Il ministro Salvini, che sul decreto sicurezza arranca tra propaganda e realtà

La legge slitta a settembre. La riduzione della protezione umanitaria si scontra con le regole Ue, lo stop alle richieste d’asilo con la Costituzione

CARLO BONINI e FABIO TONACCI * • 30/7/2018 • Criminalità, controllo & sicurezza, Paure, conflitti, sofferenze urbane, Politica & Istituzioni • 886 Viste

Come un consumato Fregoli, il ministro dell’Interno Matteo Salvini da due mesi ripropone un identico canovaccio. Spararne ogni giorno una, possibilmente più grossa di quella precedente. Per ingrassare la paura, carburante del suo consenso, ma, soprattutto, per testare il grado di resistenza del sistema di garanzie costituzionali, la tenuta delle burocrazie della sicurezza, l’umore del Paese. Oggi i migranti, domani la legittima difesa, dopodomani i rom, un giorno che verrà il poliziotto o il carabiniere che dovessero abusare di un inerme. E tuttavia il gioco comincia a farsi complicato.

Il “decreto Sicurezza”, la pietra angolare delle nuove politiche d’ordine del governo Conte a trazione leghista, darà infatti la misura della forbice tra propaganda e governo. Riscriverà l’istituto della protezione umanitaria, prolungherà i termini di detenzione nei Centri di permanenza e rimpatrio (Cpr), introdurrà nuovi presupposti per l’espulsione immediata e la decadenza dal diritto di asilo già riconosciuto, fisserà nuove cause ostative alle richieste di protezione internazionale. Un passaggio, appunto, complesso.

Dimostrazione ne siano la fatica del parto (il provvedimento doveva essere un disegno di legge e arrivare prima della pausa estiva dei lavori parlamentari, e invece, verosimilmente, arriverà in settembre, forse come decreto legge) e la natura omnibus delle nuove norme, dal momento che riguarderanno anche il regime dei beni confiscati alle mafie, la sicurezza urbana, gli enti locali e la prevenzione antiterrorismo.

I due Matteo Salvini

Soprattutto, a ben vedere, il decreto è lo specchio di due Matteo Salvini. Quello in maniche di camicia che, feroce, eccita folle virtuali su Twitter e folle sudate in piazza, o che festeggia, nel suo lounge, la riapertura dell’Old Fashion, discoteca storicamente frequentata dalla destra milanese (era stata chiusa perché teatro dell’aggressione a colpi di lama al figlio di Simona Ventura e Stefano Bettarini). E il compassato neofita di governo, che – raccontano – se ne sta seduto alla scrivania che fu di Giolitti, ascolta con attenzione da scolaretto i tecnici del Viminale e non tocca palla nei vertici internazionali, dove finge di aver capito l’opposto di quel che è davvero accaduto (ultimo esempio, il vertice dei ministri dell’Interno a Innsbruck). Lo stesso che ha scelto di entrare al ministero con un seguito non di scalmanati: un capo di gabinetto competente e incline alla mediazione, il prefetto ed ex vicecapo della Polizia Matteo Piantedosi; l’esperto social media manager Luca Morisi; il capo della segreteria Andrea Paganella; l’ex giornalista di Libero Matteo Pandini alla comunicazione; una pattuglia di quattro sottosegretari politicamente mansueti.

Dal primo giugno, giorno del suo insediamento, il Salvini di propaganda e di governo ha imparato un po’ di cose. Non è possibile procedere a rimpatri forzati di massa dei migranti. I suoi alleati europei, il blocco nazional-populista di Visegrad, non sono disposti a prendere uno solo dei profughi che sbarcano sulle nostre coste. Per il ministro dell’Interno tedesco, il falco Horst Seehofer, la priorità è ricollocare in Italia i migranti che qui sono arrivati e sono stati registrati. La legge e le convenzioni internazionali del mare hanno un limite invalicabile che è la responsabilità di non consegnare alla morte i naufraghi. Le navi militari della missione europea Sophia non rispondono al ministro dell’Interno italiano. La magistratura non prende ordini dal Viminale (vedi caso Diciotti).

Le commissioni amministrative che decidono sulle domande di asilo non sono una cinghia di trasmissione delle sue direttive ministeriali. La Libia non è ancora, e a lungo non lo sarà, un paese classificabile come “place of safety”, dove riportare chi vi fugge.

La “strategia della tensione”

Non potendo, dunque, raccontare al proprio elettorato di aver messo insieme in campagna elettorale una montagna di frottole a cui non potrà tener fede – una su tutte, «cacceremo mezzo milione di immigrati”»(gennaio 2018) – e non potendo «spezzare le reni all’Europa», Salvini è stato costretto a scegliere un’altra strategia. Da una parte, far credere agli italiani di essere in piena emergenza sbarchi, nonostante i numeri dicano il contrario (da quando è al Viminale, 4.677 arrivi, l’86 per cento in meno dello stesso periodo di un anno fa), facendogli contestualmente dimenticare i 1.500 morti annegati nel Mediterraneo nei primi sette mesi del 2018. Dall’altra, aggiustandosi negli angusti spazi concessi dalle leggi nazionali e internazionali, introdurre col decreto Sicurezza “norme manifesto” che, nelle intenzioni, dovrebbero consentirgli di lucrare al mercato della propaganda qualche altro punto percentuale di consenso, millantando di aver finalmente messo mano al “lassismo” sui migranti.

Le “norme manifesto”

Nel dettaglio. Nel famigerato decreto, se le cose non cambieranno, verranno radicalmente modificati i presupposti che consentono il riconoscimento del permesso di soggiorno per “seri motivi” umanitari. Al momento, cosa debba intendersi con questo termine, è lasciato alla discrezionalità delle commissioni territoriali e, eventualmente, ai giudici investiti dai ricorsi. Le nuove norme, al contrario, tipizzeranno in senso restrittivo i “seri motivi” (le gravi condizioni di salute saranno uno di questi), e moduleranno i permessi di soggiorno in diverse fasce temporali (oggi sono tutti di durata biennale, rinnovabile). È un modo per grippare un principio umanitario (riconosciuto in 24 Stati d’Europa, come ha ricordato al ministro il deputato radicale Riccardo Magi) di cui Salvini non sa che farsene, ma che non può cancellare unilateralmente.

L’effetto collaterale sarà gonfiare a dismisura il contenzioso legale, già oggi oltre il limite di guardia, di chi il permesso non lo ottiene. Una “norma manifesto”, appunto.

Molto simile, se non identica, a quella che ha annunciato su Twitter: «Bloccare la domanda di asilo agli stranieri che commettono reati». In questo caso, e Salvini lo sa, la trovata sbatte contro la Costituzione italiana (vige il principio di innocenza fino al terzo grado di giudizio e la pena viene scontata nel paese in cui il reato è stato commesso) e contro le direttive europee che premiano il riconoscimento del diritto di asilo rispetto ad altri diritti, che non per questo vengono cancellati, ma che non possono diventare ostativi al primo.

Contrordine: il piano Minniti è ok

C’è dell’altro. Sarà portato da 90 a 180 giorni il termine massimo di permanenza nei Cpr degli immigrati destinati al rimpatrio. Il motivo: ottenere più tempo, necessario ai Paesi di provenienza per riconoscere il proprio cittadino e concedere il nullaosta al suo rientro. Peccato – e anche questo Salvini lo sa – che i Cpr siano solo 6 (Brindisi, Torino, Roma, Bari, Palazzo San Gervasio e Caltanissetta) per una capienza di 880 posti già raggiunta da mesi.

Detto altrimenti, ad oggi, non c’è modo di ospitarne di più. E, quindi, il prolungamento del termine di detenzione non farà altro che ridurre ulteriormente una ricettività già al collasso. Dice dunque il ministro: «Di Cpr ne aprirò altri quattro entro l’anno, per un totale di altri 400 posti. A Modena, Macomer, Gradisca di Isonzo e Milano». Ammesso che ci riesca, non basteranno. E, il Salvini di propaganda non può fare l’unica cosa che dovrebbe fare quello di governo. Spiegare agli amministratori e ai cittadini dei comuni in cui la Lega fa da asso pigliatutto che c’è un contrordine: il no opposto fino a ieri al piano dell’ex ministro dell’Interno Minniti (i Cpr sono stati voluti da lui, e li prevedeva in ogni Regione) ora deve diventare un sì per tutti. I Governatori alfieri del leghismo (Zaia in Veneto, Fedriga in Friuli) si sono già allineati, contrabbandando davanti al proprio elettorato l’apertura dei Cpr con la promessa della chiusura di alcuni centri di accoglienza.

È evidente come Salvini capovolga la prospettiva del governo dei flussi migratori. Anziché lavorare a monte, con i paesi di origine e con l’Europa per contenere i numeri di un fenomeno epocale, freneticamente traffica a valle per rendere impossibile la vita a chi, sulle nostre coste, comunque è già sbarcato o continuerà a sbarcare.

Il ministro dell’Interno ha chiesto infatti che nel decreto si preveda la cancellazione del diritto di asilo per chi, avendolo acquisito, dovesse tornare nei paesi di origine per un periodo troppo lungo (li chiama, con tono sprezzante, “profughi vacanzieri”). O che, qualunque sia la gravità del reato commesso in Italia, questo automaticamente comporti la decadenza della protezione internazionale già ottenuta. O che, dopo sei mesi di permanenza in una struttura di accoglienza per rifugiati, non vi sia più l’iscrizione alle liste anagrafiche dei comuni e il conseguente rilascio di carta d’identità.

* Fonte: CARLO BONINI e FABIO TONACCI, LA REPUBBLICA

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