Prova di convergenza delle lotte in Francia

Giornata di mobilitazione. Manifestazioni in tutto il Paese. Rivendicazioni ad ampio spettro, contro Macron e la sua politica. La Cgt in piazza con la France Insoumise

Anna Maria Merlo • 27/5/2018 • Internazionale • 411 Viste

PARIGI. Una domanda ha attraversato ieri tutti i numerosi cortei che si sono svolti nelle principali città francesi, organizzati da una sessantina di organizzazioni politiche e sindacali: quando Macron si deciderà ad ascoltare lo scontento che cresce in tutto il paese, invece di privilegiare sempre e soltanto i vincenti? Il presidente aveva già dato una risposta preventiva: «Ascolto in permanenza la gente, ma ascoltare la gente non vuol dire essere la banderuola dell’opinione pubblica».

E HA MESSO IN GUARDIA: «Chi manifesta per bloccare il paese non lo bloccherà». Questa incomunicabilità sta favorendo l’interpretazione più radicale della lotta. Per il momento, chi vuole andare allo scontro diretto non ha preso il sopravvento, le cifre della partecipazione non battono dei record (a Parigi, 32mila persone secondo il calcolo di un pool di media, 80mila per la Cgt, 21mila per la Prefettura, 250mila in tutta la Francia secondo il sindacato). Il corteo parigino è stato festivo, senza violenza, anche se la polizia è intervenuta brevemente alla fine con qualche lacrimogeno e ci sono state alcune decine di fermi. Ma qualcosa sta cambiando, dopo gli episodi del 1° e del 22 maggio, dove nei cortei ci sono stati momenti di tensione.

LA «TESTA» della manifestazione era un concentrato di tutte le lotte: c’era il comitato Adama venuto dalla banlieue (prende il nome di un ragazzo morto in un commissariato nel 2016, vittima delle violenze degli agenti), c’erano rivendicazioni di ogni tipo in ordine sparso, per Gaza, per la difesa dei servizi pubblici «svenduti» da Macron, per i ferrovieri che continuano lo sciopero, contro il nuovo sistema di accesso all’università (considerato selettivo), per gli esiliati, contro l’aumento delle tassa per i pensionati, per le Zad, («zone da difendere»), contro il liberismo, lotte che dovrebbero convergere per far crescere la «marea popolare» scesa di nuovo in piazza. La testa del corteo è anche il luogo del cosiddetto black bloc; uno striscione ha riassunto ieri il nuovo spirito di lotta: «spacchiamo i McDonald’s, non gli ospedali» (in riferimento alla distruzione del welfare da parte di Macron).

La novità è stata anche nell’organizzazione della giornata di mobilitazione. L’idea è stata di Attac e della Fondazione Copernic, ma hanno aderito tutti i partiti della sinistra (non il Ps), con France Insoumise, la Cgt, Solidaires e la Fsu (ma non la Cfdt e Force ouvrière).

LA CGT, che ultimamente è scesa molte volte in piazza, ha seguito l’iniziativa guidata dalla France Insoumise: è la prima volta dagli anni ’90, cioè dalla separazione del sindacato dal Pcf, che una colorazione chiaramente politica prende il sopravvento sulla lotta sindacale classica. Il segretario Cgt, Philippe Martinez, e Jean-Luc Mélenchon coltivano una rivalità: il primo era ieri al corteo di Parigi, il secondo a Marsiglia (4.200 persone per la polizia, 65mila per la Cgt), dove ha invitato a «formare un Fronte popolare». Per Mélenchon, che si pone come il principale oppositore a Macron, ieri è «iniziato un nuovo ciclo». La Cgt aveva negoziato alcuni punti: non una manifestazione nazionale a Parigi, ma tanti cortei nelle varie città, organizzazioni politiche e sindacali ben indentificate nel corteo, «ognuno al suo posto», perché per il sindacato l’obiettivo non è chiedere la testa di Macron, ma «un cambiamento di politica».

GLI ORGANIZZATORI della giornata di ieri si ritrovano all’inizio della prossima settimana, per discutere del seguito da dare alle proteste. Intanto, la riforma della Sncf arriva a un momento chiave, dopo una ventina di giorni di sciopero a singhiozzo: il Senato deve votare la legge, il governo si è impegnato a ripagare 35 miliardi di debito delle ferrovie (su 50), uno sforzo senza precedenti (pari all’1,6% della ricchezza nazionale) e a investire 3,6 miliardi l’anno nel rinnovamento della rete.

In cambio, chiede la fine programmata dello statuto dei ferrovieri, apertura alla concorrenza, trasformazione della Sncf in società anonima. I sindacati riformisti potrebbero uscire dalla protesta.

FONTE: Anna Maria Merlo, IL MANIFESTO

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