Il buonismo è logorato Ma il cattivismo è meglio?

Il cattivista esce di casa la mattina armato di un nodoso bastone e va sui social a cercare qualcuno con cui azzuffarsi (il Cattivissimo-Me-in-Chief si chiama Trump)

Antonio Polito • 18/6/2018 • Immigrati & Rifugiati, Politica & Istituzioni • 622 Viste

Il buonismo ha stufato gli italiani perché ha fallito, e Matteo Salvini è stato tra i primi a capirlo. La maggioranza dei cittadini, compresi molti che non l’hanno votato, gli riconosce l’energia e la decisione che ha messo nel suo lavoro, e la capacità di dare la sveglia a un’Europa dominata dagli egoismi. Ma il cattivismo è un disturbo bipolare della politica, perché divide il mondo in amici e nemici, e inibisce la capacità di includere, che è poi il fine ultimo della democrazia.

Non può essere dunque la cifra del ministro dell’Interno: ruolo in cui di solito ci si distacca dalla partigianeria politica per trasformarsi nel garante istituzionale del più delicato dei beni comuni: la sicurezza.

Il buonismo pretendeva di combattere il traffico degli esseri umani lasciando passare gli esseri umani, che è un po’ come voler combattere il contrabbando dando una mano ai contrabbandieri. Ma il cattivismo trascura gli esseri umani, oppure lascia intendere che siano complici e non vittime del traffico; e dunque li descrive in «crociera» nel Mediterraneo, pronti a godersi la «pacchia» una volta sbarcati.

Il buonismo ha detto per anni che gli arrivi dei clandestini erano ineluttabili, e dunque dovevamo rassegnarci, e che alla lunga ci avrebbero anche giovato, culturalmente ed economicamente; confondendo lo choc culturale provocato dalle migrazioni con il cosmopolitismo o il melting pot. Ma il cattivismo vuol farci credere che si tratti di un’«invasione», forse organizzata dai terroristi islamici, da contrastare dunque con mezzi militari come i blocchi navali, o meccanici come le ruspe. Il cattivista agisce su una logica binaria, in cui c’è solo casa loro, dove devono restare, e casa nostra, dove non devono arrivare. In mezzo, il mare.

Il cattivismo, come tutti gli «ismi», è manicheo e daltonico: vede solo il bianco e il nero, e gli sfuggono le cinquanta sfumature di grigio di cui è fatta la realtà. Non riesce a vedere, sotto la superficie degli eventi, l’aspetto tragico della vita, che spesso mette in conflitto tra di loro due innocenti, rendendoli entrambi vittime. L’altro giorno Salvini è andato in ospedale a Genova a trovare il poliziotto ferito da un giovane che stava dando in escandescenze, e perciò doveva essere fermato per un trattamento sanitario obbligatorio. Il ministro ha fatto bene. Un buonista non l’avrebbe fatto perché un collega di quell’agente, per difenderlo, ha sparato sei volte contro l’aggressore, uccidendolo. Ma un cattivista non si limita alla solidarietà: ricorda alla madre del morto che «se suo figlio non avesse accoltellato un uomo sarebbe ancora vivo». Come se non fosse anche lui, quel ragazzo, la vittima di un atroce fato, dello smarrimento della capacità di intendere che lo ha reso così debole da aver bisogno, per l’appunto, dell’aiuto dello Stato. Sì, perché garantire l’ordine pubblico non è sempre giocare a guardie e ladri. E ben lo sanno gli agenti di polizia e i carabinieri che ogni giorno e ogni notte, come in un ospedale da campo, soccorrono per le strade delle nostre città malati, sconfitti e peccatori di ogni colore e nazionalità.

Il buonista ha un’idea ingenua degli uomini: pensa con Rousseau che nascano tutti buoni e che sia la società (e i politici) a corromperli. Ma il cattivista è un pessimista di natura, crede come Hobbes che nello stato di natura la vita degli esseri umani sia destinata ad essere «solitaria, cattiva, brutale e breve», e che per questo, per prevenire la guerra di tutti contro tutti, ci voglia un moderno gigante, un Leviatano dotato di poteri assoluti, un Dio in Terra che ci protegga (tra parentesi: come stiano insieme al governo Rousseau e Hobbes, e soprattutto dove sia finito Locke, è un mistero glorioso).

Il cattivista esce di casa la mattina armato di un nodoso bastone e va sui social a cercare qualcuno con cui azzuffarsi (il Cattivissimo-Me-in-Chief si chiama Trump). Ha anche inventato un hashtag, #iostocon , che ognuno poi può completare seguendo la linea tratteggiata: #iostoconledivise, #iostoconSalvini , #iostoconZuccaro , #iostoconMeloni . Uno slogan che propone di saltare il «dibbbattito», fatto di verifiche, chiari e scuri, controlli e dati, e di andare al dunque, schierandosi a prescindere. Il che è l’opposto del dibattito pubblico informato in una società liberale.

Il cattivista incattivisce gli altri. Mentre il problema nelle società complesse è cercare la coesione, conciliare interessi e aspirazioni diverse e talvolta opposte, il cattivista produce altri cattivi. Talvolta sembrano alleati, come il ministro degli Interni tedesco Seehofer che, pensandola come Salvini, vorrebbe respingere in massa alle frontiere della Germania gli immigrati passati per l’Italia. Talvolta sono veri e propri nemici, buonisti cattivissimi, che danno a Salvini del razzista, del fascista, o mettono addirittura in dubbio la sua appartenenza al genere umano.

Nessuno può pensare di trasformare un cattivista in un buonista, non sarebbe nemmeno utile. Ma estirpare il cattivismo dal nostro dibattito pubblico, rimettere al centro la modestia del bene comune, risuscitare quella misericordia cui abbiamo appena dedicato un giubileo, è qualcosa che forse si può chiedere anche a un cattivista. Soprattutto se ora fa il ministro di tutti noi, buoni compresi.

FONTE: Antonio Polito, CORRIERE DELLA SERA

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