La Regione Lazio di Zingaretti vara la prima legge sui «riders»

Gig Economy. E al ministro del lavoro Luigi Di Maio il governatore chiede: «Non la impugni, è un aiuto al governo»
I ciclofattorini che lavorano per le piattaforme digitali delle consegne a domicilio a Roma e nel Lazio potrebbero godere a fine anno di una legge regionale che stabilisce il divieto del cottimo, ma non riconosce il loro lavoro nel campo della subordinazione come invece ha stabilito un decreto legge annunciato dal ministro del lavoro Luigi Di Maio e attualmente «congelato» in attesa che le piattaforme, i «riders» e i sindacati trovino un difficile accordo a un «tavolo nazionale» convocato in via Veneto.
IN UN MOMENTO confuso in cui è forte il rischio della sovrapposizione e del conflitto istituzionale sulle spalle dei «riders», la singolare corsa alla tutela della categoria del precariato più discussa degli ultimi anni può incorrere nel rischio di un’impugnazione del governo (o della Corte costituzionale) del provvedimento. Visto che una regione non può imporre i minimi della contrattazione nazionale, Zingaretti ha fatto un appello: «Ci auguriamo che Palazzo Chigi non impugni la legge. Lo dico per sgomberare il campo da polemiche o equivoci su una rincorsa o di un’iniziativa polemica. La nostra non è una provocazione, ma un contributo che noi diamo alla legislazione nazionale». Di «provocazione» aveva parlato lo stesso Zingaretti il 15 maggio scorso, dopo avere riconosciuto la «competenza nazionale su questa materia». Dura la reazione di Roberta Lombardi, capogruppo Cinque Stelle nel consiglio regionale del Lazio dove la maggioranza non è precostituita: «Con i rider Zingaretti vuole scalare il Pd – ha detto – Con un’iniziativa del governo in corso, e più efficace alla causa di quella di Zingaretti è tutto uno sciorinare di comunicati per intestarsi una battaglia fino a ieri sconosciuta o poco utile».
«LA STRADA è quella giusta e il Partito democratico c’è. Bravo Zingaretti» ha scritto su facebook il segretario Maurizio Martina. A sostegno i parlamentari Pd di Bologna, Lombardia, Piemonte, Friuli che hanno evocato la carta dei diritti del lavoro digitale di Bologna sottoscritta dal comune guidato da Virginio Merola (Pd) e dai sindacati senza ricordare che quella carta non sarebbe esistita senza i lavoratori della «Riders Union Bologna». Questo documento di «contrattazione metropolitana» ha fatto da apripista al dibattito, e non prevede la subordinazione. Contrapporla all’iniziativa del governo rischia di nuocere agli intenti garantisti che, legittimamente, animano tutti. La Cgil – non contraria alla subordinazione in generale e favorevole all’iniziativa del Lazio – ha ricordato che la sua «Carta dei diritti» estende i diritti al di là del rapporto di lavoro. La situazione è ancora molto sfumata e aperta.
FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO
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