Le nuove vie del Mediterraneo, lo stop a Ong e guardia costiera riapre la rotta verso Lampedusa

i trafficanti di uomini hanno rimesso in mare barchini e barconi capaci di non affondare subito e hanno riacceso la vecchia rotta per Lampedusa

Alessandra Ziniti • 14/7/2018 • Immigrati & Rifugiati • 402 Viste

TRAPANI. Se non fosse stato per quei bimbi piccoli con la maglietta rossa che hanno subito attirato l’attenzione forse anche quest’ultimo sbarco sarebbe passato sotto silenzio: 31 ieri, altri 23 giovedì e 8 la notte precedente. Si scopre così che quel centro di contrada Imbriacola di cui il Viminale aveva annunciato la chiusura molti mesi fa per avviare i lavori di ristrutturazione dopo i ripetuti incendi non solo è ancora aperto ma è quasi pieno pur nella sua limitatissima capienza, poco meno di 100 persone. Perché a Lampedusa, i migranti hanno ripreso ad arrivare, come dimostra anche il barcone con i 450 a bordo improvvisamente materializzatosi ieri nel Mediterraneo.

Senza più le navi delle Ong ad intercettare le imbarcazioni dopo poche ore di navigazione, senza un vero dispositivo di controllo militare, pian pianino i trafficanti di uomini hanno rimesso in mare barchini e barconi capaci di non affondare subito e hanno riacceso la vecchia rotta per Lampedusa. Si parte dalla Tunisia, da Zarzis e Mahdia, quasi sempre perché è il viaggio più breve e più diritto, ma si parte anche dalle coste libiche ad ovest di Tripoli, da Zwara, dove più facilmente si riescono a recuperare imbarcazioni di legno.
E chissà forse si ricomincia a partire anche dal più lontano, dall’Egitto da dove, tradizionalmente, hanno preso il largo grossi pescherecci capaci di portare fino a 400 persone, strette come sardine sui ponti inferiore e superiore ma anche nel vano motore a contatto diretto con le mortali esalazioni dei motori, senza aria e senza spazio.
Le organizzazioni di trafficanti fanno presto a muovere i loro “clienti” e la loro “flotta” a seconda delle rotte più redditizie. E i gommoni mezzo sfondati dove far salire 120 persone alla volta per un prezzo di poche centinaia di euro non sono più un grosso affare ora che le navi umanitarie sono state fermate, che le motovedette libiche con l’assistenza italiana provano a pattugliare le loro acque e la loro appena istituita zona Sar. Quei gommoni, tutti di provenienza cinese, acquistati a migliaia per pochi dollari, non sono buoni a far arrivare a destinazione la gente. Meglio far tornare indietro l’orologio del tempo e riavviare le vecchie rotte che puntavano su Lampedusa.
«È già un po’ di tempo che qui ha ripreso ad arrivare gente, mica da ieri», racconta Pietro Bartolo, il medico dell’ambulatorio di Lampedusa ormai diventato un testimonial di quell’isola dell’accoglienza che sembra improvvisamente passata di moda. Bartolo è alle prese con gli ultimi arrivati, trentuno, quasi tutte famiglie siriane e libiche, intercettate ieri mattina da una motovedetta della Guardia costiera a poche miglia da Lampedusa. Erano partiti su una piccola barca di legno un paio di giorni prima senza che nessuno si accorgesse di quel puntino perso nel Mediterraneo diventato improvvisamente un grande buco nero dove chi può si gira dall’altra parte. Perché, senza Ong, e con l’assoluto silenzio della Guardia costiera italiana che non dà più alcuna informazione sugli eventi Sar in corso, nessuno sa più nulla.
«E chissà quanta altra gente muore senza che lo si sappia. È questa la cosa che mi fa più rabbia», si sfoga il dottor Bartolo mentre manda in ospedale una delle donne appena arrivate, incinta e disidratata. I bambini, compresi il neonato e i più piccoli figli di due coppie di siriani arrivati pieni di bagagli, stanno tutti bene. «Ora sono con noi qui al centro — dice la direttrice Marilena Cefalà — noi non abbiamo mai chiuso e i lavori di ristrutturazione annunciati non sono mai cominciati. Sono settimane che arrivano tantissimi tunisini come tanti anni fa, tanti siriani e anche tanti libici che scappano dal loro paese diventato ormai invivibile».
Lampedusa ma non solo. Ci sono le coste calabresi, dove ieri sera è arrivato un veliero, proveniente dalla Turchia con 75 curdi. E poi, sempre in Sicilia, Noto, Siracusa, Vendicari, altro punto sicuro di arrivo della rotta turca sulla quale gli scafisti ucraini e georgiani continuano a fare affari d’oro. È una linea spesso bisettimanale assicurata con barche a vela da quattordici metri in cui caricano da 60 a 70 persone alla volta. Quasi tutti pachistani, afgani, iracheni, anche qui molte famiglie con bambini, gente che in cambio di un viaggio sicuro è disposta a pagare il prezzo altissimo del biglietto: 5mila euro. All’occhio esperto degli uomini del gruppo interforze della Procura di Siracusa guidata da Carlo Parini sfuggono difficilmente queste barche che procedono di notte a fari spenti e con la linea di galleggiamento abbassata per il carico umano nascosto sotto bordo. Ma quando li scoprono, i migranti sono già in Italia. E il prezzo del biglietto vale il viaggio.

Fonte: Alessandra Ziniti, LA REPUBBLICA

photo: Di Nicola Romani – opera propria, CC-BY-SA-2.5-it, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=2800749

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