MIGRANTI. L’IPOCRISIA DI QUEI LAGER MASCHERATI

Rinchiudere i migranti in campi da allestire sul territorio africano prima che affrontino la traversata verso l’Europa. Questo vuole l’Ue

David Hesse • 9/7/2018 • Diritti umani & Discriminazioni, Europa, Immigrati & Rifugiati • 443 Viste

Questa sarebbe la soluzione. Rinchiudere i migranti in campi da allestire sul territorio africano prima che affrontino la traversata verso l’Europa. Questo vuole l’Ue. Quanto ai profughi che riusciranno ad approdare sulle sue coste, altri campi di detenzione li attendono. Non si sa ancora bene dove, ma saranno strutture chiuse e sorvegliate, data la necessità di registrare i migranti e di rimpatriare i non aventi diritto all’asilo.

Il governo tedesco sta progettando di ampliare la “terra di nessuno” al confine con l’Austria, affinché i profughi possano essere bloccati prima di aver messo piede in territorio tedesco, acquistando il diritto alla procedura d’asilo. Dal canto suo, la cancelliera Merkel ha detto che nessuno potrà essere detenuto per più di 48 ore, neppure in territorio neutro. Ancora non si sa se l’Austria collaborerà, quindi il piano è una fantasia concentrazionaria.

Naturalmente i campi chiusi non dovranno chiamarsi “lager”, per non evocare associazioni agghiaccianti: dai campi di concentramento nazisti ai gulag sovietici, dai campi-profughi palestinesi alle gabbie dei prigionieri a Guantanamo.

Quelli che la Germania vuole allestire per questi “non detenuti” si chiameranno “centri di transito”. Un po’ come l’area di transito di un aeroporto. Idee di chi ha definito “turismo dell’asilo” la fuga da guerra e indigenza. Si è poi parlato di “centri di protezione” o “piattaforme di sbarco”. Parole usate come vernice per nascondere una realtà diversa: l’Europa non si fa più scrupolo di creare campi sorvegliati in cui rinchiudere persone che non hanno commesso alcun crimine.

Questi luoghi diventeranno qualcosa di normale. Sorgeranno in luoghi lontani e orribili, ma se necessario anche sotto casa. Per internare, contare, registrare.

C’è da restare sbalorditi davanti alla leggerezza con cui si porta avanti il progetto. Due anni fa l’opinione pubblica insorgeva contro l’Australia per la brutalità dei suoi campi di detenzione sulle isole di Nauru e Manus. Oggi siamo pronti a pagare i libici perché blocchino i migranti dietro il filo spinato.

I campi d’emergenza si allestiscono dopo una catastrofe per alleviare le sofferenze, ma non hanno carattere permanente. Se in assenza di situazioni catastrofiche i politici si attivano per trattenere gruppi di persone in campi chiusi, gli scopi sono: controllo, ordine, rieducazione, dominio.

Spesso in queste strutture la violenza va di pari passo con forme di gestione asettiche. Oggi le tecnologie applicabili a distanza aiutano il personale a eseguire anche gli ordini più crudeli e trasformano in aguzzini persone comuni. Nel saggio Il secolo dei campi di concentramento, il sociologo Zygmunt Bauman ha definito i lager «un sintomo della modernità».

Bauman è stato giustamente criticato per la sua tesi che vede nei campi nazisti il «distillato» di una più vasta problematica moderna, ignorando la singolarità dell’Olocausto. Di fatto, quei lager erano finalizzati allo sterminio. Non si trattava di inquadrare, rieducare o intimidire i detenuti. In nome del culto della purezza si annientavano persone indesiderate.

L’Europa si considera a distanza di sicurezza da quella follia. I centri di raccolta dei migranti non sono certo finalizzati allo sterminio, ma a controllare i nuovi ingressi e a scoraggiarli. Non c’è comunque di che stare tranquilli. Anche nelle società democratiche esiste sempre il rischio del ritorno del pensiero totalitario. La normalizzazione dei campi di detenzione in Europa — come quelli in cui il governo Usa ha rinchiuso i bimbi degli immigrati — dimostra che contro la deriva non si lotta mai abbastanza.

© Tages- Anzeiger/ Lena, Leading European Newspaper Alliance Lo storico David Hesse è redattore ed editorialista di “ Tages- Anzeiger” Traduzione di Elisabetta Horvat

 

Fonte: David Hesse, LA REPUBBLICA

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