Giappone. A 23 anni dall’attacco alla metropolitana, impiccato il guru del sarin

Giustiziati sei membri della setta Aum. Con 10mila adepti da tutti gli strati sociali, prometteva salvezza. In cambio dei loro averi

Stefano Lippiello • 7/7/2018 • Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 277 Viste

Ventitré anni sono trascorsi da quella mattina di fine marzo che vide Tokyo nel panico: gli adepti del culto Aum sparsero gas sarin nella metropolitana, ci furono 13 morti e migliaia di intossicati gravi.

Ma una domanda ancora echeggia nelle menti, e nelle dichiarazioni, dei parenti delle vittime. Perché? Da allora il leader del culto Aum, noto all’epoca come Asahara Sohoko, non ha mai dato spiegazioni, anzi non ha quasi mai parlato e non ha voluto incontrare nemmeno i suoi avvocati o la sua famiglia. Un lungo silenzio che ora durerà per sempre: il leader della setta è stato giustiziato per impiccagione ieri mattina con altri sei tra esecutori materiali e dirigenti del culto.

La risposta a quel «perché», ha cercato di darla la procura di Tokyo che nel processo iniziato nel 1996 contro Matsumoto Chizuo – il nome all’anagrafe del leader di Aum – si è orientata verso la tesi che il guru e il suo gruppo volessero prendere il potere in Giappone in seguito al caos provocato dall’attacco nel cuore governativo della capitale.

Il culto all’epoca contava su una decina di migliaia di fedeli ed era strutturato come una vera e propria comunità autonoma che si scoprì, poi, essere dotata non solo di luoghi di ritiro, ma anche di scuole, prigioni, mezzi militari e laboratori nei quali furono prodotti gli agenti chimici usati negli attentati di Tokyo e nella prefettura di Nagano l’anno precedente.

La penetrazione sociale della setta abbracciava tutti gli strati sociali. Tanto che i capi in carica della struttura organizzativa, o dei «ministeri» come Matsumoto aveva scelto di chiamarli, provenivano anche dall’élite educativa del paese.

Un ulteriore motivo di confusione per il Giappone, dove è radicata la cultura del merito basato su una certa istruzione d’élite. Quello che univa gli adepti era però la ricerca di un posto alternativo a una società sempre più materialistica e sempre più in crisi d’identità.

Erano gli anni in cui scoppiava la bolla economica e la setta di Aum diffondeva, nel suo eclettico mix di religioni e credenze che spaziavano dallo yoga alla fantascienza passando per il buddismo tibetano, anche visioni apocalittiche (per l’umanità) e salvifiche (per gli adepti) che ben servivano alcuni animi in crisi.

Gli adepti erano costretti non solo a cedere al culto tutti i loro averi, ma anche al leader la loro storia personale in funzione della redenzione, come testimonia lo scrittore Haruki Murakami, nel suo Underground. La fedeltà al guru doveva essere totale.

Per alcuni questa fedeltà, o cecità, è arrivata fino a bucare delle sacche piene di sarin – un agente chimico tossico – in una mattina di primavera del 1995 su cinque treni della metropolitana di Tokyo, in nome di una nuova era e del guru. Chi lottava contro i metodi della setta invece, veniva eliminato in modo brutale: nel caso dell’avvocato Sakamoto, difensore di alcune vittime del gruppo, insieme all’intera famiglia.

A oggi il culto, che si è riformato dopo essere stato bandito, si è scisso e ha cambiato nome, ma conta ancora un migliaio di adepti ed è sotto stretto controllo di una unità speciale del ministero dell’Interno. Le autorità temono ora possibili nuovi attacchi come ritorsione per le impiccagioni.

Le esecuzioni arrivano a grande distanza dalla condanne principali – irrogate già nel 2004 – perché alcuni degli attentatori sono stati latitanti fino al 2011 e i loro processi si sono conclusi definitivamente davanti alla Corte suprema solo a gennaio di quest’anno.

Il ministero della Giustizia giapponese di solito non procede all’esecuzione se il processo di un imputato per lo stesso reato è ancora aperto. La speranza, o il bisogno, che il leader parlasse era già cessata da molto tempo. Inoltre, negli anni successivi agli attentati l’amministrazione era stata molta cauta per il timore di un possibile «effetto martirio» tra i seguaci, che avrebbe potuto aumentare il risalto del leader. Le esecuzioni riaprono ora il dibattito sulla pena di morte nel paese, che sembra incontrare ancora un radicato favore.

FONTE: Stefano Lippiello, IL MANIFESTO

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