Caccia delle classi pericolose nella società del controllo

Un sentiero di lettura sulla nuova organizzazione delle forze dell’ordine inglesi

Vincenzo Scalia • 15/6/2018 • Criminalità, controllo & sicurezza, Libri & culture • 420 Viste

In Gran Bretagna, la polizia inglese ha conosciuto i tagli neoliberisti ai bilanci mentre cresceva “dal basso” la richiesta di legge e ordine. Così è stata sviluppata una politica della sicurezza a colpi di mappe criminali e profili individuali dei potenziali banditi da strada

L’incalzare del neo-liberismo ha determinato la conseguente ristrutturazione degli apparati statuali per adeguarli a quel regime di accumulazione capitalistico. La sfera dell’ordine pubblico, specialmente quella relativa all’operato delle forze di polizia, si trova nel crocevia di questi processi. Il nucleo duro dello Stato moderno, vale a dire il monopolio della violenza, si trova cioè a fare i conti con due ordini di pressioni. Dall’alto, i tagli alla spesa pubblica investono anche le forze di polizia. In Gran Bretagna, negli ultimi dieci anni, hanno registrato un calo degli effettivi pari al 25%, di pari passo alla chiusura dei commissariati, all’accorpamento dei distretti, alla riduzione degli investimenti sulla formazione e sull’equipaggiamento.

Dal basso, le forze di polizia affrontano la domanda di sicurezza proveniente dalla società contemporanea, sempre più frammentata e polarizzata, e che gli attori politici intercettano in funzione di rendite elettorali immediate. Il tema è però entrato con forza nella discussione pubblica in seguito agli episodi di piccola «criminalità da strada» a Londra e in altre metropoli inglesi che hanno fatto gridare i media alla «guerra di bande giovanili», divenute padrone indiscusse proprio della strada. L’apparente paradosso tra tagli alle forze di polizia e domanda di sicurezza, viene risolto, nei Paesi anglosassoni, in un modo che coniuga la razionalizzazione dei costi con una ristrutturazione delle gerarchie, dalle quali si producono nuovi modelli di controllo sociale e di selezione della criminalità, di solito tra i gruppi sociali marginali e subalterni.

IL MODELLO di intelligence-led policing (polizia diretta dai metodi di intelligence), viene codificato dal distretto di polizia del Kent, nel 1997. Due libri pubblicati, Understanding Police Intelligence Work di Adrian James (Polity Press) e Intelligence-Led Policing di James Radcliffe (Routledge), forniscono alcuni strumenti concettuali utili per orientarsi all’interno di queste trasformazioni che riguardano le prassi di polizia. A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, il community policing, ovvero un modello di polizia attento ai bisogni delle comunità locali, che ne implicava la partecipazione diretta, nonché la messa in atto di strategie improntate alla mediazione e alla negoziazione, tipico del mondo anglosassone, entra in crisi. I tagli alle risorse, la soglia dei conflitti razziali, la crescita di popolarità dell’approccio «legge e ordine» di fronte all’espandersi dei conflitti neo-liberali, contribuiscono a mandarlo in soffitta.

Contemporaneamente, a New York, Rudolph Giuliani inaugura la stagione della tolleranza zero ai danni dei «criminali di strada», una definizione sotto la quale ricadono gli artisti ambulanti, le prostitute, i migranti, i senza fissa dimora. È contro queste fasce di popolazione che la polizia newyorkese crea il Compstat, un sistema informatico che incamera non soltanto i dati relativi alla popolazione oggetto degli interventi di polizia, ma comincia ad elaborare le prime mappe delle zone «a rischio» e quelle del crime mapping, ovvero quelle relative agli spostamenti di borseggiatori e ladri di appartamento.
Nel 1997, di qua dell’Atlantico, il Compstat viene integrato dalla polizia del Kent con altre due specifiche pratiche poliziesche. La prima è quella del problem- oriented policing, vale a dire il lavoro di polizia orientato a risolvere casi specifici. La seconda riguarda le pratiche dei servizi segreti, in particolare in merito alla raccolta delle informazioni. Dalla combinazione di queste tre tecniche, nasce e si sviluppa l’inteligence-led policing (Ilp), che oggi egemonizza i saperi e le pratiche delle forze di polizia britanniche e attecchisce anche oltreoceano.

DA UN PUNTO DI VISTA neo-liberale, i vantaggi dell’Ilp sono notevoli. Innanzitutto, perché si basa sulla centralizzazione e sulla verticizzazione dei processi decisionali, riducendo il peso specifico dei quadri intermedi e comportando una razionalizzazione delle risorse. Le indagini, infatti, sia dal punto di vista qualitativo che sotto il profilo quantitativo, vengono decise al vertice, dove le figure apicali della polizia si avvalgono dell’opera di personale specializzato, spesso reclutato esternamente, nell’analizzare e selezionare le informazioni immagazzinate all’interno degli apparati informatici. Questa nuova articolazione della catena di comando, svuota le figure investigative, riducendo il ruolo dei poliziotti a due funzioni: la prima è quella del presidio del territorio, la seconda è quella della raccolta di informazioni, attraverso l’opera di confidenti e infiltrati attinti tra le schiere della piccola delinquenza.

ANCHE NELLA POLIZIA, in altre parole, si creano segmentazione e tecnocratizzazione, a svantaggio delle professionalità tradizionali. In secondo luogo, il reclutamento di personale esterno in funzione del risparmio dei costi, catalizza il processo di dipendenza delle forze di polizia dai parametri del mercato, produttività e profitto in primis. Quello che conta, non è come lavori la polizia, vale a dire la qualità dei risultati raggiunti, ma quanto lavori. Ne consegue un cambiamento radicale della valutazione dell’operato delle forze dell’ordine: in quanto articolazione dell’apparato statale, le forze di polizia dovrebbero essere indicati in base a due parametri: quello della loro efficacia rispetto al contrasto della criminalità, e quello della loro accountability, vale a dire la coerenza delle loro pratiche col quadro delle libertà politiche e civili, nonché con le regole deontologiche.

NEL CASO DI UN LAVORO nevralgico per un sistema democratico, come quello del mantenimento dell’ordine pubblico, lo slittamento dei criteri di valutazione delle forze di polizia dall’efficacia all’efficienza dovrebbe far risuonare più di un campanello d’allarme. In terzo luogo, la scrematura delle informazioni e dei casi da seguire operata dai vertici e dal personale specializzato, innesca procedure di selettività che comportano un ulteriore taglio dei costi, perché si sceglie di concentrare l’operato delle polizie sui casi più importanti. È evidente che i criteri di importanza non hanno una connotazione oggettiva, bensì vengono definiti sulla base di valutazioni politiche, sia in senso lato che ristretto. Non soltanto i vertici sceglieranno di occuparsi di quei casi che garantiscono loro maggiore possibilità di successo, da fare pesare sul tavolo della riallocazione delle risorse.

Le scelte relative alla criminalità da perseguire verranno filtrate anche dalla possibilità di ottenere consenso da parte dell’opinione pubblica, nonché dalle scelte del governo in carica in funzione dell’ottenimento di consensi elettorali. Non a caso l’Ilp ingloba le pratiche del Compstat fortemente voluto da Rudolph Giuliani. Anche nel Regno Unito, infatti, l’obiettivo è quello del contrasto della criminalità di strada, a detrimento dei crimini ambientali, dei colletti bianchi, di Stato.

L’Ilp viene tuttavia applicato anche nei confronti dei casi di terrorismo, ma si tratta spesso di una pratica discriminatoria, in quanto sono principalmente le comunità musulmane ad essere oggetto di indagine. Qui entriamo nell’ultimo aspetto dell’ILP. Le pratiche del crime mapping, vale a dire della mappatura della criminalità, si concentrano sulla scannerizzazione spinta dei crimini di strada, commessi in certe specifiche zone, da soggetti appartenenti a gruppi definiti. In altre parole, il presidio del territorio, l’infiltrazione, la raccolta e l’immagazzinamento delle informazioni (anche dati sensibili come il Dna), riguardano quasi sempre le minoranze etniche, i gruppi sociali marginali, le figure più eccentriche della società, i dissidenti politici.

Alla lunga, attraverso l’Ilp, si rischia di creare un apparato capillare di controllo e preventivamente discriminatorio, che si avvale dell’utilizzo di una pluralità di dati. Combinato con lo svilimento delle procedure democratiche in nome dell’efficienza, questo rischio può comportare una minaccia elevata per le già precarie condizioni dei diritti civili.

IN REALTÀ, anche all’interno delle forze di polizia, non sembra filare tutto liscio rispetto all’ILP, soprattutto per un problema inerente alla professionalità. Paul Manning, nel suo Technology of Policing (New York University Press), svolge un’analisi critica del rapporto tra pratiche di polizia e tecnologizzazione. Utilizzando l’impianto weberiano di tradizione, razionalità e carisma in una ricerca sulle forze di polizia delle principali città americane, Manning nota che i poliziotti fondano la loro identità professionale, sulla rete di relazioni interpersonali, sulla professionalità acquisita sul campo, sulle procedure. Di conseguenza, incorporano nel loro agire soltanto quelle pratiche dell’Ilp che sono compatibili con queste tre dimensioni, scartando le altre.

Queste pratiche di selezione negoziazione interna, ricevono il sostegno attivo dei vertici, recalcitranti a minare gli equilibri interni e a privarsi dei loro effettivi più fedeli e più qualificati. La via d’uscita, viene da pensare, è quella di agire sulle contraddizioni interne. È il come farlo, che bisogna trovare….

FONTE: Vincenzo Scalia, IL MANIFESTO

photo: By PC Matt Hone – City of London Police, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=53320401

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