese Total. Mosse che preoccupano Roma, ma anche l’Egitto, principale sponsor di Haftar: fonti del Cairo descrivono l’agenda francese come filo-islamista, pendente verso figure della Fratellanza Musulmana (invisa al presidente al-Sisi) a causa del coordinamento di Parigi con Turchia e Qatar.

FONTE: Chiara Cruciati, IL MANIFESTO

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