Ricorso della Tunisia alla Cedu per i rimpatri italiani

Paese cruciale nella strategia di controllo delle frontiere esterne e contenimento dei flussi migratori dal continente africano

Liana Vita • 20/6/2018 • Europa, Immigrati & Rifugiati • 362 Viste

La Tunisia torna al centro delle iniziative di analisi e di contenzioso dinanzi alla Corte europea per i diritti dell’uomo di Arci e Associazione studi giuridici per l’immigrazione, presentate ieri alla sala stampa della Camera dei deputati.

LA TUNISIA è uno degli interlocutori privilegiati per l’Italia in materia di rimpatri, uno dei pochissimi paesi terzi con cui è in vigore un accordo di riammissione grazie al quale i cittadini tunisini sono i più numerosi tra quelli rimpatriati (1.255 nel 2016, 2.193 nel 2017, dichiarava a dicembre scorso l’ex ministro Minniti).

Ma è anche un paese cruciale nella strategia di controllo delle frontiere esterne e contenimento dei flussi migratori dal continente africano. «Rafforzamento sempre più necessario – ha sottolineato Sara Prestianni, che coordina per l’Arci il progetto Externalization Policies Watch – visto l’aumento costante delle partenze dalle coste tunisine negli ultimi mesi, in alternativa a quelle libiche. Nel naufragio del 2 giugno scorso hanno perso la vita, nel silenzio generale, 84 persone e non erano solo tunisini».

IL PROGETTO più generale, già avviato con Turchia e Libia, è di subappaltare a paesi terzi la gestione dei flussi verso l’Europa, aggirando di fatto quanto prevedono il diritto internazionale ed europeo in materia di asilo e tutela dei diritti umani.

Ed è proprio il ricorso alla Cedu lo strumento utilizzato dagli avvocati Asgi Loredana Leo e Lucia Gennari per provare a fermare il trattamento altamente discriminante sul nostro territorio verso i cittadini tunisini a cui vengono applicate prassi semplificate in materia di identificazione e rimpatrio in quanto più facilmente espellibili. Più del 40% dei tunisini arrivati nel 2017 è stato infatti rimpatriato. Le violazioni sollevate da Asgi riguardano quanto avviene negli hotspot, come quello di Lampedusa e di Pozzallo, o nei Cpr, da cui arrivano le testimonianze poi portate a Strasburgo, in merito al divieto di trattamenti inumani e degradanti, per il trattenimento prolungato, per giorni, senza che vi sia alcuna base giuridica, e per le condizioni non dignitose nei centri. Inoltre, riguardano il divieto di espulsioni collettive visto che il respingimento dei cittadini tunisini avviene di fatto sulla base della nazionalità, senza un’analisi del singolo caso. Infine, a chi viene rimpatriato viene dato dal questore un provvedimento di respingimento differito a cui non è possibile opporsi: non c’è controllo giudiziale e ciò comporta la violazione del diritto a un rimedio effettivo. Il ricorso a questi strumenti – hanno concluso Filippo Miraglia dell’Arci, e Nicola Fratoianni, deputato e segretario nazionale di SI – è fondamentale di fronte al tentativo di colpire lo Stato di diritto in nome della ricerca a tutti i costi del consenso.

FONTE: Liana Vita, IL MANIFESTO

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