Amnesty: «Vite umane usate per contrattare, Italia e Malta colluse con la Libia»

Non è vero che al calo degli arrivi nel nostro paese corrisponde una diminuzione delle tragedie in mare. Anzi, è vero proprio il contrario

Marina Della Croce * • 9/8/2018 • Europa, Immigrati & Rifugiati, Studi, Rapporti & Statistiche • 170 Viste

Non è vero che tenendo i migranti bloccati in Libia e impedendogli di attraversare il Mediterraneo per raggiungere l’Italia gli si salva la vita. Così come non è vero che al calo degli arrivi nel nostro paese corrisponde una diminuzione delle tragedie in mare. Anzi, è vero proprio il contrario. Tra giugno e luglio del 2018, cioè nei due mesi appena trascorsi, sono stati ben 721 i rifugiati e i migranti che hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale dopo essersi imbarcati in Libia, 1 ogni 16 rispetto all’1 ogni 64 registrato nei primi cinque mesi dell’anno, vale a dire prima che le politiche ulteriormente restrittive del nuovo governo giallo verde entrassero in vigore.
A denunciare quanto davvero accade quotidianamente nel tratto di mare tra Libia e Italia è Amnesty international in un rapporto intitolato «Tra i diavolo e il mare blu profondo. L’Europa viene meno ai rifugiati e ai migranti nel Mediterraneo centrale», 27 pagine in cui l’ong accusa Italia, Malta e la stessa Unione europea di complicità con i libici per le continue violazioni dei diritti umani perpetrate a danno dei migranti nel paese nordafricano. Ma nelle quali si spiega anche come continuare rifornire di mezzi la Guardia costiera libica (il decreto che autorizza la fornitura di altre 12 motovedette a Tripoli è stato approvato solo tre giorni fa dal parlamento) serva solo a far aumentare il numero di reclusi nei centri di detenzione libici, donne e bambini compresi. «Nonostante il calo del numero di persone che tentano di attraversare il Mediterraneo negli ultimi mesi, il numero dei morti è aumentato», spiega Matteo de Bellis. ricercatore su asilo e migrazione per Amnesty. «La responsabilità per il crescente numero di vittime è riconducibile ai governi europei che sono più preoccupati di tenere le persone lontane che a salvare vite umane».

Sono anni che si conoscono le condizioni disumane in cui i migranti vengono tenuti prigionieri nei centri libici, anche quelli gestiti da Tripoli e non solo dai trafficanti. Al punto che dopo il vertice tra Unione europea e unione africana che si è tenuto nel novembre scorso in Costa d’Avorio, si è deciso di avviare un lavoro di svuotamento – seppure lento – dei campi con il contributo dell’Unhcr e dell’Oim e il trasferimento in Niger delle persone che vi sono rinchiuse.

Centri di detenzione, denuncia adesso Amnesty, che si stanno di nuovo riempiendo proprio per le operazioni di contrasto della Guardia costiera libica, tanto che negli ultimi mesi il numero dei detenuti è più che raddoppiato, passando dalle 4.400 persone di marzo (nei centri governativi) alle oltre 10.000 della fine di luglio, tra le quali circa 2.000 sono donne e bambini. «Praticamente tutti sono stati portati nei centri dopo essere stati intercettati in mare e riportati in Libia dalla Guardia costiera libica, che è equipaggiata, addestrata e supportata dai governi europei», accusa il rapporto. U concetto reso ancora più esplicito da de Bellis: «Le politiche europee hanno autorizzato la Guardia costiera libica a intercettare le persone in mare, tolto la priorità ai salvataggi e ostacolato il lavoro vitale delle Ong – spiega il ricercatore -. Il recente aumento delle morti in mare non è solo una tragedia: è una vergogna».

A peggiorare la situazione c’è l’incapacità dimostrata dalla Ue di arrivare a una modifica del regolamento di Dublino che eliminasse il principio del paese di primo sbarco, permettendo una distribuzione dei richiedenti asilo tra gli Stati membri. «In risposta a ciò – prosegue de Bellis – l’Italia ha cominciato a negare l’ingresso nei suoi porti alle navi che trasportavano persone salvate», divieto rivolto no solo alle navi delle ong, ma anche a quelle mercantili e perfino a quelle militari straniere, costringendo così persone spesso già fortemente traumatizzate a prolungare la loro permanenza in mare. «nel suo insensibile rifiuto di permettere ai rifugiati e ai migranti di sbarcare nei suoi porti, l’Italia sta usando vite umane come merce di contrattazione – conclude de Bellis -. Inoltre le autorità italiane e maltesi hanno denigrato, intimidito e criminalizzato le ong che cercando di salvare vite in mare, rifiutando alle loro barche il permesso di sbarcare e le ha anche confiscate».

Il rapporto si chiude chiedendo agli stati e alle istituzioni europee di riprendere le operazioni di salvataggio nel Mediterraneo assicurando «che i soccorsi siano sbarcati tempestivamente in paesi in cui non saranno esposti a gravi abusi e dove possono chiedere asilo».
«Il ministro dell’Interno Salvini non può continuare a far finta di niente, autoincensandosi – ha commentato l’esponente di Possibile -: il suo operato disumano sta facendo aumentare il numero di persone morte in mare. Tutte le storielle che racconta su business dell’immigrazione si stanno rivelando per quello che sono: fandonie e propaganda sulla pelle degli ultimi».

* Fonte: Marina Della Croce, IL MANIFESTO

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