Inchiesta sulla discarica illegale dove è stato assassinato Soumayla Sacko

L’inchiesta. L’uomo arrestato per l’assassinio del bracciante sindacalista custodiva un terreno già sotto sequestro da anni. Materie tossiche dall’Enel di Brindisi

Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti • 8/6/2018 • Immigrati & Rifugiati, Osservatorio razzismo & discriminazioni • 490 Viste

La ex fabbrica di laterizi Fornace Tranquilla è stata definita «il deposito di rifiuti più pericoloso d’Europa»: via vai di tir fino al 2007, gli affari delle ’ndrine

VIBO VALENTIA. «Ulteriore attività tecnica e investigativa ha reso urgente eseguire il provvedimento», spiega il procuratore capo di Vibo Valentia, Bruno Giordano. C’era il serio rischio che Antonio Pontoriero si desse alla macchia. Contro di lui gli indizi sono pesanti. Nel corso di una perquisizione effettuata poche ore dopo l’omicidio del sindacalista bracciante, Soumayla Sacko, è stata trovata davanti a casa sua l’auto, una vecchia Panda bianca con targa Aw, e in lavatrice alcuni vestiti. La ricostruzione dei testimoni, Drame Mehidiri e Idriss Fofana, combacia con i rilievi. Secondo i carabinieri l’omicidio sarebbe una vendetta maturata da Pontoriero. L’agricoltore pretendeva che nessuno si avvicinasse a quell’area, circa 100 mila metri quadrati, ritenendola ancora di sua proprietà.

IL NIPOTE DEL CUSTODE. Pontoriero, infatti, è il nipote di un ex dipendente, poi socio della fabbrica «Fornace Tranquilla» che un tempo produceva laterizi, sotto sequestro dal 2009. Da quel momento quella zona è diventata inaccessibile non per il divieto giudiziario, ma per una decisione di chi in quell’area vi abita o ha possedimenti agricoli. Un territorio off-limits per tutti. Più volte la fabbrica è stata «visitata» da persone che hanno portato via ferro, lamiere, alluminio.

Lo zio di Pontoriero era il custode dell’ex Fornace e sarebbe stato tra quelli che – stando all’inchiesta Poison della procura di Vibo – avrebbe in passato intrattenuto i rapporti con i rappresentanti delle aziende che producevano i rifiuti poi interrati. Centoventisettemila chili di rifiuti industriali pericolosi, nascosti sotto terra clandestinamente a San Calogero, provenienti soprattutto dalla centrale termoelettrica Enel di Brindisi, interrati tra gli agrumeti, per un giro di affari da 18 milioni, 4512 conferimenti in un via vai di tir ininterrotto tra il 2000 e il 2007. Fu definita la «discarica più pericolosa d’Europa».

IL TITOLARE DELLA FORNACE era Antonino Romeo, classe 1940, di Taurianova, morto in circostanze mai chiarite nel 2010: il suo cadavere è stato ritrovato a bordo di un’auto che – stando alle ipotesi investigative – sarebbe stata fatta precipitare dal costone della provinciale per Nicotera, a Coccorino, una frazione di Joppolo. In fondo alla scogliera lo hanno trovato svestito e con una maglia sul capo. Secondo le Fiamme Gialle, così le ‘ndrine marchierebbero chi «aveva visto troppo ma non doveva vedere». Da allora la direzione dell’azienda passò nelle mani di Pino Romeo e del figlio Stefano «che – si legge negli atti – non avevano alcuna intenzione di vedere ciò che Antonio Romeo aveva visto, e tassativamente rifiutato, ovvero il riciclaggio di veleni nell’azienda di famiglia».

Con la misteriosa morte di Romeo, insomma, c’era il sospetto che potesse essere uscito di scena un ostacolo al traffico dei rifiuti. Sarebbero così entrati in campo personaggi del posto, che gli inquirenti ritenevano vicini alla cosca Mancuso di Limbadi. A cui una vecchia inchiesta aveva accostato proprio lo zio di Pontoriero, l’ex dipendente della «Tranquilla», poi subentrato nella società, e il fratello. Entrambi gli zii dell’arrestato per l’omicidio di Soumayla furono però scagionati da ogni accusa.

IL PROCESSO. Il procedimento per la fornace «Tranquilla» di San Calogero «scade» il prossimo 28 giugno. L’ennesima inchiesta giudiziaria finisce nel nulla per prescrizione. Diciotto gli imputati, cinque dei quali al servizio dell’Enel. Il processo per disastro ambientale ebbe inizio nel 2009. Parti offese: il comune di San Calogero, il ministero dell’Ambiente, la Regione Calabria, la provincia di Vibo, ma di queste quattro istituzioni soltanto la prima si è costituita parte civile.

Rispondendo a un’interrogazione il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, il 23 marzo scorso riconosceva che il sito «non è inserito né nella procedura d’infrazione n° 2003/2007 cosiddetta “Discariche abusive”, né in quella n° 2011/2015 denominata “Discariche preesistenti”». Il ministero assicurava comunque che avrebbe continuato a «svolgere le proprie attività di monitoraggio e sollecito, senza ridurre in alcun modo il livello di attenzione su questa delicata questione». Nemmeno una parola sull’eventuale bonifica.

È FURIOSO RODOLFO Ambrosio, avvocato di Legambiente: «Bisogna ancora vedere la conformazione dei rifiuti, altrimenti non si può stabilire quale possa essere l’impatto sul terreno circostante. Si ferma l’iter giuridico, ma gli effetti sulla natura continuano. Ho chiesto che il processo si celebrasse, almeno per le azioni civili».

Il vizietto della prescrizione. La frana di Maierato, la diga dell’Alaco, l’alluvione di Vibo: tutte vicende che a breve finiranno nell’oblio, senza colpevoli. È un conto alla rovescia perpetuo, quello sui processi per i reati ambientali in Calabria. Ogni mese ce n’è almeno uno che si estingue per prescrizione. L’ultimo lo scorso 4 giugno per la vicenda «Marechiaro», l’ecomostro di Gizzeria. Soliti reati: abuso e falso. Tra gli altri, anche imputati eccellenti come l’ex governatore della Calabria Giuseppe Chiaravalloti e l’ex assessore regionale Pino Gentile. Per costruire l’hotel furono utilizzati 4,2 milioni di euro dei fondi regionali e secondo gli inquirenti sarebbero state violate le norme sull’edilizia e i vincoli paesistico-ambientali.

FONTE: Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti, IL MANIFESTO

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