L’inadeguatrezza del progetto dell’Europa

le modalità seguite nella costruzione europea hanno paradossalmente seguito la visione che ritiene le istituzioni un intralcio al funzionamento dei mercati di cui, quindi, subiamo i fallimenti e le iniquità

Felice Roberto Pizzuti • 3/6/2018 • Europa • 314 Viste

Una nuova istituzione sovranazionale con la funzione di amministrare oltre mezzo miliardo di abitanti e di interagire con la formazione del Pil territoriale di gran lunga il più grande al mondo poteva essere uno strumento formidabile per contrastare la Grande recessione.
Sarebbe stata e sarebbe molto utile per compensare gli effetti deleteri dell’asimmetria generata negli ultimi decenni dal rafforzamento a livello globale della sfera d’azione dei mercati e dalla perdita di rilevanza delle istituzioni pubbliche rimaste confinate nei limiti nazionali e alla mercé delle forze speculative mondiali.

Si pensi al fatto che in un paese europeo relativamente grande come l’Italia, di fronte alla drammatica contraddizione tra produrre acciaio a danno della salute o aumentare la disoccupazione in un territorio già depresso, lo stato non ha la forza di imporre tecniche produttive eco sostenibili (ma più costose) e di limitare le importazioni di acciaio che non sia prodotto con modalità altrettanto salubri (e costose).
Ben altre sarebbero le possibilità e l’efficacia d’intervento di un’istituzione con potere decisionale a livello continentale.

Invece, le modalità seguite nella costruzione europea hanno paradossalmente seguito la visione che ritiene le istituzioni un intralcio al funzionamento dei mercati di cui, quindi, subiamo i fallimenti e le iniquità. Le regole comunitarie sono state il frutto di accordi tra governi e non di decisioni prese dai rappresentanti diretti dei cittadini europei; sono state vissute non come l’espressione di una nuova cittadinanza attiva, ma come vincoli aggiuntivi, spesso conflittuali con le scelte più democraticamente espresse a livello nazionale. Un processo unitario, se non è un’annessione più o meno imposta da alcuni e subita da altri, implica una redistribuzione dei benefici derivanti dall’unione e politiche di convergenza delle condizioni nazionali; invece, dopo la creazione dell’euro, le differenze economico-sociali sono aumentate. Il modello economico pensato per l’intera Ue dal paese più forte (la Germania) è la replica su scala allargata del proprio, caratterizzato dal contenimento dei salari interni e dall’avanzo commerciale che necessariamente deve trovare riscontro nel disavanzo di altri paesi e della loro minore crescita. Ma si tratta di un evidente incongruenza: se l’intera Ue avesse la stessa percentuale tedesca di avanzo della bilancia dei pagamenti rispetto al Pil, il suo ammontare assoluto e il corrispondente disavanzo nel resto del mondo costituirebbero uno squilibrio esplosivo; tanto più alla luce del nuovo, minaccioso protezionismo americano e dei crescenti nazionalismi. Tutto ciò rende ancora più urgente realizzare l’Unione europea, obiettivo possibile solo sulla base di un progetto economicamente coerente e socialmente condiviso.
Tuttavia, le sofferenze generate dalla crisi – che anche quando sembra in via di superamento continua a far aumentare le diseguaglianze, la precarietà di vita e la povertà – si tramutano comprensibilmente in insofferenza verso il persistere delle politiche e delle classi dirigenti che le hanno determinate. Non è strano che l’insoddisfazione si rivolga contro l’establishment. E se – come sta accadendo – non emergono nuovi progetti politici, economici, sociali e culturali, capaci d’indicare e praticare percorsi alternativi progressivi, non c’è da stupirsi che trovino credito quanti ostentano la loro vera o presunta estraneità all’establishment – a prescindere dai contenuti valoriali, dalla coerenza e dalla praticabilità delle loro proposte.

Sono i cosiddetti populisti; paradossalmente, il termine è usato in modo particolarmente spregiativo dalla classe dirigente per catalogare il portato dei problemi e dell’insofferenza generati proprio dalla sua inettitudine.
Cosicché non c’è da stupirsi che un Commissario dell’Unione europea dica che saranno i mercati ad insegnare agli elettori italiani di non votare per i partiti populisti, senza rendersi conto che questi nascono dall’insoddisfazione generata dalle politiche controproducenti e inique dell’Ue. Si ripropone la contraddizione della costruzione europea la cui visione finora dominante considera le istituzioni non l’espressione della rappresentanza democratica dei cittadini ma dove si ratificano le scelte anche fallimentari dei mercati.

Rimane il fatto che l’Unione europea, oltre ad essere pensata per non ricadere nelle tragedie della guerra, potrebbe migliorare il benessere di tutti i suoi cittadini più di quanto sarebbe possibile ad ogni singolo Stato nazionale. Va aggiunto che oggi la questione non è più se aderire o meno all’Ue all’Euro, ma se tornare indietro, percorso che – però – richiederebbe un grado di cooperazione superiore a quello necessario per andare avanti, in mancanza del quale le conseguenze sarebbero negative fino a livelli imprevedibili.

Per curare i disastri economici e sociali generati dai mercati globalizzati – inclusi i protezionismi, i nazionalismi e le corrispondenti politiche regressive – è indispensabile che il loro ruolo sia contemperato da istituzioni adeguate. Puntare alla creazione di una Unione europea consapevole di questo compito e all’indispensabile cambiamento di rotta della sua concezione e delle politiche fallimentari finora seguite, è la scelta strategica più progressiva che i cittadini europei possano fare. Questo è il sestante che dovrebbe guidare la politica anche nel nostro paese.

FONTE: Felice Roberto Pizzuti, IL MANIFESTO

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