La Diciotti bloccata in mare un’altra notte. Per Salvini i “facinorosi” devono scendere in manette

Salvini lascia la nave Diciotti un’altra notte senza attracco. Il ministro non fa sbarcare i migranti che si sono ribellati al ritorno in Libia

Adriana Pollice • 12/7/2018 • Immigrati & Rifugiati • 113 Viste

Dovevano arrivare a Trapani ieri sera i 67 migranti salvati dal rimorchiatore italiano Vos Thalassa al largo delle coste libiche e invece l’odissea in mare si è protratta ancora per l’opposizione del Viminale. Così lo sbarco dovrebbe avvenire stamattina. Anche la destinazione è stata decisa dopo un braccio di ferro all’interno del governo giallo verde, che ha tenuto i naufraghi in stand by fino alla tarda mattinata di ieri prima di dare l’ok per la Sicilia. In porto arriveranno sulla nave della Guardia costiera Diciotti e ad attenderli troveranno le forze dell’ordine. Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, per dare il suo assenso allo sbarco ha imposto: «Attendo di sapere nomi, cognomi e nazionalità dei violenti dirottatori, che dovranno scendere dalla nave in manette». E infatti ieri sono saliti a bordo del pattugliatore gli uomini della Capitaneria di porto e della polizia per procedere alle identificazioni prima ancora dello sbarco.

La vicenda è iniziata domenica scorsa: i naufraghi sono stati individuati dal rimorchiatore Vos Thalassa, che presta servizio presso la stazione petrolifera Total difronte le coste libiche. Il barchino era al largo di Zuwarah, tra i 67 tre donne e sei bambini, i marinai decidono di prenderli a bordo ma da Roma arriva l’indicazione di consegnarli alla Guardia costiera di Tripoli. I migranti, tramite il Gps di un cellulare, si accorgono che la nave sta puntando a sud e scatta la protesta. L’equipaggio si sente minacciato, il comandante avvisa la Guardia costiera italiana della situazione di «grave pericolo», così da Roma mandano la Diciotti per effettuare il trasbordo, che si conclude martedì sera.

I responsabili «dei disordini» vengono identificai (un ghanese e un sudanese) mentre in Italia si apre un caso politico. Una volta saliti sul pattugliatore italiano, i naufraghi non possono più essere riportati in Libia perché la legge vieta i respingimenti, per il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, devono sbarcare. Ma dal Viminale arriva un no: «Toccava ai libici intervenire» insiste Salvini. Toninelli martedì sera rassicura («tutto chiarito»), ma bisogna attendere la tarda mattinata di ieri perché alla Diciotti fosse indicato il porto di attracco.

Il leader leghista alla fine deve cedere ma non prima di aver puntato i piedi: «Prima di concedere qualsiasi autorizzazione voglio i nomi dei violenti, che dovranno scendere dalla Diciotti in manette. Se c’è gente che ha minacciato non finirà in un albergo ma in galera e poi riportati nei loro paesi». Per rimarcare la linea della fermezza i naufraghi vengono lasciati in mare ancora una notte: il pattugliatore è arrivato in rada ieri sera ma dovrebbe entrare in porto solo stamattina. Personale di polizia è salito ieri sulla Diciotti per raccogliere elementi da riferire all’autorità giudiziaria e interrogare i migranti. Si sono diretti invece sulla Vos Thalassa un funzionario della squadra mobile della Questura di Trapani e uno del Servizio centrale operativo della polizia per interrogare l’equipaggio e acquisire le comunicazioni con la Guardia costiera. Mentre a Trapani il comitato per l’ordine e la sicurezza si riuniva nel pomeriggio per definire le modalità di sbarco. Il tutto per rassicurare Salvini, che ha chiesto il tintinnio di manette per dare l’ok all’attracco.

Novità sono arrivate ieri su due inchieste relative alle Ong. Il Tribunale di Malta ha dato il permesso al capitano della nave Lifeline, Claus Peter Reisch, di tornare in Germania. A La Valletta va avanti il processo dove è accusato di avere navigato in acque internazionali con un’imbarcazione non registrata, accusa respinta dall’Ong tedesca. In Italia, invece, la procura di Trapani ha notificato venti avvisi di garanzia per l’inchiesta che portò al sequestro della nave Juventa di un’altra Ong tedesca, Jugend Rettet. I destinatari sono i componenti dell’equipaggio, personale di Medici senza frontiere e Save the children. L’ipotesi di reato è favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Gli investigatori stanno effettuando accertamenti tecnici su i telefoni sequestrati. Eppure la stessa accusa ha dovuto ammettere che i soccorritori hanno sempre agito per motivi umanitari.

FONTE: Adriana Pollice, IL MANIFESTO

photo: By NAC [CC BY-SA 4.0 ], from Wikimedia Commons

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