Svolta di Donald Trump sull’Iran?

Il premier italiano Giuseppe Conte potrebbe essere stato il testimone di una nuova svolta clamorosa nella politica estera di Donald Trump

Federico Rampini * • 31/7/2018 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 304 Viste

Il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte potrebbe essere stato il testimone di una nuova svolta clamorosa nella politica estera di Donald Trump.
Il passaggio più sorprendente della conferenza stampa al termine del summit bilaterale a Washington, è quello
Lo stesso presidente americano che ha denunciato l’accordo sul nucleare con Teheran, interrompendo il disgelo che c’era stato ai tempi di Barack Obama, ieri si è detto «pronto a incontrare gli iraniani quando vogliono». Ha aggiunto che «non ci sarebbero pre-condizioni». Un voltafaccia clamoroso, anche se ricorda un copione ormai noto: con la Corea del Nord di Kim Jong-Un lui passò rapidamente dalle minacce di guerra al vertice cordiale di Singapore. È nello stile dell’uomo, che adora il protagonismo, i colpi di scena, e organizza la strategia internazionale della superpotenza globale come una sceneggiatura televisiva. Di certo sarebbe una buona notizia per tante aziende italiane, ed europee, che al momento si trovano in una situazione difficile: le sanzioni “extra-territoriali” applicate da Washington possono colpirle se fanno affari col regime degli ayatollah. Trump però non ha fatto cenno di voler levare quelle sanzioni, per adesso tutto rimane come prima.
Per il resto il vertice Trump-Conte alla Casa Bianca ha rispettato le aspettative. Si è creata una prevedibile intesa, tinta di opportunismo. Trump ha voluto sottolineare un aspetto in comune con il premier italiano che glielo rende affine e simpatico: «Siamo tutti e due degli outsider della politica». Ha sposato in pieno la linea di Matteo Salvini: «So che l’Italia ha una posizione molto dura sulle frontiere. Molti altri paesi europei dovrebbero fare lo stesso». Il filo rosso che unisce i sovranismi è evidente, c’è una convergenza forte sulle politiche migratorie. Tutti i leader neopopulisti sentono un’attrazione verso Vladimir Putin, anche se qui Trump è trattenuto dalle resistenze del Senato repubblicano e del Pentagono: le sanzioni contro Mosca per ora rimangono; ma «non sono un fine in sé». Già al G7 canadese Trump e Conte si trovarono in sintonia sulla prospettiva di una riammissione della Russia in quel club dei grandi. Dal quale fu esclusa per l’annessione della Crimea, però: “vulnus” grave alla legalità internazionale, una violazione senza precedenti dalla fine della seconda guerra mondiale. Conte porta a casa anche un prezioso appoggio al ruolo italiano in Libia, che lui sostiene si tradurrà addirittura in una «cabina di regìa comune» italo-americana per il futuro di quel paese.
Sarebbe imprudente esagerare l’importanza di questo vertice bilaterale. L’imprevedibilità di Trump è l’unica certezza, oltre alla sua fedeltà allo zoccolo duro dei suoi elettori. Il “volemose bene” con l’ospite italiano lascia varie zone d’ombra. Trump sembra convinto che l’Italia aumenterà le sue spese per la Nato fino al 2 per cento del Pil, e comprerà un bel po’ di cacciabombardieri americani F-35: quando sarà deluso potrebbe reagire male. Ha puntato il dito contro i 31 miliardi di dollari di attivo commerciale italiano, dicendosi convinto che il governo Conte «farà qualcosa» per rimediare. Anche qui nulla di certo: l’Italia non è un’economia dirigista di Stato dove il governo ordina alle imprese e ai consumatori di comprare più prodotti americani.
Di voltafaccia in voltafaccia: chissà cosa dirà Trump sull’Iran in futuro, se Israele e l’Arabia saudita lo richiamano a una linea dura. Anche l’offerta sulla Libia va esaminata con beneficio d’inventario: Emmanuel Macron potrebbe convincere Trump a dire cose diverse. Le promesse costano poco o niente.
Resta “l’atmosfera”. Conte può tornarsene a casa sostenendo di avere ricevuto l’endorsement dal presidente degli Stati Uniti. Un tempo quell’appoggio dal protettore americano contava molto, oggi le cose sono cambiate: nell’èra di America First l’inquilino della Casa Bianca non esprime una leadership globale riconosciuta, non ha un progetto di alleanze, non guida una coalizione basata su progetti d’interesse comune. Ha però una chiara predilezione per chi vuole sfasciare l’Unione europea di una volta. In questo senso Trump istintivamente capisce chi sono i suoi nuovi amici.

* Fonte: Federico Rampini, LA REPUBBLICA

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