Salvini alla prova in Europa con la riforma di Dublino

Europa. Al vertice dei ministri degli Interni una bozza che penalizza l’Italia

Carlo Lania • 5/6/2018 • Europa, Immigrati & Rifugiati • 403 Viste

È a Bruxelles che potrebbe prendere corpo la prima sconfitta del governo giallo-verde. Oggi i ministri degli Interni dell’Unione europea si riuniscono a Lussemburgo (assente Matteo Salvini a Roma per il voto di fiducia del Senato) per discutere della riforma del regolamento di Dublino. Le posizioni maturate nei mesi scorsi tra i 28, sono però molto lontane da quelle del ministro leghista e c’è da scommettere che i colleghi europei non si faranno impressionare più di tanto dai proclami decisionisti con cui Salvini ha celebrato il suo ingresso al Viminale.

Per un volta tanto verrebbe da dire purtroppo. Sì perché per quanto riguarda le norme che regolano la gestione dei richiedenti asilo Lega e M5S chiedono di poterli ripartire equamente tra gli Stati membri attraverso un ricollocamento obbligatorio e automatico. In sostanza la fine del principio che attribuisce la responsabilità dei profughi al Paese di primo arrivo. Le stesse cose che Italia, Grecia, Spagna, Malta e Cipro, cioè i Paesi maggiormente penalizzati dalla crisi dei migranti, chiedono da tempo scontrandosi sempre con l’opposizione degli altri Stati. Primi fra tutti Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, il gruppo di Visegrad (ultimamente rafforzato dalla presenza dell’Austria e, da domenica scorsa, anche della Slovenia) guidato dal premier magiaro Viktor Orbán del quale Salvini condivide molte delle politiche repressive nei confronti dei migranti, ma che in questa occasione si ritrova come avversario.

Nulla fa pensare che oggi le cose possano andare diversamente solo perché al Viminale adesso siede un leghista. Sul tavolo europeo c’è la proposta di modifica di Dublino presentata a marzo dalla presidenza di turno bulgara e molto distante dalle richieste italiane. Annunciata dal premier Boiko Borissov come una mediazione capace di mettere d’accordo tutti, in realtà non ha fatto altro che consolidare posizioni già esistenti. La bozza prevede tre livelli di crisi che rappresentano altrettanti livelli di gravità di un’eventuale emergenza sbarchi. Il primo, e quindi in teoria il meno grave, prevede che quando uno Stato si trova ad accogliere fino al 100% di migranti in più rispetto a una quota precedentemente stabilita, scattino una serie di misure che possono andare dal supporto finanziario a un maggiore presenza di Frontex. Solo una volta arrivati al terzo livello scatterebbero i ricollocamenti tra gli Stati membri, preceduti però da un voto unanime del Consiglio europeo. Condizione quest’ultima praticamente impossibile visto anche il precedente fallimento dei ricollocamenti.

«Voteremo no a questo documento perché penalizzerebbe ancora l’Italia e gli altri Paesi del Mediterraneo. O l’Europa ci dà una mano a mettere in sicurezza il nostro Paese, oppure dovremo scegliere altre vie», ha annunciato ieri Salvini provocando la reazione della portavoce della Commissione Ue che ha lo invitato a parlare in sede di consiglio Affari interni.

Anziché votare contro, Salvini potrebbe trattare con i colleghi europei. L’Europarlamento ha già approvato una riforma di Dublino che va incontro alle richieste dell’Italia e anche se a suo tempo la Lega si astenne, adesso potrebbe lavorare perché venga adottata anche dal Consiglio. Inviti in questo senso sono arrivati a Salvini dall’europarlamentare di Possibile/S&D Elly Schlein e dal deputato di +Europa e segretario di Radicali italiani Riccardo Magi. Sarebbe l’unica occasione per l’Italia per sperare ancora di ottenere una buona riforma. Al momento infatti la bozza bulgara può contare su un buon numero di sostenitori, con 17 Stati a favore contro i cinque no di Italia, Malta, Spagna, Cipro e Grecia che giudicano troppo grandi le responsabilità assegnate ai Paesi di primo sbarco, e i 4 no di Visegrad più l’Austria che invece lamentano una dose troppa alta di solidarietà.

Ma per evitare ulteriori divisioni in seno all’Ue il Consiglio europeo di fine giugno potrebbe anche decidere di non decidere e di rimandare tutto. Dal primo luglio la presidenza di turno passerà all’Austria, altro Paese che ha tutto l’interesse a lasciare le cose come stanno. Se ci riuscirà, sarà anche grazie alle prossime scelte del nuovo governo giallo-verde.

FONTE: Carlo Lania, IL MANIFESTO

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