Legge sulla legittima difesa, il patto elettorale tra Salvini e la lobby delle armi

Un “contratto” impegna il ministro dell’Interno a coinvolgere le potenti associazioni quando si discute dei loro interessi. A partire dal ddl caro alla Lega che autorizza le vittime di reati a sparare agli aggressori

MARCO MENSURATI e FABIO TONACCI * • 16/7/2018 • Guerre, Armi & Terrorismi, Paure, conflitti, sofferenze urbane, Politica & Istituzioni • 883 Viste

Se Matteo Salvini farà ciò che, per iscritto e «sul suo onore», si è impegnato a fare una volta eletto, l’Italia avrà presto una legge sulla legittima difesa scritta a quattro mani con la lobby delle armi. L’11 febbraio scorso, in piena campagna elettorale, il vicepremier e ministro dell’Interno ha firmato un documento, articolato in otto punti, col quale si è impegnato pubblicamente a «coinvolgere e consultare il Comitato Direttiva 477 e le altre associazioni di comparto ogni qual volta siano in discussione provvedimenti che possano influire sul diritto di praticare l’attività sportiva con armi e/o venatoria, o su quello più generale a detenere e utilizzare legittimamente a qualsiasi titolo armi, richiedendone la convocazione presso gli organi legislativi o amministrativi in ogni caso si renda opportuno udirne direttamente il parere».

Il Comitato D-477
Ma cos’è questo Comitato? Lo spiega a Repubblica il suo presidente, Giulio Magnani.
«Siamo un’associazione che tutela i privati cittadini che hanno armi da fuoco. In Italia rappresentiamo la Firearms United (confederazione europea dei possessori di pistole, ndr) e collaboriamo con Anpam, Conarmi e Assoarmieri». Cioè le più importanti sigle dei fabbricanti di armi, un settore che vale più o meno lo 0,7 % del Pil (2.500 imprese, tra indotto e produzione, 92.000 occupati) e si rivolge a 1,3 milioni di titolari di licenza.
Cacciatori, tiratori sportivi, appassionati di armi (anche da guerra) e gente comune in cerca di sicurezza, che riempie i poligoni, meglio se privati.
Insomma, il Comitato è il braccio operativo di una lobby molto pesante. «La parola lobby non ci spaventa affatto — rivendica Magnani — Non facciamo niente di illegale, difendiamo solo i diritti di molte persone perbene, diritti che sono stati erosi da leggi scritte in malafede». Tra gli sponsor del sito del Comitato c’è Brownells, la filiale italiana della Brownells inc, multinazionale dell’Iowa. Il suo CEO, Pete Brownell, nel 2017 è stato eletto presidente della potente National Rifle Association americana, che ha sponsorizzato la scalata di Trump. «Ma al di là del banner, il rapporto con la Nra è ancora embrionale», precisa Magnani.
“Sul mio onore”
L’intestazione del foglio firmato da Salvini, in qualità di candidato premier e a nome dell’intera Lega, recita: «Assunzione pubblica di impegno a tutela dei detentori legali di armi, dei tiratori sportivi, dei cacciatori e dei collezionisti di armi». La firma è stata messa durante la sua partecipazione all’Hit Show di Vicenza, la più importante fiera delle armi del nostro Paese. Almeno altri 12 candidati (8 della Lega, 2 di Fratelli d’Italia e 2 di Forza Italia) hanno condiviso quel documento. La cosa, però, è passata inosservata, perché i media si sono concentrati sulla scelta di consentire ai bambini l’accesso ai padiglioni dove erano esposti fucili e pistole.
Oggi però, torna di attualità. E non solo per l’imminente discussione del disegno di legge della Lega sulla legittima difesa, il cui senso è già stato anticipato dal ministro dell’Interno («il cittadino che si difende non deve essere processato»). In agenda ci sono altre due scadenze fondamentali per la lobby delle armi.
La legittima difesa
Con il documento (punto 8) Salvini si è vincolato «a tutelare prioritariamente il diritto dei cittadini vittime di reati a non essere perseguiti e danneggiati (anche economicamente ) dallo Stato e dai loro stessi aggressori».
È l’interesse di chi vuole difendersi in casa propria o nel proprio negozio, sparando. Il caso Stacchio, per capirci.
Il disegno di legge leghista depositato in Commissione Giustizia al Senato modifica l’articolo 52 del Codice penale, introducendo proprio la «presunzione di legittima difesa» a cui si può appellare «colui che compie un atto per respingere l’ingresso o l’intrusione mediante effrazione o contro la volontà del proprietario (…) con violenza o minaccia di uso di armi di una o più persone, con violazione di domicilio». In soldoni, viene cancellata la necessità di dimostrare la proporzionalità tra difesa e offesa. Si spara, e poi si vede. Casualmente, è ciò che ha chiesto il Comitato.
La direttiva europea
Ma ancor più importante, per la lobby, è il recepimento delle modifiche volute da Bruxelle alla direttiva europea numero 477 (da cui il nome del Comitato). La riforma è nata sull’onda dello sconcerto per la strage di Charlie Hebdo, quando i terroristi entrarono nella redazione del giornale satirico di Parigi, uccidendo 12 persone a colpi di kalashnikov. Le indagini hanno dimostrato che quei fucili provenivano dal giro dei poligoni francesi, dove, come in Italia, i più appassionati chiedono di sparare con costose armi d’assalto.
La riforma della 477 ha, dunque, l’obiettivo di limitarne la circolazione e introduce norme anche per ridurre la disponibilità dei caricatori. Si tratta di un passaggio cruciale.
A seconda di come l’Italia recepirà le novità, infatti, si potrebbero aprire o chiudere importanti occasioni di mercato. E non è un caso che il Comitato e le associazioni, attraverso siti e riviste specializzate, seguano ogni singolo passaggio della riforma, che avrebbe dovuto conoscere, lo scorso 22 giugno, uno snodo fondamentale. Quel giorno scadeva il termine per i pareri delle commissioni parlamentari sullo schema di legge predisposto dal governo Gentiloni, ma, con un blitz, il nuovo parlamento a trazione leghista si è dato altri 40 giorni di tempo, rimandando il termine al 31 luglio e assecondando le istanze del Comitato che insiste per evitare di inserire troppe regole.
«Continuiamo a sostenere l’azione del Comitato, che per la prima volta ha dimostrato come la comunità dei possessori d’armi, se unita, può fare veramente la differenza», è stato il commento di Firearms united a questa prima battaglia vinta.
La guerra però è ancora lunga. Ma la lobby, a questo punto, si sente garantita da Salvini. Scrive Armi e Tiro, rivista di settore vicina alle posizioni del Comitato: «L’Unione europea ha adottato misure manifestamente sproporzionate. I parlamentari della Lega-Salvini premier, hanno manifestato una grande attenzione ai diritti dei cittadini appassionati di armi».
Del resto, nell’impegno firmato da Salvini si fa esplicito riferimento (punto 4) al modo in cui il Governo avrebbe dovuto recepire la «direttiva armi».
Sì dirà che niente c’entra con questo, che trattasi di una generica promessa fatta in campagna elettorale senza obblighi contrattuali. E però, a domanda, il presidente del Comitato spiega: «Dopo la vittoria elettorale Salvini è stato troppo impegnato, ma abbiamo continui contatti con esponenti della Lega di cui non voglio fare i nomi».
I poligoni privati
C’è poi una terza scadenza che preoccupa la lobby. Riguarda l’emanazione da parte del Viminale del regolamento per i poligoni privati. In Italia ci sono due tipi di strutture in cui si può sparare: quelle «pubbliche» del Tiro a segno nazionale (Tsn), in cui vigono norme di sicurezza molto severe e rigorosi controlli; quelle “private” per le quali si parla da anni di far west normativo. I controlli sono scarsi, in alcuni poligoni viene data la pistola in mano anche a chi non ha la licenza e basta farsi un giro su google per trovare fotografie di campi tiro abborracciati, copertoni di automobili usati come protezione e linee di tiro occupate da cecchini improvvisati che impugano M16, AR15 e altri fucili di uso militare. È dal 2010 che il ministero deve scrivere un regolamento ad hoc ma, a causa delle pressioni della lobby, non lo ha mai fatto.
Nel marzo del 2017 gli uffici del ministero, allora retto da Marco Minniti, hanno finalmente prodotto una bozza di decreto che però ha mandato su tutte le furie il Comitato D-477 e le altre associazioni che sono riuscite, con la nuova legislatura, a bloccarla.
A mandare all’aria lo schema di regolamento del 2017, una interrogazione parlamentare presentata dalla senatrice leghista Anna Bonfrisco, che ha chiesto al ministro dell’Interno (allora uscente) «di porre la massima attenzione ai possibili effetti sull’occupazione, diretta ed indiretta, che deriverebbero dall’introduzione di nuove regole in un settore che, in tanti anni di attività ha sempre funzionato senza creare particolari problemi per la sicurezza e per l’incolumità dei cittadini». Con la bozza ferma in Parlamento, il settore continuerà a macinare milioni di euro. Grazie a una legge del 1931.

* Fonte: MARCO MENSURATI e FABIO TONACCI, LA REPUBBLICA

photo: By Digitallymade [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], from Wikimedia Commons

 

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