Un uso strategico del diritto e della giustizia

Un uso strategico del diritto e della giustizia

Di fronte alle prime esibizioni di sé del neo-Ministro dell’Interno e ai contenuti del contratto di governo in materia di giustizia penale, sicurezza e immigrazione, non pochi si sono chiesti se il diritto ci salverà dalla politica che ne viene sbandierata: revisione della già claudicante disciplina sul diritto d’asilo, respingimenti e confinamenti, misure discriminatorie nei confronti dei rom, innalzamenti di pene e abbassamento della responsabilità penale per i minori, difesa armata sempre legittima, limitazioni alle alternative al carcere e via elencando. Un immaginario claustrofilo ed espulsivo che, non a caso, sembra spostare il nostro Paese nell’orbita del premier ungherese Orban.
Aiuta a muoverci in queste plumbee prospettive l’ultimo libro di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone e della Coalizione Italiana per le libertà e i diritti civili, dedicato – appunto – al diritto e alla sua (presunta) capacità salvifica: Il diritto (non) ci salverà, pubblicato da manifestolibri (pp. 112, euro 8). Nella sua prima parte sono individuati «i problemi»: la sovranità, il realismo politico, la legalità e la sicurezza.

NELLA SECONDA «ciò che resta», ovvero le strategie di resistenza e di cambiamento possibile: la denuncia, la disobbedienza e l’uso strategico della giustizia. Il libro è fortunatamente retrodatato, così che non se ne possa immaginare una scrittura d’occasione. Anzi, trova la sua origine in riflessioni suscitate dal passato Governo, e dalla sua propensione verso politiche in cui il pubblico decoro e la percezione della sicurezza aprivano ampi spazi a iniziative politiche e amministrative discriminatorie. Se qualcuno, a fin di bene, pensava in tal modo di addomesticare la bestia, dovrebbe ammettere ora di aver sbagliato i suoi conti.

D’altro canto, la legittima critica del totem legalitario mette in discussione la stessa capacità salvifica del diritto: la legalità è quel che è, una misura dello stato delle relazioni sociali e dei valori dominanti in una società. Può piacere, ma anche no: erigerla a parametro di valutazione dell’azione politica o, finanche, della giustizia significa condannarsi alla conservazione di quel che è, dei rapporti sociali esistenti e dei valori dominanti. Dunque il diritto ci salverà se ci avrà già salvati, oppure se – almeno – non coincide con il potere di fare le leggi. E qui entrano in campo i principi dello stato costituzionale di diritto e la tutela sovranazionale dei diritti. E’ dura la critica di Gonnella al sovranismo che si sottrae alla giurisdizione internazionale e al realismo politico che lo motiva. Il diritto internazionale dei diritti umani può salvarci solo se piega la resistenza dei poteri nascosti all’ombra della sovranità nazionale sul proprio territorio.

MA IL DIRITTO ci salverà (per quanto ci può salvare) solo se sarà capace di un proprio realismo politico. «Non sarà la legge perfetta – scrive Gonnella – a impedire la pratica criminale della tortura», e se nel caso del Muslim Ban voluto da Donald Trump è bastato «cambiare ‘legalmente’ un giudice nella composizione della Corte Suprema per far passare una legge palesemente discriminatoria, vorrà dire che la vittoria si costruisce nella società e non nei tribunali e che lo Stato di diritto si realizza nelle scuole, nelle università, nelle piazze, nei social, nei media prima ancora che nelle aule di giustizia». L’uso strategico della giustizia, cui Gonnella affida qualche possibilità che il diritto ci salvi, non può allora che fare i conti con il cambiamento sociale che deve accompagnarlo.

Non a caso il caso di studio proposto nelle pagine finali da Gonnella è quello della lunga strada percorsa dai movimenti Lgbt per il riconoscimento del matrimonio egualitario negli Stati Uniti: una strada in cui il mutamento sociale ha imposto il tema e la sua soluzione giuridica. Anche quando innova, come in questo caso, il diritto viene dopo. E dunque, certo, principi e valori costituzionali andranno agiti contro politiche liberticide e discriminatorie, ma mai in forma di un passato che resiste, bensì in nome di una società che esiste e che chiede diritti e libertà. Solo così, forse, il diritto può aiutarci a salvarci.

FONTE: Stefano Anastasia, IL MANIFESTO



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