L’ODIO SOCIALE NELLA SOCIETÀ DELL’ESCLUSIONE

Questo brano proviene dal Focus del secondo capitolo del 15° Rapporto sui diritti globali, Ediesse editore, dedicato alle politiche sociali

Susanna Ronconi, dal 15° Rapporto sui diritti globali • 21/5/2018 • Contenuti dai Rapporti, Rapporto 2017 • 386 Viste

Securitarismo e catastrofe culturale

Quando si dice che il modello delle democrazie occidentali del dopoguerra, basato sul patto – conflittuale e negoziale – tra capitale e lavoro e sul Welfare State come sua espressione di governo della società, è tramontato sotto i colpi del capitalismo globalizzato, si pensa in prima battuta all’affermarsi di quelle “società dell’esclusione” che via via espellono sempre più ampi e molteplici gruppi sociali da un concetto pieno di cittadinanza. Processo che – ne abbiamo molto trattato negli anni in questo Rapporto – porta con sé non solo l’accrescere di vecchie e nuove povertà e, appunto, esclusioni, ma anche e soprattutto lo slittamento dallo Stato sociale allo “Stato penale”, con una sempre maggiore enfasi sugli strumenti repressivi e disciplinari (giuridici o amministrativi) a sostenere il governo di una società frammentata e sempre meno coesa.

Lo slittamento culturale dalla sicurezza sociale alla sicurezza law&order ha da subito dovuto costruire una solida alleanza con i media: quando si governa serve comunque consenso, e lo “Stato penale” ne ha bisogno come e più di quello sociale; i dispositivi mediatici hanno lavorato alla costruzione sociale di quella percezione di insicurezza che, nel discorso pubblico, ha velocemente preso il posto di qualsiasi evidenza misurabile di disagio o rischio sociale. L’innesco di questa insicurezza virtuale con crescenti condizioni di disagio reale per molti gruppi sociali ha avviato allora un processo che appare oggi drammaticamente inarrestabile.

Hate speech. La costruzione di un nuovo “discorso pubblico”

Il processo che vede la costruzione di un legame tra il crescente malessere sociale di molti e alcuni gruppi sociali specifici, cui imputarne in parte o in toto la responsabilità, a sostegno delle politiche di esclusione e discriminazione, è andato ampliandosi e modificandosi; in un certo senso ha acquisito negli ultimi anni la pervasiva funzionalità di “dispositivo a regime” del discorso pubblico.

Le cronache del 2017 sono una continua, quotidiana evidenza di come questo dispositivo – pensiamo alla figura del profugo – sia efficacemente al lavoro e abbia oltrepassato la soglia di una comunicazione mediatica definibile come funzionale, asservita a interessi dominanti o priva di deontologia. Siamo oltre: lo hate speech, discorso d’odio, come produzione, circolazione e amplificazione insieme dello stigma, del biasimo sociale, della discriminazione o della criminalizzazione di gruppi sociali è oggi la frontiera di questo discorso pubblico.

Lo “straniero” è il primo nemico perfetto delle società occidentali globalizzate. Il campo in cui maggiormente e precocemente si è cercato di agire, a livello comunitario, sia contro hate speech che contro hate crimes, è quello relativo al razzismo e alla xenofobia; solo in seguito si affronteranno altri ambiti, via via che il discorso d’odio si allarga a macchia d’olio e coinvolge soggetti diversi, da quello LGBTI alla disabilità, fino a toccare gruppi che minoritari non si possono certo definire, come le donne.

Graduatorie dello hate speech in Italia

Secondo il Rapporto 2017 della Commissione sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio della Camera dei Deputati, presieduta da Laura Boldrini, esiste una “piramide dell’odio” alimentata, alla base, da stereotipi e pregiudizi, cui seguono, in progress, discriminazioni, discorsi d’odio, per finire ai comportamenti d’odio di rilevanza penale. Il Rapporto passa in esame fonti diverse, 187 tra studi, ricerche, pubblicazioni e dati statistici e può pertanto offrire un panorama abbastanza approfondito di dove si orienti lo hate speech nel nostro Paese, e anche la concatenazione dei quattro livelli citati permette una prospettiva utile a individuare terreni diversi in cui l’odio cresce e, al contempo, in cui può essere contrastato.

I bersagli dell’odio sono donne, comunità LGBTI, migranti e Rom, ma anche ebrei e disabili.

L’Osservatorio dell’UNAR, Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale, segnala di rilevare ogni giorno in media 7.000 contenuti discriminatori o di odio su social e media tradizionali, di questi 30 rientrano nella categoria di istigazione all’odio o alla violenza, e in questi casi si richiede la rimozione da siti e social o si segnala il caso all’autorità giudiziaria. Nel 2016, nell’arco di sei settimane UNAR ha rilevato 11.200 contenuti che incitano, promuovono o giustificano odio e xenofobia o altre forme di intolleranza. Di conseguenza, 197 contenuti sono stati segnalati ai social network (110 a Facebook, 48 a YouTube e 39 a Twitter), 161 sono stati rimossi (UNAR, 2017).

Italiani brava gente?

Oltre il 70% delle segnalazioni che riceve ogni anno l’UNAR ha a che fare con l’odio razziale ed etnico, e di queste un terzo si consuma sui social media. L’agenzia italiana di lotta alle discriminazioni segnala un aumento sensibile dell’odio anti islamico. L’Italia è il secondo Paese più islamofobo d’Europa, dopo l’Ungheria, con il 69% dei cittadini che ha dell’Islam una visione negativa, e la citata ricerca del 2016 pubblicata a opera della Fondazione SETA, dice che in Italia il 51% pensa che si dovrebbero bloccare gli arrivi di persone da Paesi islamici (PEW, 2016; Fondazione SETA, 2017). Per il monitoraggio di VOX – Osservatorio Italiano sui Diritti, il 39% degli italiani sarebbe a disagio a lavorare con un musulmano, il 41% non gradirebbe che un figlio frequentasse una persona di religione islamica e il 16% pensa che le responsabilità degli attentati jihadisti siano indistintamente dei musulmani (VOX, 2017).

Sullo sfondo, la percezione di una presenza musulmana nel Paese enormemente sovrastimata, che – messa in circolazione come fake news – enfatizza la percezione negativa e crea una “sindrome da invasione”: gli italiani pensano che nel 2020 il 26% della popolazione italiana sarà musulmana, mentre le stime al rialzo parlano dell’8%, così come pensano che in Italia oggi gli immigrati siano un terzo della popolazione mentre sono l’8%. Così, accade che tra il 2015 e il 2016 su Twitter circolino 1.014.693 messaggi in merito all’Islam dei quali 22.435 islamofobi e 7.465 apertamente d’odio (Fondazione SETA, 2017).

I Rom, “nemico perfetto” di sempre

Pregiudizio negativo, discriminazione e odio affliggono da sempre le comunità Rom in Europa come target privilegiato.

Secondo i dati riportati dal No hate speech movement, una percentuale che oscilla tra il 16% e il 31% delle persone Rom hanno subito non solo molestie e minacce ma anche violenza fisica, un dato che però è decisamente sottostimato, se si considera la bassa inclinazione a denunciare o a segnalare gli episodi subiti.

Secondo l’agenzia FRA, infatti, non supera il 12% la percentuale di chi, tra i Rom, ha subito discriminazioni e denuncia l’accaduto; in un Paese come la Grecia, con una percentuale di discriminazioni che arriva al 48%, solo l’8% segnala l’episodio. Del resto, secondo la stessa fonte, ben l’82% dei Rom non sarebbe a conoscenza che esistono tutele e luoghi dove queste possono essere difese, percentuale che in Portogallo, Grecia e Romania arriva al 100%. Sempre l’agenzia FRA segnala una indagine del 2016 (35.000 persone coinvolte) che evidenzia come solo nell’ultimo anno il 26% dei Rom residenti in nove Paesi UE (Italia non inclusa) è stato discriminato, il 41% negli ultimi cinque anni. Si tratta di discriminazioni, offese, atteggiamenti razzisti che prendono corpo negli ambiti di vita quotidiana, nel contatto tra la comunità e luoghi e ambiti sociali, dunque laddove i diritti umani e sociali proclamati dovrebbero diventare concreti: invece, negli ultimi 12 mesi, gli ambiti dei servizi sociali e del lavoro sono i più discriminatori (19 e 16%), poi quello della casa e della salute (12 e 8%). Ma se si guarda all’ultimo quinquennio, quello della casa è il diritto più negato (con il 41% di discriminazioni), seguito dal lavoro (40%) e dai servizi (28%) (FRA, 2017 b).

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Scarica l’indice del rapporto

Riportare i diritti nel lavoro. Leggi qui la prefazione di Susanna Camusso al 15° Rapporto

Il vecchio che avanza. Leggi e scarica qui l’introduzione di Sergio Segio al 15° Rapporto

La presentazione alla CGIL di Roma

Qui la registrazione integrale della presentazione alla CGIL di Roma del 27 novembre 2017

Qui le interviste a Sergio Segio, Patrizio Gonnella, Marco De Ponte, Francesco Martone

Qui notizie e lanci dell’ANSA sulla presentazione del 15° Rapporto

Qui il post di Comune-Info

Qui si può ascoltare il servizio di Radio Articolo1 curato da Simona Ciaramitaro

Qui un articolo sul Rapporto, a pag. 4 di ARCI-Report n. 37

Qui un articolo sul Rapporto, da pag. 13 di Sinistra Sindacale n. 21

Qui la registrazione di Radio Radicale della presentazione del 15° Rapporto a Torino, il 31 gennaio 2018

Qui un’intervista video a Sergio Segio e Susanna Ronconi sui temi del nuovo Rapporto

Qui l’articolo di Sergio Segio “L’apocalisse e il cambiamento possibile”, da Appunti n. 23, 1/2018

 

 

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