Cina-Stati Uniti, parte la guerra dei dazi che frenerà il mondo

Al via le nuove tariffe sull’import da Pechino L’ambasciatore Usa a Berlino propone all’Ue una tregua sulle auto

Arturo Zampaglione • 6/7/2018 • Lavoro, economia & finanza nel mondo • 221 Viste

NEW YORK. Alla mezzanotte sono scattate le nuove tariffe del 25% imposte da Donald Trump sulle importazioni dalla Cina di robot, macchine industriali e altri prodotti per un totale di 34 miliardi di dollari. La motivazione? Una risposta alle violazioni della proprietà intellettuale. Sempre alla mezzanotte Pechino aveva già pronte le misure di ritorsione sullo stesso valore dell’interscambio, colpendo coltivatori di soia e allevatori di maiali del Midwest, cioè l’elettorato trumpiano, che viene chiamato adesso a una “ prova di patriottismo”. Sì, perché questa ultima fiammata di dazi conferma il pericolo di una lunga, prolungata battaglia sui commerci internazionali, con probabili ripercussioni sulla economia globale.

« Le guerre commerciali sono buone e facili da vincere » , aveva detto Trump a marzo avviando l’offensiva già promessa in campagna elettorale. Il presidente è convinto che gli Stati Uniti siano stati finora penalizzati dagli accordi commerciali e che gli altri partners ne abbiano approfittato per invadere il mercato americano, aggravando il deficit commerciale. Di qui la strategia della Casa Bianca: usare tutto il suo potere politico ed economico per strappare agli altri paesi condizioni migliori. Di sicuro il mercato americano fa gola a tutti. Alcuni paesi come la Germania e la Cina hanno approfittato di particolari situazioni, come quella del cambio, per accelerare le esportazioni. Ma ciò non significa che il mondo sia pronto a cedere al diktat di Trump. Tutt’altro: già dopo il primo round di tariffe americane sull’alluminio e sull’acciaio, sono scattate le ritorsioni dei partners. Il Messico ha portato le tariffe sulle importazioni americane di maiale al 25%. Il Canada ha introdotto dazi su 12 miliardi di dollari di import. Bruxelles ha fatto ricorso al Wto e penalizzato alcuni simboli del Made in Usa per un totale di 2,8 miliardi di euro di importazioni, tra cui il whiskey le Harley- Davidson. E, nella prima ondata di ritorsioni, sono finite nel mirino della Cina le auto di Detroit e i maiali del Midwest. Ma adesso lo scontro si è alzato di livello e Pechino si è già mossa. Peter Navarro, il braccio destro del presidente sul commercio, minaccia una ritorsione sulla ritorsione cinese della scorsa notte: potrebbe riguardare centinaia di miliardi di dollari di interscambio. Così la guerra salirebbe ulteriormente di livello. E comunque a metà luglio il presidente americano vuole introdurre un dazio del 20% sulle importazioni di auto e componen-tistica, che metterebbe a soqquadro l’industria automobilistica mondiale, compresa quella di Detroit. La GM ha già lanciato l’allarme: si rischia di chiudere alcune fabbriche e licenziare gli operai. Come dire: l’esatto contrario di quello cui punta Trump. Ma fino a quando il presidente americano tirerà la corda? Resisterà alle pressioni dell’establishment repubblicano, preoccupato per gli effetti catastrofici che una guerra commerciale può avere sull’elettorato? Il primo, timido segnale che forse la Casa Bianca è pronta a trattare viene da Berlino, dove l’ambasciatore americano Richard Grenell ha lanciato la proposta di abolire del tutto i dazi sulle auto, che ora sono del 10% per quelle che arrivano dagli Usa in Europa, e del 2,5 % nell’altra direzione. Angela Merkel fa sapere che l’ipotesi può essere interessante, Anche Bruxelles sta esaminando le idee dell’ambasciatore e Junker ne parlerà con Trump la settimana prossima.

Fonte: Arturo Zampaglione, LA REPUBBLICA

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