LA LOBBY DELLA PAURA ARMATA

Quando lo Stato delega al cittadino l’uso della forza anche estrema, tradisce una debolezza che diffonde ulteriore insicurezza

Glauco Giostra * • 5/8/2018 • Criminalità, controllo & sicurezza • 217 Viste

Di persone «che tengono armi come talismani, traendo dal loro pesare in tasca e dalla loro freddezza al tatto un senso di sicurezza e di forza» — scriveva Sciascia — «ognuno ne conosce». E sempre più ne conoscerà, aggiungiamo oggi, se dovessero andare in porto alcune proposte di legge all’esame del Parlamento, con cui si concede una sorta di licenza di uccidere a chi subisce un’intrusione violenta nella propria abitazione.

È vero: tanto il ministro Salvini quanto, più credibilmente, il ministro Bonafede, hanno escluso che vi sia un collegamento tra le recenti iniziative legislative e una liberalizzazione dell’uso delle armi. Tuttavia, al di là delle intenzioni, l’attuale situazione e l’eventuale, sciagurata approvazione di una legge che riconosca il diritto di difendersi “senza se e senza ma” inducono a un più realistico pessimismo.
Recenti dati forniti dal ministero dell’interno attestano che a fronte di un calo delle richieste di porto d’armi per difesa personale, molto difficile da ottenere, si registra un incremento che si avvicina al 50 per cento delle richieste per uso venatorio o sportivo. Una propensione palesemente strumentale al desiderio di avere un’arma per altri fini, che tutti gli osservatori collegano ad un diffuso senso di insicurezza. Eppure — ammesso che abbia ancora senso ostinarsi a ragionare sulla base dei fatti, tra tanti slogan e tweet — dalla medesima fonte del Viminale emerge un calo statistico anche sensibile di rapine e omicidi. Si tratta dunque di un’insicurezza “percepita”. Forse non si va molto lontano dal vero ad individuarne le cause in una “politica della paura” (allarmare per poi rassicurare), coadiuvata dall’ossessiva insistenza da parte di certa informazione sui fatti di cronaca nera.
In una indagine compiuta sulle principali emittenti televisive europee per calcolare la percentuale di notizie riguardanti la criminalità rispetto al complesso delle notizie ansiogene ( Rapporto dell’Osservatorio Europeo sulla sicurezza, 2015), l’Italia registrava una percentuale di 58,8 per cento, la Germania del 16,7 per cento, mentre il dato risultava praticamente invertito, pour cause, con riguardo alle notizie concernenti l’economia.
Qualora su questa non rassicurante situazione si dovesse malauguratamente innestare una riforma che vuole rendere il cittadino sceriffo nella propria giurisdizione domestica, la china per la nostra società si farebbe pericolosamente ripida. Quando lo Stato delega al cittadino l’uso della forza anche estrema, tradisce una debolezza che diffonde ulteriore insicurezza: il cittadino chiamato a svolgere in sua vece un ruolo di contrasto alla criminalità sente di vivere in una situazione di pericolo, che gli organi istituzionalmente preposti non riescono a fronteggiare. Comprensibilmente, chiederà o cercherà di esercitare il suo diritto di difendersi senza alcun limite, con mezzi adeguati e risolutivi. Armare i cittadini non aumenta né la sicurezza dei singoli, né quella sociale.
Non dei singoli. Il possesso di un’arma può dare solo una precaria sensazione di sicurezza, poiché espone il detentore a più gravi rischi. Il delinquente che presume armato l’aggredito sarà indotto ad un uso preventivo dei propri mezzi di offesa e ad una risposta drammatica ad ogni sospetto di reazione da parte della stessa vittima.
Nei casi, poi, in cui questa dovesse usare l’arma per fronteggiare un’aggressione, la possibilità di avere la meglio su criminali professionisti sarà bassissima, per la diversa dimestichezza con l’uso delle armi e per la differente preparazione a fronteggiare situazioni di quel tipo. Infine, una volta dotata la persona di un’arma, non è remoto il rischio che ne faccia uso per far valere proprie asserite ragioni, diventando a sua volta un pericolo pubblico.
Non della società. Negli Usa, dove vi è la massima liberalizzazione nel possesso delle armi, si registrano 4,1 omicidi ogni 100mila abitanti, in Italia (ancora) meno di uno. Sappiamo bene che oggi basta qualche rozzo slogan per zittire questi numeri, pur eloquenti. Vogliamo ricordarli soltanto affinché un domani gli artefici dell’imbarbarimento non pensino di cavarsela col dire: «Non potevamo immaginare».

* Fonte: Glauco Giostra, LA REPUBBLICA

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