Il nuovo ordine mondiale di Trump

Helsinki. Con Trump, è impossibile cercare una visione coerente che ispiri le sue scelte. Ma il loro susseguirsi non è disordinato

Guido Moltedo * • 17/7/2018 • Copertina, Internazionale • 227 Viste

Un «ottimo inizio per tutti». Si compiace Trump dopo il lungo tu per tu con Putin. Ma per capire la portata e le conseguenze del vertice di Helsinki non basteranno le dichiarazioni a caldo né il consueto lavoro promozionale degli staff.

Si consideri che Trump è il quarto presidente statunitense a incontrare Putin. Tutti improntati all’intenzione dichiarata di stringere una relazione personale con il leader russo. Per non dimenticare il reset button strombazzato dall’allora segretario di stato Hillary Clinton, che avrebbe avviato una nuova fase positiva nelle relazioni con Mosca…

E dovrebbe essere proprio l’incontro di Helsinki il vertice del disgelo, il quarto vertice che vede protagonista il più incoerente ed enigmatico presidente della storia americana di fronte al più abile giocatore di scacchi degli ultimi vent’anni?

Perché non si sia mai arrivati a una normalizzazione un minimo duratura delle relazioni russo-statunitensi, è domanda da rivolgere a Clinton, Bush e Obama, da un lato, e a Putin dall’altro, anche se si tende ad attribuire la responsabilità soprattutto a quest’ultimo. Ognuno ne ha dato una sua versione, per non contare quelle dei loro collaboratori. Forse, più semplicemente, la colpa della continuazione, sotto altre forme, della guerra fredda, è da attribuire all’interesse comune dei complessi militari industriali delle due superpotenze, che hanno perseverato, anche dopo la caduta del Muro, e continuano ad avere un ruolo preponderante nelle scelte strategiche di Washington e di Mosca, in termini di spese destinate agli armamenti e in termini di priorità geopolitiche e geoeconomiche.

L’esistenza del Grande nemico è necessaria al proseguimento di quella logica.

Trump ha l’intenzione, ha la forza, per spezzarla, quella logica, per aggiornarla in altra guisa? E perché lo farebbe? O, come sostengono in tanti, ha in mente solo un vantaggio mediatico immediato da trarre dalle due ore e più con Putin, come l’incontro recente con il coreano Kim Jong-un?

Con un personaggio come Trump, questi interrogativi coesistono. Con Trump, è impossibile cercare una visione coerente che ispiri le sue scelte. Ma il loro susseguirsi non è disordinato. Si tende a vedere e a commentare ogni singolo fotogramma del film «The Donald» come un clamoroso episodio, l’ennesimo, che indigna, sorprende, scuote i suoi avversari così come delizia i suoi sostenitori.

È il caso delle sei giornate di questo suo tour europeo: gli improperi ad alleati fedeli trattati come nemici, le gaffe, le intrusioni nelle vite di altri governi. Ma anche questa sequenza ha un senso.
In questa chiave l’incontro di Helsinki è diverso dai precedenti perché s’inquadra in un nascente nuovo ordine mondiale, del quale Trump è insieme il risultato e l’artefice.
Il risultato perché la sua elezione è stata il sintomo eclatante di un radicale mutamento di fase a livello mondiale; è l’artefice perché da presidente lo cavalca impetuosamente e lo spinge in avanti.

Le picconate alla Nato, così come è stata concepita finora, unite a nuove relazioni con Mosca, implicano la fine delle forme di multilateralismo che si sono sviluppate nel Novecento e che, sotto la presidenza Obama, sembrava potessero essere riformate nel senso di un accresciuto riconoscimento di altri attori – le nuove potenze emergenti – e di un contenimento del ricorso alle armi a favore di più diplomazia, in particolare con un maggiore ruolo dell’Onu.

In questo, gli Usa erano disposti anche a fare un passo indietro, immaginando un sistema di relazioni internazionali tra pari. E anche se il baricentro si spostava verso l’Estremo oriente, l’Europa restava il partner principale di Washington.

Questo schema non si è consolidato, è rimasto in bilico tra il vecchio ordine e un indistinto tentativo di nuovo ordine, un precario equilibrio che sembrava potesse durare indefinitivamente.

Quest’ibrido adesso è rovesciato da Trump, che cerca la complicità e il comune interesse di Putin a organizzare un ordine mondiale sotto l’inedita eppur vecchia diarchia, costituita dalle due superpotenze nucleari, avversarie ma complementari, come avveniva nell’era bipolare. I paesi europei, privi di una coesione politica, privi di una forza militare, si dovrebbero acconciare, individualmente, non più come Ue, a questa situazione, membri di una Nato a completa egemonia americana.

E anche la Cina, con tutta la sua potenza economica, dovrebbe stare al gioco. Così, il resto del mondo. È realistico? Di sicuro è reale la crisi dell’ordine nato sulla macerie del Muro.
Putin può essere interessato a un quadro che vede Mosca rilegittimata come massimo protagonista.

Questo vertice segna in ogni caso un punto soprattutto a suo favore. Per Trump, è da vedere, perché la vicenda non si esaurirà a Helsinki.

Al suo rientro ci sarà il secondo tempo, con la questione russa nelle sembianze del procuratore speciale Mueller. Il presidente è riuscito a infischiarsi di tutto e di tutti, sul Russiagate, ma Mueller resta al suo posto e stringe sempre più il cerchio intorno alla Casa bianca.

* Fonte: Guido Moltedo, IL MANIFESTO

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