Economie on demand

Questo brano proviene dal Focus del primo capitolo del 15° Rapporto sui diritti globali, Ediesse editore

Roberto Ciccarelli, dal 15° Rapporto sui diritti globali • 6/8/2018 • Contenuti in copertina, Rapporto 2017 • 640 Viste

Le forme dell’economia digitale sono tre:

  • on demand economy: la forma generale del lavoro in un’economia digitale che funziona attraverso applicazioni e piattaforme. Essa promuove tanto l’attivazione del soggetto che risponde all’obbligo di essere “creativo”, responsabile e innovativo, quanto una forma di subordinazione che riscopre nuove modalità servili. Questo duplice obiettivo, non privo di contraddizioni, è perseguito attraverso sei piattaforme che coinvolgono il soggetto e il governo della città, dei servizi e dei beni.
  • sharing economy: (in inglese “economia della condivisione”), la piattaforma digitale abilita le relazioni che sono in capo ai pari e crea modelli economici basati sull’accessibilità.
  • gig economy: sfrutta le potenzialità delle tecnologie per favorire una diversa organizzazione del lavoro basata sulla prestazione contingentata, un nuovo cottimo regolato attraverso un algoritmo.

Queste definizioni derivano da un uso particolare dei supporti digitali (l’economia delle applicazioni, app economy) che mettono in rapporto due o più persone, in particolare nei settori della produzione di servizi, dell’e-commerce, dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Le piattaforme digitali non servono solo a spostare le merci da un magazzino a un supermercato e a obbligare gli umani a tempi e modalità di lavoro funzionali alla loro movimentazione efficiente. Servono anche a reclutare, organizzare e giudicare la forza lavoro. A fare interagire due estranei in una discussione. Oppure a informare, creare uno stile di vita, a creare un gusto, a elaborare un sapere. Creano un bisogno e lo soddisfano. La base comune di queste piattaforme è il trasferimento di conoscenza attraverso dati.

L’economia on demand si articola attraverso sei piattaforme:

  • piattaforme pubblicitarie come Google e Facebook che estraggono informazioni dai loro utenti per rivendere i loro profili sotto forma di spazi per la pubblicità;
  • piattaforme cloud come Amazon Web Services che creano hardware e software per i mercati dipendenti dal digitale e li affittano alle imprese di ogni tipo e creano un monopolio sulla conoscenza;
  • piattaforme industriali: General Electric o Siemens che costruiscono l’hardware e il software per abbassare i costi della produzione manifatturiera e trasformare i beni in servizi (l’Industria 4.0);
  • piattaforme dei prodotti: Spotify genera profitti a partire dall’uso di altre piattaforme che trasformano una merce come la musica in un servizio e guadagnano attraverso la percentuale o la quota di sottoscrizione versata per abbonarsi al suddetto servizio;
  • piattaforme agili: Uber, Airbnb, le food tech Deliveroo o Foodora che organizzano la forza lavoro attraverso un algoritmo e mettono in collegamento clienti e attività commerciali traendo profitto attraverso la riduzione dei costi del lavoro (Srnicek, 2016);
  • piattaforme logistiche, o hub, che governano il commercio e lo spostamento delle merci su strada, in aria e in mare (Amazon, Walmart o le grandi multinazionali del mare) (Bologna, 2010; 2016).

L’elenco aumenterà man mano che la produzione, la vita sociale e la politica si organizzeranno attraverso l’economia digitale. Va evidenziato il rapporto tra le piattaforme digitali e la logistica. Non è casuale, ma sostanziale. Il tratto dominante delle piattaforme è la gestione del trasporto delle merci che riduce i tempi della produzione, della distribuzione e della vendita. È l’applicazione del principio dell’economia on demand: la disponibilità personalizzata e immediata della merce selezionata dai clienti/utenti della rete. La piattaforma incorpora diversi momenti di una filiera produttiva (ideazione, produzione, commercializzazione) e si configura come un’economia di impresa e finanziaria.

Il processo coinvolge una molteplicità di fattori materiali e immateriali, economici e finanziari, regimi giuridici, mercati differenti in un cangiante insieme di appalti e subappalti eseguiti da imprese, cooperative o singoli che agiscono in maniera coordinata con l’impresa principale. Le connessioni tra questi fattori avvengono in tempo reale e seguono la logica della fisarmonica che si gonfia e si sgonfia in base alla domanda di una merce. In questa cornice il capitalismo delle piattaforme va inteso sia come un modo di produzione autonomo sia come un sistema interconnesso con quelli esistenti: manifatturiero, quello dei servizi, l’agricoltura, e ancora la finanza.

La contemporaneità e la flessibilità degli usi in ambiti eterogenei non spiega da sola la straordinaria capacità di diffusione delle piattaforme. Oltre il ruolo logistico delle piattaforme è necessario considerare il ruolo di soggettivazione dell’utente-cliente: i suoi gusti, l’immaginario, la sensibilità, le abitudini e i comportamenti. Insieme il ruolo logistico e quello di soggettivazione formano un dispositivo di governo applicabile a ogni sfera della vita. In questo intreccio la piattaforma è un agente di funzionalizzazione, fluidificazione, mediazione e supporto della produzione, ma è anche uno specifico modo di produrre e lavorare, come rapporto sociale tra esseri umani. Questo dispositivo di governo delle merci e della forza lavoro mette al lavoro la dimensione collettiva del sapere e delle relazioni sociali (Vecchi, 2017) e sviluppa applicazioni che regolano lo “stare in società” (Mason Paul, 2016).

 

Outsourcing online

L’outsourcing online, l’infrastruttura del capitalismo digitale, è un postfordismo di “seconda generazione”. Se quello di prima generazione ha reso universale il ricorso a una produzione che funziona attraverso la rete o catena di appalti e subappalti, basato su imprese o alle cooperative (Fadini, Zanini, 2001), il “nuovo” postfordismo è la generalizzazione di questo sistema verso individui che non svolgono una mansione specializzata. Tutti coloro che hanno accesso a una connessione Internet e possiedono capacità di lavoro generiche e non specializzate si collegano a una filiera – o ne creano una – usando le app o le piattaforme che auto-generano contenuti. L’outsourcing online è usato anche per governare le gerarchie tra appaltatori e subappaltatori esistenti. A livello locale esistono i gatekeepers che reclutano questa forza lavoro. Una volta formata, vendono la quantità di click prodotti nelle fabbriche digitali diffuse in altri Paesi. A questo punto si attivano altri gatekeepers che a loro volta agiscono come sub-fornitori di task per i mercati dove operano le grandi piattaforme. Queste catene globali sono tante lunghe quanto flessibili. Possono scomparire in un istante e riformarsi, con altre modalità, altrove.

Le piattaforme digitali creano canali di selezione che permettono ai loro clienti di distribuire il lavoro a individui e di controllare le perfomance, di coordinare le loro attività e di pagarle in maniera puntuale. Non occorre un meta-livello costituito da cooperative o aziende intermedie tra un’offerta e una domanda, come nel sistema degli appalti nell’edilizia o nella logistica. Il singolo può concorrere con un altro lavoratore, basato in un altro Paese, mediante una piattaforma attraverso la quale viene bandito un task – un compito – specifico al quale chiunque può rispondere candidandosi a eseguirlo nelle modalità scelte dal committente.

Ciò non toglie che un meta-livello organizzativo si possa formare autonomamente. I singoli che si associano e creano una piattaforma si inseriscono a loro volta in un sistema di fornitura, un’interazione sufficientemente elastica e flessibile e quindi capace di integrare la sua attività con queste sperimentazioni “dal basso” (Irani, 2015).

L’allargamento della base produttiva del postfordismo permette di distribuire pochi centesimi di reddito a persone che vivono in aree con un basso tasso di occupazione e ad alta concentrazione di precarietà. Questo sistema ha interiorizzato il meccanismo degli appalti e dei subappalti – quella che Max Weber definiva «fornitura sub-accomandataria» – e la innova. La nuova forma di “esternalizzazione” online individualizzata si sviluppa attraverso catene di appalti e subappalti che gestiscono micro-lavori e prestazioni online attraverso stati e continenti diversi.

Questa nuova industria si è formata a partire dal 1999 quando Elance è entrata sul mercato e si è perfezionata nel 2001 quando è stato creato Amazon Mechanical Turk, un marketplace online di micro-lavori. Nel 2013 sono stati contati almeno 145 mercati o piattaforme di questo tipo, oggi il loro numero è senz’altro superiore, visto che si organizzano anche a livello locale.

Uno dei principali soggetti è Freelancer, che gestisce l’offerta e la domanda di prestazioni lavorative dei freelance in tutto il mondo. Upwork, nata dalla fusione di Elance e oDesk, insieme a Freelancer e Zhubajie/Witmart, e le piattaforme di micro-lavori elettronici come Amazon Mechanical Turk e CrowdFlower hanno prodotto profitti per oltre un miliardo di dollari nel 2013. La crescita del settore è imponente: oDesk è cresciuta del 60% dal 2012 al 2013. Questo sistema è particolarmente considerato nelle nazioni in via di sviluppo. Il mercato dei freelance è dieci volte più grande di quello dei micro-lavori, considerate anche le aziende locali o regionali. Ad esempio Taskty in Egitto, rivolto al mondo arabo o i mercati analoghi per la Cina. Tra questi bisogna anche considerare le imprese che si rivolgono a competenze tecniche specifiche come 99designs che si occupa di grafica o iWriter di servizi di scrittura. Non tutti i lavoratori sono attivi su queste piattaforme. In Cina Zhubajie/Witmart riportava 12 milioni di iscritti, ma solo il 10 % di attivi.

Nell’outsourcing online si riversano le caratteristiche dell’offshore outsourcing, già esistente almeno dagli anni Ottanta, in particolare nel settore dei servizi e della manifattura. Oltre al vantaggio competitivo con l’obiettivo della riduzione dei costi del lavoro, l’offshore outsourcing online sfrutta la diffusione delle fibre ottiche e della connettività continua. Questi elementi lo hanno reso attrattivo nelle regioni del Sud-Est Asiatico. Il panico per il millennium bug alla fine degli anni Novanta spinse numerose aziende comprese nella lista delle 500 che rappresentano i due terzi del PIL statunitense (Fortune 500 companies) a delocalizzare i servizi che potevano prosperare anche in ambienti instabili e sconosciuti (Metters, Verma, 2008).

L’ondata spinse molti Paesi, come le Filippine, a creare infrastrutture informatiche e a specializzarsi nei servizi alle imprese esternalizzate USA. Esternalizzazioni offshore di grande scala presero piede anche in India approfittando del passato coloniale, della diffusione della lingua inglese, delle politiche di liberalizzazione del mercato, della forza lavoro specializzata e i cluster di imprese innovative. L’India diventò il “backoffice del mondo”, snodo delle catene di appalto e subappalto per i marketplace di ogni genere con forza lavoro a basso costo, a cominciare dai servizi di Amazon Mechanical Turk.

Un’altra area di outsourcing online è l’Africa subsahariana (Graham, Andersen, Mann, 2015 a). Sebbene soffra di uno storico ritardo, dovuto soprattutto alla mancanza di infrastrutture e di connettività, la recente diffusione della fibra ottica permette all’intera regione di collocarsi in uno spazio di mercato. Nei primi 14 anni del nuovo millennio nella “Digital Savannah” sono stati creati centomila posti di lavoro diretti e 1,1 milioni indiretti (Graham, Mann, 2013).

L’espansione del gig work sulle piattaforme digitali rappresenta un’opportunità per le piccole imprese che possono impiegare lavoratori a basso e bassissimo salario. Questa diffusione avviene in un contesto dove solo la metà della forza lavoro a livello mondiale è occupata in termini formali, una media che crolla al 20% nel Sud-Est asiatico e nell’Africa subsahariana. Le economie in via di sviluppo, e anche quelle emergenti, totalizzano una maggioranza di 26 milioni di persone che rientrano nella “popolazione attiva” sul mercato nel 2015 senza tuttavia godere delle tutele sul lavoro in termini di compensi, garanzie contro il licenziamento, regolamentazione del lavoro temporaneo (ILO, 2016).

Ovunque l’alto tasso di disoccupazione e di precarizzazione coincide con il lavoro povero. A questa forza lavoro il lavoro digitale su piattaforma è presentato sempre come una salvezza. Nelle Filippine, in Bangladesh, India, Vietnam, Malesia, Nigeria o Kenia il lavoro intermediato dalle piattaforme è considerato come l’unico futuro possibile per lavoratori che stentano a essere riconosciuti come tali. Le occupazioni ridotte a micro-prestazioni iper-contingenti distribuite dai siti o dalle app sono accompagnate regolarmente dalle retoriche sulla liberazione degli obblighi del lavoro, sull’imprenditorialità e la liberazione dai “capi”. In questi Paesi il lavoro digitale aumenta l’elusione delle leggi sul salario minimo – lì dove esistono – nel creare il nuovo regime del cottimo digitale e consolidare la mancanza di sicurezza del lavoro.

 

LA STORIA: LA FREELANCE HIRTIE E TRUMP

Hrithie Menon ha 15 anni e lavora come freelance a Singapore e deve il suo incontro con Donald Trump al mercato online per servizi digitali: Fiverr. Durante la campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti, Hrithie Menon è stata reclutata su questa piattaforma dallo staff del candidato repubblicano per realizzare una presentazione online del programma destinato agli studenti. «È stato uno dei progetti più facili che ho realizzato – ha detto Hrithie – è uno dei tanti, ci ho messo due ore». Per ogni task – o commessa – realizzata via Fiverr, Hrithie incassa più o meno 100 dollari e, fino a oggi, ha guadagnato circa duemila dollari. Soldi che intende usare per un apparecchio dentale. Quando ha risposto all’annuncio Hrithie non conosceva Trump. «Ho pensato che non fosse chissà quale affare», racconta. Quando ha appreso dalla televisione che quel tizio con i capelli arancioni è diventato il 45° presidente degli Stati Uniti, Hrithie ha capito di avere preso parte a un evento storico a cui, nel suo piccolo, ha contribuito. Le sue slide sono state condivise dai coetanei americani e nei campus. Il suo portfolio di freelance ora è più ricco. Arriveranno altre commesse (Ciccarelli, 2016 b).

 

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Scarica l’indice del rapporto

Riportare i diritti nel lavoro. Leggi qui la prefazione di Susanna Camusso al 15° Rapporto

Il vecchio che avanza. Leggi e scarica qui l’introduzione di Sergio Segio al 15° Rapporto

La presentazione alla CGIL di Roma

Qui la registrazione integrale della presentazione alla CGIL di Roma del 27 novembre 2017

Qui le interviste a Sergio Segio, Patrizio Gonnella, Marco De Ponte, Francesco Martone

Qui notizie e lanci dell’ANSA sulla presentazione del 15° Rapporto

Qui il post di Comune-Info

Qui si può ascoltare il servizio di Radio Articolo1 curato da Simona Ciaramitaro

Qui un articolo sul Rapporto, a pag. 4 di ARCI-Report n. 37

Qui un articolo sul Rapporto, da pag. 13 di Sinistra Sindacale n. 21

Qui la registrazione di Radio Radicale della presentazione del 15° Rapporto a Torino, il 31 gennaio 2018

Qui un’intervista video a Sergio Segio e Susanna Ronconi sui temi del nuovo Rapporto

Qui l’articolo di Sergio Segio “L’apocalisse e il cambiamento possibile”, da Appunti n. 23, 1/2018

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