Ritorno a Kobane – parte 2

Kobane, pur fungendo da retrovia agli scontri militari che si consumano in altre zone – come ad Afrin, è impegnata nel programma di ricostruzione non solo infrastrutturale e logistico ma prima di tutto sociale e umano

Patrizia Fiocchetti, Diritti Globali • 9/7/2018 • Contenuti in copertina, Global Rights • 421 Viste

Il sole accompagna accecante le giornate, riversando i raggi da un cielo di un azzurro terso sui campi dalle spighe gialle. Vegetazione, boscaglia di un verde vivo. E’ il Rojava che abbiamo scoperto sin dall’attraversamento in barca del Tigri, il fiume antico che demarca il confine con il Kurdistan iracheno.

Il pulmino si allontana da Kobane oggi. Gli occhi vagano su uno scenario privo di ostacoli, tutto è limpido grazie al clima secco, insomma un’ubriacatura cromatica incoronata dall’emozione che coglie una volta giunti al cospetto dell’immensità dell’Eufrate.

Un regalo quello fattoci da Ozlem Tanrikuli la responsabile dell’Ufficio informazioni del Kurdistan in Italia (Uiki), che nell’agenda fitta di appuntamenti ha inserito la visita ad una roccaforte, una sorta di castello che troneggia su uno dei due fiumi che ha fatto da culla all’umanità.

Massiccia, di un colore tra il giallo e il mattone, cangiante al variare della luce solare questa costruzione difensiva di edificazione romana poi passata in mano araba durante la conquista omaiade, presenta le antiche iscrizioni coraniche ma anche i segni del passaggio in tempi odierni delle milizie del Daesh che vi si erano asserragliate, combattendo dalle feritoie mentre invano ricercavano il passaggio segreto che dalla rocca porta alle sponde del fiume.

Battaglie ascritte alla storia del cantone di Kobane, che pur fungendo da retrovia agli scontri militari che si consumano in altre zone – come ad Afrin, è impegnata nel programma di ricostruzione non solo infrastrutturale e logistico ma prima di tutto sociale e umano.

 

            La donna protagonista della ricostruzione – 15 -18 giugno 2018

 

            Ozlem mi accompagna all’ospedale civile di Kobane al tramonto. Scendo ai piedi della scalinata che conduce all’ingresso dove mi attende il Dott. Abdullah Ahmed, direttore sanitario, ma mi attardo: di nuovo devo fare i conti con i miei ricordi. A fine febbraio 2015, la clinica ospedaliera si trovava dentro una sorta di garage sporco di polvere e detriti, disordinato ancora in piena emergenza e tagliato fuori dagli aiuti internazionali.

In poco più di tre anni il sistema sanitario di Kobane si è rialzato faticosamente cercando di rispondere all’esigenza di cura dei cittadini, quelli rientrati e i nuovi, i civili fuggiti da Afrin.

Raggiungo il Dott. Ahmed che indossa maglietta rossa e pantaloni beige, venuto appositamente ad incontrarmi nonostante sia in vacanza. Sono lì per consegnargli un kit chirurgico e due aspiratori acquistati con il finanziamento della Fondazione “Wanda di Ferdinando”, nell’ambito del progetto Cooperation 4 Kobane promosso dall’Associazione Reciproca e dalla Cooperativa Labirinto di Pesaro, dalla Coop Noncello Cooperativa Sociale di Pordenone, Uiki Onlus, e il Kobane Reconstructio/Board (Comitato per la ricostruzione di Kobane).      Nel suo ufficio il Dott. Ahmed mi prega di attendere qualche minuto finché non fa ingresso una donna in divisa pantaloni e tunica verde scuro. “Le presento la Dott.ssa Merwe Mahmud Alì, è lei che ha richiesto questa fornitura medica per il reparto pediatrico”. Ci scambiamo un rapido saluto, lei non ha occhi se non per la pesante scatola di acciaio che contiene i ferri chirurgici. Ne sfila il coperchio. “Ne abbiamo molto bisogno. Ringrazi le persone che si sono prodigate per far giungere questo aiuto” mi dice seria. Capisco che è di poche parole, ha fretta di tornare in reparto quindi le assicuro di riportare le sue parole.

Le domando se l’ospedale necessita di altro. “Un apparecchio per l’elettrocardiogramma” risponde sicura. I discorsi sono superflui, rimane il saluto finale un abbraccio caloroso ma rapido, poi si allontana a passi veloci verso uno dei reparti stringendo tra le braccia la scatola di acciaio.

Le donne a Kobane sono in ogni dove. Sono loro che pongono le richieste concrete, che ti spiegano quanto fatto ma soprattutto le insufficienze da colmare. Sono pragmatiche alla ricerca continua di soluzioni e soprattutto non hanno tempo da perdere. I complimenti su quanto realizzato gli scivolano addosso. Hanno bisogni reali a cui occorre dare risposte realizzabili. Se non è possibile vanno oltre.

Con parole diverse, in tutti gli incontri ci hanno spiegato come il quotidiano sia permeato del ritmo vitale femminile: “donna libera significa una società libera” le parole sono della co-sindaca di Kobane Roshan Abdi, ed è per questo che in ogni campo della formazione è stato introdotto lo stile delle donne, un modo per fermare l’attacco contro di loro sferrato da ben cinque mila anni.

E se la municipalità accantona il 10 per cento del budget a favore di progetti specifici volti in primo luogo all’emancipazione economica delle donne, l’insegnamento rivolto alle nuove generazioni è quasi completamente nelle loro mani.

“La regione dell’Eufrate ha un totale di 108 mila studenti, di cui 37.000 curdi e 71.000 arabi” ci spiega Intizar Osman co-presidente del comitato scuola e formazione del cantone. E’ accompagnata da due insegnanti, Dozghin Alì e Amira Mehdin entrambe membri del consiglio scolastico di Kobane. “Il numero degli istituti scolastici è di 537 nel cantone di Kobane e 427 in quello di Gire Spi. Nel primo gli insegnanti sono 2.616 e nel secondo 2.073. Tra gli insegnanti curdi si registra il 90% di donne, percentuale che scende tra quelli arabi”.

Andare a scuola è obbligatorio sino alla nona classe. Dopo si può scegliere se proseguire gli studi o meno, ma uno dei compiti delle insegnanti è andare a parlare con le famiglie non disposte per convincerle a cambiare idea. “La percentuale di abbandono è del 5 per cento, divisa ugualmente tra maschi e femmine”.

L’approccio formativo si svolge nel rispetto delle identità. “Fino alla quarta classe, i bambini curdi studiano la lingua madre così come i bambini arabi” prosegue Intizar Osman A Kobane vengono organizzati in classi distinte ma negli stessi edifici visto che il numero dei bambini arabi è di 50. Nei villaggi, il numero è più alto e le classi sono in spazi diversi. Dalla quinta classe, viene inserita la lingua araba per gli scolari curdi e quella curda per gli arabi. Iniziano, inoltre a studiare la lingua inglese”.

Gli insegnanti curdi e arabi hanno riunioni costanti così da omologare il sistema d’insegnamento. “La nostra formazione è obbligatoria e costante, solo l’estate dura tre mesi, così da apprendere strumenti adeguati per affrontare materie di studio innovative come la ginealogia e le scienze sociali inserite al liceo”.

Il problema sono gli edifici distrutti ma anche quelli mai sorti. “Il regime di Assad non ha mai voluto aprire scuole superiori nei villaggi del Rojava, pertanto spetta a noi costruirle. Un po’ come l’università: qui non esisteva e oggi, dopo la guerra vede alcuni dipartimenti attivi, come fisica, matematica, chimica, lingua e arte”.

E i libri. “Tranne i testi matematici e scientifici, gli altri sono stati oggetto di revisione poiché, soprattutto per quelli di storia, la narrazione era tarata sulla eliminazione del vissuto curdo. Di fatto, li abbiamo ripubblicati, rivisitati e corretti. C’è la necessità di formare una mentalità aperta e analitica per costruire una società democratica”.

Formazione e conoscenza restano centrali anche nei progetti di cooperazione diffusa, come quello in realizzazione con i fondi della Provincia autonoma di Trento e promosso da Docenti senza Frontiere, la Fondazione Museo storico trentino e l’Associazione Verso il Kurdistan di Alessandria. Si tratta del Centro residenziale didattico Alan’s Rainbow, in memoria del piccolo bambino curdo il cui corpo senza vita venne ritrovato su una spiaggia turca, affogato mentre con la famiglia tentava la traversata in mare.

Visitiamo con i referenti del progetto il complesso che colpisce per la sua imponenza. La direttrice del centro è Dilar, una giovane donna sempre sorridente, membro della Fondazione donne del Rojava, che ci guida all’interno della struttura insieme a due ragazze che l’affiancano nella fase di allestimento e poi faranno parte dello staff operativo del progetto.

“Le opere stanno andando avanti, ci siamo fermati per il brutto tempo che fino a un paio di settimane fa ha impedito il lavoro all’esterno” – ci spiega mentre visitiamo il piano terreno dell’edificio che avrà la funzione residenziale e ci spostiamo ai piani alti dove si trovano le stanze da letto.

“L’idea è quella di mantenere le porte aperte al territorio. Ovvero, chi vive qui, sia che si tratti di bambini e adolescenti orfani o di famiglie molto povere, sarà inserito nel sistema scolastico pubblico. Mentre noi apriremo le classi materne e nido alle famiglie che vivono nella zona garantendo così, il servizio alla popolazione”.

Tutto è a disposizione della comunità. Qualsiasi progetto, qualsiasi iniziativa non avrebbe senso se non fosse finalizzata ad inserirsi nell’idea di società comunitaria che permea l’esperienza di ricostruzione di Kobane e del Rojava. E’ prassi costante, perseguita incessantemente e che trova riscontro a livello di rappresentanza politica.

Il ruolo trova riscontro nella pratica quotidiana, nella capacità di risoluzione delle problematiche della collettività a sua volta parte pulsante e protagonista: poiché alla fine, ad essa tutto viene riportato, sia i successi che la ricerca di soluzioni.

 

Patrizia Fiocchetti – 9 Luglio 2018

Fine seconda parte

Qui la prima parte del reportage

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