Autostrade e stampa. Come sono «belle» le privatizzazioni

Autostrade e stampa. Il caso Benetton ci rimanda ad una riflessione più generale sull’accumulazione privata nel nostro paese

Vincenzo Comito * • 29/8/2018 • Lavoro, economia & finanza • 787 Viste

Si può discutere anche con durezza nel merito della ipotesi di nazionalizzazione del gruppo Autostrade. Quello che non appare accettabile è la feroce campagna di stampa che si è scatenata in questi giorni.

Parliamo della campagna stampa scatenata contro la sola eventualità di una nazionalizzazione, non certo perché non si possa parlare male del Re, ma per i modi con cui lo si è fatto.Si è detto che la nazionalizzazione comporterebbe inefficienze di gestione, rapporti incestuosi con la politica, costi esorbitanti; si tratterebbe insomma di un fallimento annunciato.
Ma quasi nessuno ricorda invece i bei risultati delle privatizzazioni.

Ci ritroviamo oggi con una Telecom Italia, che dopo essere passata per le mani del fior fiore dell’imprenditoria e del management italiani, da Agnelli, a Colaninno, a Tronchetti Provera, con la partecipazione anche dei Benetton, si ritrova oggi ad essere ridotta a ben poca cosa e comunque collocata nelle grinfie di un fondo avvoltoio Usa; con un’Ilva in attesa di essere risuscitata dopo essere stata ceduta ad una famiglia che la sfruttava ignobilmente, portava i soldi all’estero e avvelenava i cittadini; con le stesse Autostrade, con contorno di Autogrill, che attraverso delle convenzioni con lo Stato spremeva gli automobilisti. Per non ricordare ancora le vicende di Alitalia (che ha visto tra i suoi protagonisti sempre la famiglia) e di Finmeccanica.

Purtroppo quello delle privatizzazioni non è stato il solo misfatto dei governi di centro-sinistra. Per quanto riguarda la scuola e l’università è stato a suo tempo più nefasta la politica della vituperata Gelmini o quella di Luigi Berlinguer?

La famiglia Benetton era partita con l’abbigliamento, secondo una formula imprenditoriale originale e dalle grandi promesse, poi in effetti sostanzialmente copiata da altri (Zara, H&M, i giapponesi) ma con ben altri risultati. L’iniziativa della famiglia si è presto arenata nelle secche dell’incompetenza e da allora diversi tentativi di rianimazione di quello che è stato uno dei più grandi fallimenti della storia industriale del nostro dopoguerra si sono rivelati del tutto inutili. Così la famiglia ha deciso di passare dagli scarsi profitti alle laute rendite. Ha così acquisito con pochi sforzi il pacchetto di controllo di Autostrade e di Autogrill; con il favore poi dei vari governi ha sottoscritto delle convenzioni molto favorevoli ed il gioco a questo punto era fatto. Sono seguiti molti anni di lauti guadagni, espansioni in Italia e all’estero, sino al deprecabile “incidente” di queste settimane che è venuto a turbare una sino a ieri facile digestione,

Il caso Benetton ci rimanda ad una riflessione più generale sull’accumulazione privata nel nostro paese.

Nel dopoguerra forse i blocchi più importanti di accumulazione dei capitali nazionali fanno riferimento al settore edilizia-immobiliare, a quello di sfruttamento della Stato, infine a quello malavitoso. In tutti e tre i casi tutto questo è avvenuto con l’assenso, la complicità, la compartecipazione dei poteri pubblici a tutti i livelli.

Il caso Benetton richiama in specifico il problema delle concessioni, che sembra siano circa 30.000 nel nostro paese. Appare un lavoro immane, che sarebbe però necessario, quello di rivederle tutte, anche se disperiamo della capacità di questo governo e delle strutture pubbliche in generale, nello stato in cui oggi si trovano, di affrontare tale compito. Si i può intanto concordare con alcune dichiarazioni recenti di Di Maio e Toninelli, persino ovvie a questo punto. Il primo ha ricordato gli inciuci passati tra le concessionarie dello Stato e la malapolitica dei vecchi partiti, così come ha sottolineato che la concessione ai Benetton è stato un regalo clamoroso; Toninelli ha parlato della necessità di una revoca o di una rinegoziazione delle convenzioni autostradali in essere.

Peraltro ci sembra di cogliere nelle parole di quest’ultimo delle esitazioni nella volontà di andare avanti con l’idea di una nazionalizzazione. Noi pensiamo a questo proposito che il Governo farà alla fine marcia indietro; gli ostacoli e i nemici del progetto sono molto forti e il coraggio, come è noto, uno non se lo può dare. Pensiamo peraltro che dovrebbe essere approntata, in ogni caso, almeno una linea di attacco minima, che dovrebbe essere fatta di almeno tre pilastri. Il primo, una rinegoziazione molto dura delle convenzioni nel settore, la seconda la messa in opera della già prevista, ma mai entrata in funzione, agenzia per il controllo del rispetto delle stesse convenzioni; la terza, l’ingresso in una posizione di minoranza importante della Cassa Depositi e Prestiti nel capitale della stessa Autostrade e delle società del gruppo Gavio, a ulteriore tutela dell’interesse pubblico.

* Fonte: Vincenzo Comito, IL MANIFESTO

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