Boom delle ecomafie nel 2017

Rapporto Legambiente. Dai rifiuti all’abusivismo all’agroalimentare aumentano il business dei reati ambientali. Il ministro Sergio Costa propone il Daspo per chi inquina

Luca Martinelli • 10/7/2018 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Studi, Rapporti & Statistiche • 624 Viste

Il fatturato dell’ecomafia cresce, e lo fa quasi in doppia cifra. Nel 2017 ha registrato un +9,4%, per arrivare a 14,1 miliardi di euro, secondo il Rapporto presentato ieri alla Camera dei Deputati da Legambiente. L’Italia, però, si è attrezzata per rispondere a chi fa affari trafficando rifiuti, con il cemento abusivo, abbattendo animali e specie protette o truffando sull’agroalimentare made in Italy.

In particolare, la cassetta degli attrezzi di chi si oppone all’economia illegale che danneggia l’ambiente è più efficace dopo l’approvazione della legge sugli ecoreati, la numero 68 del maggio 2015.

Questo fa sì, spiega l’associazione ambientalista, che «mai nella storia del nostro Paese sono stati effettuati tanti arresti per crimini contro l’ambiente come nel 2017, mai tante inchieste sui traffici illeciti di rifiuti»: spiccano, tra i numeri contenuti nel Rapporto Ecomafia (che è anche un libro, pubblicato dalle Edizioni Ambiente), le 538 ordinanze di custodia cautelare emesse per reati ambientali nel 2017 (139,5% in più rispetto al 2016), i 158 arresti per i delitti di inquinamento ambientale, disastro e omessa bonifica, con ben 614 procedimenti penali avviati, contro i 265 dell’anno precedente.

Sono state ben 76, invece, le inchieste per traffico organizzato (contro le 32 nel 2016), e hanno visto 177 arresti, 992 trafficanti denunciati e – sopratutto – ben 4,4 milioni di tonnellate di rifiuti sequestrati, otto volte di più rispetto alle 556mila tonnellate del 2016. Occuperebbero 181.287 tir, in fila l’uno dietro l’altro.

In termini assoluti, lo scorso anno sono stati registrati 30.692 illeciti ambientali, quasi un quinto in più rispetto all’anno precedente.

Si tratta, in media, di tre e mezzo ogni ora. Le persone denunciate in tutto sono 39.211 (+36%), e 11.027 i sequestri effettuati (addirittura +51,5%).

Il 44% delle infrazioni sono state verbalizzate nelle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso.

Guida la classifica la Campania, con 4.382 illeciti, il 14,6% del totale nazionale, seguita dalla Sicilia (3.178), dalla Puglia (3.119), dalla Calabria (2.809). Al quinto posto, davvero vicina alle ultima della classe, c’è il territorio del Lazio (2.684).

Legambiente identifica il 2017 come «l’anno del rilancio delle inchieste contro i trafficanti di rifiuti».

Quasi un quarto di tutti gli illeciti contestati riguardano questo ambito, seguito dai delitti contro gli animali e la fauna selvatica (22,8%), dagli incendi boschivi (21,3%) e da quello che viene definito ciclo del cemento, al 12,7%).

Tra le tipologie di rifiuti predilette dai trafficanti ci sono i fanghi industriali, le polveri di abbattimento fumi, i Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), i materiali plastici, gli scarti metallici (ferrosi e non), carta e cartone.

I trafficanti non punterebbero più allo smaltimento vero e proprio, che è stato sostituito come core business dalle finte operazioni di trattamento e riciclo, prassi che permettono allo stesso tempo di ridurre i costi di gestione e di evadere il fisco.

Alla presentazione del rapporto sono intervenuti, tra gli altri, il ministro dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del Mare Sergio Costa, il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, il sottosegretario all’Ambiente Salvatore Micillo.

Costa, in particolare, ha sottolineato che servirebbe «il “daspo” ambientale», un provvedimento analogo a quello già previsto nei confronti dei tifosi violenti , perché «chi inquina, a mio parere, è il caso che lasci il territorio, perché vuol dire che non ama quel luogo».

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inviato un messaggio a Legambiente: «Lo sfruttamento dei beni comuni, lo squilibrio, l’inquinamento, le azioni fraudolente, il dissesto sono veri e propri delitti compiuti contro le generazioni di domani, e costituiscono nell’oggi una violenza che comprime i diritti della persona» ha scritto.

E ancora: «L’ambiente degradato e saccheggiato è, al tempo stesso, uno spazio vittima delle organizzazioni del crimine e brodo di cultura della loro espansione. Laddove si attiva un circolo virtuoso di recupero, là vengono avversate e sconfitte le mafie».

***

Dall’abusivismo all’agroalimentare, reati in aumento

Il villaggio turistico «Pino di Lenne» di Palagiano (Ta) è stato dichiarato abusivo nel 1987. La lottizzazione provocò la devastazione di un bosco di pini d’Aleppo lungo il fiume Lenne, e nel 2013 il Consiglio di Stato ha ribadito che il Comune dovrebbe provvedere all’abbattimento, per ripristinare – se mai sarà possibile – lo stato dei luoghi. Il villaggio è ancora lì. E’ un esempio di quello che Legambiente definisce «ciclo illegale del cemento», che nel 2017 ha portato alla luce 3.908 infrazioni e alla denuncia di 4.977 persone. Il 46,2% dei reati si concentra in Campania, Sicilia, Puglia e Calabria.

Legambiente chiede di semplificare l’iter di abbattimento delle costruzioni abusive, avocando la responsabilità delle procedure agli organi dello Stato (i prefetti), esonerando da tale onere i responsabili degli uffici tecnici comunali e, in subordine, i sindaci (pochi quelli che hanno il coraggio di far muovere le ruspe). Secondo le stime del Cresme, nel 2017 in Italia sarebbero state costruite circa 17.000 nuove case abusive.

Biodiversità, reati aumentati del 18%

Nel 2017 sono state più di 6mila le persone denunciate per reati contro la biodiversità, quasi 17 al giorno, e 7mila le infrazioni (19 al giorno, più 18% rispetto al 2016). L’aggressione riguarda specie protette come lupi, orsi, aquile, pettirossi, tonni rossi, pesci spada… Le regioni a tradizionale presenza mafiosa totalizzano il 43% di questo tipo di reati. La Sicilia è in testa i (1.177, il 16,8% del totale), seguita dalla Puglia (946 reati) e dal Lazio (727). In quarta posizione c’è, per la prima volta, la Liguria (569), che supera Calabria (496) e Campania (430). La propensione all’illegalità è dovuta con ogni probabilità – è scritto nel Rapporto – alla «insignificanza delle sanzioni contravvenzionali»: i bracconieri rischiano un’ammenda da 774 a 2.065 euro. Un limite riconosciuto anche dal ministro Costa: «Il bracconaggio è un reato odioso, andrebbe inserito nella legge 68 ( sugli ecoreati, ndr). È mia aspirazione che questi reati entrino nel Codice penale, come reati contro l’ambiente» ha detto ieri.

Agroalimentare, 37mila reati

La filiera illecita nel settore agroalimentare vale un miliardo di euro, segnando un più 30% rispetto al 2016. Sono aumentati i reati, che toccano quota 37mila. 22mila le persone denunciate e/o diffidate, 196 gli arresti e 2.733 i sequestri. I settori più colpiti sono quello ittico, la ristorazione, la produzione di vini e alcolici, ma anche sanità e cosmesi. La contraffazione di prodotti agroalimentari è una delle calamità del settore, spiega Legambiente, citando l’ultima Relazione della Direzione nazionale antimafia: «Nel settore agroalimentare la falsificazione attiene generalmente all’origine geografica del prodotto o alla denominazione di origine». E ancora: «La falsificazione delle indicazioni geografiche tutelate e delle denominazioni protette sfrutta qualità, apprezzamento e notorietà dei prodotti alimentari italiani». Distrugge l’immagine del made in Italy, fondata sugli 818 prodotti agroalimentari riconosciuti dall’Unione europea.

 

FONTE: Luca Martinelli, IL MANIFESTO

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