Torture e milizie tribali in guerra, ecco perché la Libia non è un porto sicuro

La Corte Ue accusa Tripoli di non rispettare i diritti umani. E i racconti di chi ha vissuto nei centri di detenzione lo confermano

Paolo G. Brera * • 23/7/2018 • Diritti umani & Discriminazioni, Europa, Immigrati & Rifugiati • 491 Viste

La Guardia costiera non riesce a controllare le bande di trafficanti E i numeri delle morti in mare sono tornati a salire

Non ti abitui mai, al racconto delle torture che i trafficanti riescono a infliggere ai migranti in Libia. L’ultimo «lo ha fatto l’altro giorno un ragazzo del Mali. L’abbiamo ricoverato con un piede rotto da una spranga», racconta il portavoce dell’Oim in Italia, Flavio Di Giacomo: «Un dito glielo avevano tagliato a colpi di trapano, e un gomito era stato bruciato con un ferro rovente.

Aveva trascorso otto mesi in un centro di detenzione non ufficiale. Ce ne sono decine, in Libia».

Se il paese fosse un “luogo sicuro” come prevedono le leggi internazionali, i migranti salvati su bagnarole in fuga dalla Libia potrebbero essere legittimamente riconsegnati al mittente. Quando ci provò il primo ministro leghista degli Interni, Roberto Maroni, l’esito fu una condanna — inflitta all’Italia all’unanimità — dalla Corte europea dei diritti umani per aver violato l’articolo 3 della Convenzione sui diritti umani sui trattamenti degradanti e la tortura. «Un’incomprensibile picconata del buonismo peloso», brontolò Maroni.

La legge dice che se una persona fugge e intende chiedere asilo politico, ha diritto a essere condotta in un luogo sicuro e ascoltata. Per arginare il passaggio a Est, quello che portava in Europa dalla Turchia, la Ue ha stretto un accordo oneroso con Ankara. Ma Tripoli è altro mondo.

Come può essere considerato “luogo sicuro” quello in cui l’unico paese occidentale ad aver riaperto l’ambasciata è l’Italia? In cui persino la Farnesina, nel sito Viaggiare sicuri, sconsiglia «assolutamente i viaggi in ragione delle precarie condizioni di sicurezza»? E lo ha ricordato ieri in una intervista a Repubblica il commissario Ue alle Migrazioni Dimitris Avramapoulos.

Il paese è diviso e politicamente instabile, con il governo Serraj — riconosciuto dalla comunità internazionale — che controlla solo una parte del paese e anche lì è in forte difficoltà: è costretto a trattare con le milizie, cui delega persino il controllo di infrastrutture fondamentali come la sicurezza dell’aeroporto. E le tribù burrascose sono in perenne stato di guerriglia, senza contare la minaccia e le violenze degli islamisti.

D’altronde, per fermare gli sbarchi già l’ex ministro Minniti aveva scelto la strada dell’accordo con la Libia. Fornì aiuti e formazione, denaro e vedette alla guardia costiera libica: la ricetta ridusse drasticamente gli sbarchi, meno 77%, provocando nausee a sinistra perché chiudeva un occhio e mezzo sulle reali condizioni in cui veniva a trovarsi chi aveva provato a fuggire. Ora che il bastone di comando lo ha preso Salvini, tenendo al largo le Ong e aumentando l’affidamento alla Libia con nuove motovedette (promesse) e ulteriori aiuti, i numeri già esigui sono calati ancora: meno di cinquemila sbarchi da quando è diventato ministro. Ma la linea dura ha effetti collaterali drammatici: con la decina di vedette di cui dispone la guardia costiera libica non riesce a controllare centinaia di chilometri di costa in cui operano i trafficanti, e i numeri delle morti in mare sono tornati a salire. È l’effetto più drammatico, ma non l’unico: «Da quando la guardia costiera libica riporta qui i migranti — racconta il capo missione dell’Unhcr a Tripoli, Roberto Mignone — la situazione già difficile è peggiorata. I centri di detenzione sono sovraffollati».

«Noi siamo presenti al momento dello sbarco — spiega Di Giacomo dell’Oim — ma poi le persone vengono mandate nei centri di detenzione arbitraria in cui vengono tenuti anche i bambini in condizioni di vita inaccettabili».

«Purtroppo in Libia le milizie controllano tutto — dice Francesca Mannocchi, ultima giornalista italiana ad aver visitato i centri di detenzione — hanno ottenuto persino il diritto di intercettare i telefoni e le mail di giornalisti e attivisti. Ho incontrato ottime persone, tra gli operatori dei centri, ma in maggioranza sono sotto ricatto. Se i trafficanti vogliono ragazze minorenni da spedire in Italia come prostitute, le ottengono. Si compra tutto, la corruzione è estremamente diffusa anche nelle istituzioni».

«La Libia non ha firmato la convenzione per i diritti dell’Uomo — ricorda Mignone — e chiunque non sia in regola con i documenti viene detenuto in condizioni molto difficili: viene rilasciato solo se torna volontariamente in patria, o evacuato in paese sicuro se rifugiato». Molti migranti portati in Europa raccontano di essere usciti pagando. E i rapporti di organizzazioni come Amnesty denunciano «centinaia di testimonianze di persone che hanno descritto con dettagli raccapriccianti gli abusi cui sono state sottoposte o hanno assistito».

Salvini, come già Minniti, punta sul Niger per le evacuazioni: «Da dicembre ne abbiamo fatte 1.800 — dice ancora Mignone — la maggior parte delle quali, 1.500, in Niger. I paesi europei avevano promesso di prenderne 4.000: a metà anno ne hanno presi 207. Così si forma un collo di bottiglia: il Niger ha capacità di accogliere 1.500 persone, ed è satura».

I centri di detenzione ufficiali, in Libia, sono 17. Secondo l’Unhcr ospitano 11mila persone. E ci sono 53mila rifugiati, molti dei quali non hanno intenzione di venire in Europa: «Molti vengono da paesi arabi e sono integrati. Quelli dall’Africa subsahariana invece sono a rischio, e cerchiamo di evacuarli». Verso un porto sicuro che non può essere la Libia: non sono le Ong a dirlo; sono i rapporti ufficiali. Quello edito tre mesi fa dell’Onu denunciava la «detenzione arbitraria di intere famiglie su base tribale», e l’assenza «di accesso alla giustizia per le vittime mentre le milizie — pagate anche con soldi italiani — godono di totale impunità».

* Fonte: Paolo G. Brera, LA REPUBBLICA

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