Confini blindati e muri, dal filo spinato ungherese al sovranismo reale

Qui i migranti vengono fermati e messi in container sorvegliati da telecamere e agenti mentre Orbán si trasforma nel capo dell’onda nera nell’Ue e la parola “ esule” è vietata

Andrea Tarquini • 5/6/2018 • Europa, Immigrati & Rifugiati • 929 Viste

I container blu a tetto bianco sono allineati come le baracche di Birkenau tra le due barriere parallele di filo spinato alte 4 metri con lame di rasoio che per 170 chilometri di confine con la Serbia blindano l’Ungheria dal terrore dei migranti. Container metallici per i dannati della terra, muori di caldo d’estate e geli d’inverno. Lame di rasoio taglientissime, se un bimbo prova a passare può perdere la vista o i connotati. Ovunque telecamere e sensori, pattuglie di commandos sugli Hummer o di auto della polizia. Ovunque arcigni militari e agenti in uniforme mimetica o divisa blu, occhiali a specchio, pistola mitra o manganello in pugno.
Controllandoti il passaporto, hanno lo sguardo ostile dei Vopos tedesco-orientali nella Guerra fredda. C’era una volta il socialismo reale, oggi eccovi il sovranismo reale, visto sul terreno. Mentre radiotv pubblica e media quasi tutti “
(sintonizzati, citazione di Goebbels) esultano per la vittoria dello xenofobo pregiudicato Janez Jansa in Slovenia, pare sponsorizzata da oligarchi magiari amici del premier, mandano in onda reportage di immaginari stupri quotidiani di donne bianche da parte di migranti a Stoccolma Berlino o Parigi e ricordano in lutto il Trattato di Trianon.
Quando l’Ungheria perse parti enormi del suo territorio, ma abitate da molti slovacchi, romeni, serbi. Come se Angela Merkel urlasse per i territori perduti dalla Germania dopo l’8 maggio 1945. Benvenuti in Ungheria: il carismatico premier Viktor Orbán si sta trasformando in leader europeo della destra sovranista xenofoba aiutata da Vladimir Putin.
Media in mano al governo o ai suoi oligarchi, media critici chiusi, soldi a palate nei villaggi per conquistare voti. Aiuti indiretti all’amico Jansa, fondi europei spesi per la propaganda: 3,9 milioni per la campagna contro il tycoon di origini ebree George Soros, 3,8 contro l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, 23 per convincere che la frontiera blindata è indispensabile, «perché siamo sotto attacco».
Creare paura dei migranti e della Ue per profilarsi come grande difensore, ecco la ricetta orbánista per l’Europa intera, mi spiega un professore universitario che preferisce l’anonimato: qui si fa presto a perdere il lavoro.
Nuove leggi puniscono con multe divieti e fino a un anno di carcere le ong che aiutano i migranti. La parola «esule» è vietata.
Da giovane, sotto il comunismo – ricorda chi lo conosce – Viktor Orbán era dissidente liberal di sinistra. Ai funerali postumi che riabilitarono Imre Nagy (il leader della rivoluzione del 1956) fu l’unico a trovare coraggio di gridare: «Occupanti russi, tornate a casa». Studiò in Occidente sponsorizzato da Soros. Poi cominciò il suo
itinerarium mentis: ora vuole guidare l’euroneodestra sovranista intera. Ricette semplici: media sotto controllo, istituzioni occupate. «Poi campagne per svegliare nella gente paura e odio, verso i migranti, verso i diversi, verso Bruxelles, per creare voglia di un forte difensore», mi spiega Péter Márki-Zay, giovane cristiano conservatore sindaco indipendente di Hódmezövásárhely. Assieme al collega socialista László Botka, primo cittadino della splendida Szeged a un passo dal confine blindato, lotta disperato per risuscitare l’opposizione.
«L’Europa sottovaluta il pericolo, Orbán è nei Popolari, ma tra corruzione, autoritarismo, patti d’acciaio con gli oligarchi, campagne d’odio, è anticristiano e per la corruzione meriterebbe la galera». Il premier, notano fonti occidentali, dopo la trionfale rielezione ha scelto escalation della linea dura con le ong e silenzio coi media stranieri, nemici con cui non serve vantare i successi economici o la supervittoria elettorale. Silenzio, e censura: l’Ungheria è l’unico paese dove la storia dell’uomo ragno sans papiers africano fatto cittadino francese da Emmanuel Macron per aver salvato un bambino è stata censurata.
Le pareti roventi dei container silenziano urla, celano drammi umani. «Fanno entrare una persona al giorno, hanno servizi igienici minimi, li fanno incontrare solo con noi loro legali e sempre sotto scorta di due poliziotti», mi dice Timea Kovács, coraggiosa avvocata che assiste i disperati. «All’inizio volevano persino imporre a quei migranti musulmani di sfamarsi mangiando maiale». Storie tremende: «Una donna che stava per partorire in condizioni critiche è stata portata in ospedale all’ultimo, e rilasciata già al quarto giorno», narra il pastore luterano Sandro Cserháty. Dall’altra parte del confine, in fattorie serbe abbandonate, vivono nutriti e soccorsi da ong e armata serba quelli che aspettano di passare.
«Ci ho provato una ventina di volte, mi hanno sempre respinto, alcuni di noi sono stati pestati, grazie ad Allah i medici militari serbi e volontari tedeschi li hanno curati. Ho speso migliaia di euro sognando un lavoro dignitoso, accetterò ciò che Allah serberà per me», mormora col sorriso triste un trentacinquenne pachistano mentre telecamere e commandos coi binocoli scrutano dalle torri della barriera magiara.

Fonte: Andrea Tarquini, LA REPUBBLICA

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