Migranti, porte aperte in Serbia, i nazionalisti non fomentano xenofobia

Viaggio nel paese che non ha paura dei migranti: «Anche noi siamo fuggiti dalla guerra». E i nazionalisti al potere non li cacciano: sanno che Belgrado è solo un punto di transito

Farian Sabahi * • 5/8/2018 • Europa, Immigrati & Rifugiati • 390 Viste

DONJA MILANOVAC (SERBIA). «In Italia noi serbi non godiamo di una buona reputazione, ma di certo dimostriamo maggiore solidarietà nei confronti dei migranti rispetto a tanti europei». Esordisce così l’illustratore Aleksandar Zograf, noto per il suo diario in forma di fumetto scritto durante la guerra: la città di Pancevo, dove risiede, fu una di quelle più colpite dai bombardamenti Nato di fine anni Novanta.
CLASSE 1963, ALEKSANDAR ha trascorso la giornata di venerdì con una trentina di ascoltatori di Radio Popolare in crociera sul Danubio sul battello storico Kovin in un tour culturale guidato dal milanese Eugenio Berra, da sei anni nei Balcani.

Con Aleksandar abbiamo chiacchierato, del suo lavoro e della questione dei migranti, «una delle più importanti del ventunesimo secolo perché daranno un contributo al miglioramento dell’Europa, non abbiate timori». Dei migranti, i serbi non sembrano avere paura: «A causa della guerra siamo stati costretti anche noi a lasciare le nostre case, sappiamo cosa vuole dire».

Se la Serbia è un caso anomalo in materia di migranti, è anche per altri motivi: dopo la seconda guerra mondiale la Iugoslavia era un paese povero, non era meta di migrazioni. Per i serbi è un’esperienza nuova vedere arrivare persone che comunque non si fermeranno perché non ha molto da offrire dal punto di vista economico, tant’è che i serbi sono i primi a cercare lavoro all’estero.

E infatti in questo inizio agosto tanti gastarbeiter sono di ritorno in Serbia. Lavorano in Norvegia, Svizzera, Germania. Corrono veloci, sull’autostrada che costeggia il Danubio, con le loro Mercedes e Audi di grossa cilindrata. Sono queste le auto parcheggiate fuori dalle case in tante diverse località: abitate solo un paio di settimane l’anno, sono la prova del successo ottenuto all’estero.

CON NOI, IN QUESTO VIAGGIO sul Danubio serbo, c’è anche Massimo Moratti, originario di Monfalcone e residente a Belgrado, dove lavora come consulente indipendente sui diritti umani e scrive regolarmente per l’Osservatorio dei Balcani.

«I migranti arrivano ancora, ma i numeri sono molto bassi rispetto al 2015, quando i flussi erano nell’ordine di 5mila persone al giorno. Oggi arrivano venti-trenta persone, raramente un centinaio. Le rotte sono le stesse di prima: giungono dalla Macedonia oppure dalla Turchia passando attraverso la Bulgaria. I siriani non sono così numerosi, si tratta per lo più di iracheni, pachistani e afghani. Questi ultimi scappano alla recrudescenza talebana».

Ad arrivare sono anche tanti iraniani: abbiamo incontrato numerose famiglie che parlavano persiano sia a Novi Sad sia a Belgrado. Li riconosci perché le donne più anziane portano il velo nero come conviene al ceto sociale medio-basso. Il portiere dell’albergo della capitale ci ha spiegato che l’hotel ha un accordo con un’agenzia viaggi di Teheran, ci sono i voli diretti con Belgrado e recentemente i flussi sono aumentati perché da due mesi i cittadini della Repubblica islamica non hanno più bisogno di visto.

IN SERBIA IL COSTO della vita è basso (gli stipendi si aggirano sui 150 euro mensili) e quindi è una meta turistica accessibile per gli iraniani, colpiti dalla crisi economica e dalla svalutazione del rial. Spesso a Belgrado gli aerei arrivano pieni e ripartono vuoti: sono in molti i giovani iraniani che, non riuscendo a ottenere un visto per l’Europa, giungono in Serbia e da qui cercano di entrare in Europa.

«Chi arriva in Serbia ha 72 ore per dare avvio alla procedura per attivare la fase preliminare di richiesta di asilo, a cui però le autorità serbe difficilmente danno seguito: la commissione preposta non ritiene siano veramente interessati a chiedere asilo giacché non si rivolgono alle ong per richiedere la rappresentanza legale». Dopo tre giorni queste persone entrano nel limbo legale e, in un modo o nell’altro, tentano di uscire dalla Serbia.

Le autorità serbe non fanno storie ai migranti e non ci sono violenze sistematiche, complice il fatto che «due anni fa, in campagna elettorale, l’attuale presidente Vucic aveva partecipato a una conferenza di una ong sui diritti dei migranti: i nazionalisti serbi non hanno cavalcato la tigre xenofoba, com’è accaduto in Ungheria, sanno di non perdere voti».

Certo è che entrare in Croazia è diventato assai complicato e può costare la vita perché, spiega Moratti, «recentemente la polizia croata ha sparato sui migranti e sulla pagina Facebook dell’organizzazione No Name Kitchen circolano immagini raccapriccianti di persone con la schiena sanguinante per le frustate. Per questo motivo, la nuova rotta passa attraverso la Bosnia: nonostante i fiumi, la frontiera è porosa».

I MIGRANTI che si registrano in Serbia sono destinati a 16 campi, caserme dismesse e rimesse in ordine da organizzazioni internazionali e ong. Qui vivono 3.200 migranti (nel 2017 erano 6mila, nel 2016 10mila), per lo più maschi adulti. Flussi irrisori rispetto a quelli biblici dell’autunno di tre anni fa.

Le autorità serbe pagano i conti con i fondi europei: «Dal 2015 Belgrado ha ricevuto da Bruxelles 100 milioni di euro spesi nelle attività che ruotano attorno ai migranti». Come ad altre latitudini, anche qui l’odore dei soldi contribuisce a spiegare la tolleranza verso i migranti dei nazionalisti al potere.

* Fonte: Farian Sabahi, IL MANIFESTO

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