Muri ed egoismi nazionali. Il 1915 e una profezia per l’oggi

Muri che si innalzano e il fiorire di egoismi nella profezia di Friedrich Naumann

Claudio Magris • 2/7/2018 • Europa • 584 Viste

Anche l’editoria, come l’edilizia, ha le sue strutture profonde e le sue facciate attraenti, i muri maestri e i balconi. I muri maestri non si vedono, ma reggono il tutto e permettono pure i fiori sui balconi. Vi è certo qualche editore, grande o piccolo, che lavora come un palazzinaro i cui redditizi edifici si sbriciolano presto e vi sono editori, grandi o piccoli, che pubblicano testi fondamentali o minori ma comunque necessari alla cultura di un Paese, come il calcio alle ossa di un individuo. Talora ciò avviene non senza difficoltà da parte dell’editore. Ad esempio le Edizioni Lavoro hanno pubblicato una splendida versione di un capolavoro come Il quarto secolo di Édouard Glissant, che non trova facilmente posto tra le pile dei volumi del giorno nelle librerie. Un altro esempio fra i molti è la casa editrice Marietti, che anni fa ha mediato alla cultura italiana opere fondanti della letteratura jiddish, della mistica ebraica e araba e della narrativa mitteleuropea, che ha contribuito a scoprire e a far conoscere in Italia.

È proprio la Mitteleuropa che ora si può conoscere ancor più a fondo, oltre il fascino della sua grande letteratura, del suo mosaico plurinazionale e ribollente di odi nazionali. A farla conoscere al di là di ogni mito è un libro muro maestro dell’editoria sostanziale e meno appariscente, l’editore Aragno, cui si devono pubblicazioni fondanti, ad esempio la raccolta di saggi Attraverso il nichilismo di Tito Perlini, altra pietra angolare per capire le trasformazioni del mondo che stiamo vivendo, di cui tutti parlano ma andando raramente a fondo.

Il titolo è laconico: Mitteleuropa, di Friedrich Naumann. Quando uscì, nel 1915, ebbe un grande successo. Per tanti anni l’abbiamo dimenticato o accantonato in qualche fuggevole menzione parlando di Francesco Giuseppe o di Joseph Roth. Un libro di cento anni fa che oggi ritrova — forse purtroppo — una straordinaria attualità per quel che riguarda ciò che sta accadendo oggi nell’Europa centrale e di conseguenza nell’Europa tout court. L’editore ripubblica la versione italiana del 1918 di Gino Luzzatto, il grande storico dell’economia, con una sintetica e felice premessa di Giuseppe Di Leo, che aiuta a cogliere subito la portata del libro.

Friedrich Naumann era un grande studioso di politica e di economia, deputato al Reichstag per dieci anni e, dopo la sconfitta della Germania nella Prima guerra mondiale, partecipe dei lavori dell’Assemblea di Weimar e della stesura della Costituzione repubblicana tedesca.

Il suo pensiero decisamente tedesco-nazionale, nutrito di profondi interessi sociali, si era arricchito nel tempo di elementi liberali assorbendo pure l’influenza di Max Weber, una delle più grandi menti del Novecento, le cui intuizioni — ad esempio sul disincanto — sono ancora oggi un pilastro della comprensione del nostro mondo. Al centro dell’interesse e della passione di Naumann sono certamente la Germania, il suo ruolo egemone nell’Europa centrale e continentale, i suoi rapporti con l’Austria asburgica, particolarmente complessi per quel che riguarda l’Ungheria e i vari popoli compresi nella Duplice Monarchia.

Consapevole dell’impossibilità di un’unione politica tra Germania e Austria–Ungheria, da lui auspicata, Naumann vedeva nella Germania l’elemento predominante in Europa e ha analizzato superbamente i suoi rapporti con gli altri Stati d’importanza mondiale, dall’Impero britannico a quello zarista, dall’indebolita ma sempre fondante potenza della Francia a quella nascente degli Stati Uniti. Fautore di un’Europa gravitante intorno alla Germania ma nel pieno rispetto dei singoli Stati e dei diritti delle varie minoranze nazionali, Naumann era profondamente tedesco, sentiva le esigenze di spazio della Germania e cercava di conciliarle con una politica pacifica, consapevole com’era della complessità geopolitica dell’Europa e dei suoi rapporti col resto del mondo.

Nei più di cent’anni intercorsi fra il libro di Naumann e la realtà di oggi sono avvenuti rivolgimenti epocali che hanno sparigliato le carte della Storia universale come un uragano: nascita e morte di fascismo, nazismo, comunismo e di tanti altri regimi e sistemi politici; sfacelo dell’Impero zarista e degli imperi centrali e declino strisciante di quello britannico; formazione e dissoluzione dell’universo sovietico, avvento di potenze mondiali come Stati Uniti e più tardi Cina; biblici esodi e spostamenti di popoli e di frontiere, rigidi muri di confine spostati, abbattuti, ricostruiti; trasformazioni radicali di vita sociale, ideologie, costumi, valori morali e della stessa identità umana, fisica e psicologica.

È sconcertante — pure inquietante — che il libro di Naumann riemerga ora non quale maestoso monumento della cultura del passato bensì, cosa che sarebbe stata impensabile per lo stesso autore, quale inquietante ritratto del presente. È il ritratto di un’Europa non quale vorremmo fosse e per la quale continueremo a lottare perché divenga come la vogliamo e come deve essere, bensì è un ritratto dell’Europa di come oggi sostanzialmente è, delle lacerazioni che la disgregano e delle mine politiche disseminate dovunque, a insidiare il processo di una sua democratica unità.

La Mitteleuropa di questo libro non è quello straordinario continente culturale che abbiamo scoperto e amato nei Musil e nei Roth, negli Svevo, nei Kafka e nei Krleza, nei Klimt e negli Schönberg. Non è l’Europa plurinazionale (hinternazionale, scriveva Johannes Urzidil, dietro le nazioni) con la sua grande cultura che coglieva ed esprimeva il disagio della Storia, la fine del mondo di ieri e forse non solo di quello di ieri; una cultura che era stata pure un baluardo umano contro i totalitarismi fascisti e comunisti. Naumann non poteva conoscere quella Mitteleuropa, perché essa ha vissuto la propria straordinaria stagione culturale soprattutto dopo l’uscita del suo libro.

Ma — inquietante paradosso — la Mitteleuropa di oggi è quella che lui descrive e analizza, con muri che vengono rialzati di nuovo, con feroci dissidi o ambigue alleanze che dissolvono l’humanitas sovranazionale e quella apertura temeraria al futuro e alle nuove forme di conoscenza, di arte e di scienza che caratterizzavano i Musil, i Broch, i Wittgenstein, i Loos, i Kiš. Un lievito spirituale che sarebbe una nostra possibile salvezza in una vera Unione Europea.

La probabile estraneità di Naumann alle nuove forme delle arti e della filosofia gli ha paradossalmente permesso di indagare con lucidità impareggiabile le strutture profonde del mondo mitteleuropeo, distruttive e oggi tanto più forti delle aperte e creative visioni del mondo. Ma se vogliamo capire meglio ciò che succede oggi in Ungheria o in Polonia, nella Repubblica Ceca o in Slovacchia, nell’atteggiamento dei Paesi occidentali nei loro confronti e il continuo alternarsi di passi avanti e passi indietro, il riemergere di torvi nazionalismi e di antichi rancori, dobbiamo leggere questo vecchio e purtroppo attuale libro di Naumann. Nel Richiamo della foresta di Jack London, Buck, il cane, torna all’esistenza atavica del branco, ma solo dopo la morte del suo amatissimo padrone-compagno, assassinato nel bosco. Cerchiamo di impedire che l’anchilosata e divisa Unione Europea non muoia e che la nostra Mitteleuropa non sia una foresta selvaggia, pur mimetizzata in una educata ipocrisia.

FONTE: Claudio Magris, CORRIERE DELLA SERA

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