Profitti record in Italia per i big dell’hi-tech, ma solo 14 milioni di tasse

Per i big di hi-tech e sharing economy tanti ricavi e il nostro Paese resta ancora un paradiso fiscale

ETTORE LIVINI * • 5/8/2018 • Lavoro, economia & finanza, Studi, Rapporti & Statistiche • 839 Viste

Il club dei trilionari (o aspiranti tali) si regala un altro anno da sogno in Italia e dribbla per l’ennesima volta l’Agenzia delle entrate. Il giro d’affari dei big dell’hi-tech e della sharing-economy nel nostro paese continua a correre, gli utili volano. Al palo restano solo le tasse. Apple, Google, Facebook, Amazon, Airbnb, Uber e Tripadvisor, hanno versato in tutto al fisco tricolore nel 2017 poco più di 14 milioni. Due in più dell’anno scorso, a voler vedere — contro ogni ragionevolezza — il bicchiere mezzo pieno. A essere realisti, uno in meno delle imposte pagate da Datalogic, efficiente azienda hi-tech tricolore che fattura però “solo” 600 milioni di euro, briciole rispetto ai giganti Usa.

Le inchieste per evasione della Procura, i 700 milioni di tasse arretrate sborsati dopo i patteggiamenti con i pm e l’ombra della web-tax non hanno cambiato di una virgola la situazione. Google, Facebook & Co. registrano nel nostro paese solo una frazione delle entrate reali, quella relativa ai “servizi” offerti alle case madri domiciliate in paradisi fiscali come Lussemburgo, Irlanda o Delaware (Usa). Il grosso degli affari — dai soldi incassati per la vendita di spazi pubblicitari ai profitti realizzati su smartphone e corse in taxi — è contabilizzato offshore nei conti delle controllanti per pagare meno tasse.
Il social di Mark Zuckerberg, unico tra i big, ha promesso che dal 2018 cambierà registro e inizierà a inserire nel bilancio della filiale italiana tutti i soldi che guadagna nella penisola vendendo spot.
Per il momento, però, paga meno tasse dello studio di un professionista italiano: 120.080 euro — per la precisione — nel 2017, la metà tra l’altro del 2016. Più o meno quanto paga Airbnb, altra professionista dell’acrobazia contabile. Le case offerte in affitto dalla piattaforma a stelle e strisce stanno cambiando la mappa di tutte le principali città turistiche del mondo, facendo schizzare in alto gli affitti e desertificando i centri urbani.
Una rivoluzione di cui però non c’è traccia nei bilanci delle filiali. Quella italiana (solo a Roma Airbnb ha in catalogo 2 mila appartamenti) ha pagato lo scorso anno 131 mila euro al fisco. Poco? Può darsi. Comunque dieci volte in più dei 12.343 euro di Tripadvisor che ha una bolletta fiscale inferiore a molti impiegati di casa nostra. I pm, ovviamente, hanno messo da tempo nel mirino queste fantasiose interpretazioni tributarie.
Google ha versato 306 milioni per sanare la posizione di Youtube tra il 2009 e il 2013, Apple 318 milioni per chiudere le inchieste sui redditi tra il 2008 e il 2013, Amazon 106. E nei mesi scorsi la Guardia di Finanza ha notificato a Facebook un verbale per 300 milioni di entrate non dichiarate. Il bottino raccolto ex-post dai tribunali sono però probabilmente spiccioli rispetto ai soldi che avrebbero dovuto pagare davvero.
Il mercato pubblicitario su internet, ad esempio, valeva secondo il Politecnico di Milano nel 2017 circa 2,65 miliardi. E il 70% di questa cifra — 1,85 miliardi — sono somme che entrano direttamente nelle casse di Google e Facebook grazie alla vendita di spot “calibrati” attraverso i dati con cui profilano gli utenti. Peccato però che nei conti delle controllate italiane dei due colossi di questi quattrini non ci sia traccia: Google — che stando alle voci di settore fattura nel Belpaese spot per oltre 1,2 miliardi — dichiara 95 milioni di fatturato e sborsa 5,6 milioni di tasse. Il social di Zuckerberg denuncia 10 milioni, una miseria.
Mediaset, per dire, ha pagato nel 2017 a livello consolidato 82 milioni di imposte, 15 volte in più del motore di ricerca di Mountain View e 700 volte più di Facebook Italy.
Una sproporzione difficile da giustificare guardando i dati di mercato: gli spot su internet — dove i due colossi americani fanno la parte del leone — valgono secondo Nielsen il 34 per cento della torta pubblicitaria tricolore contro il 48 per cento della televisione e il 13 per cento della stampa. Dieci anni fa il web valeva soltanto il 10 per cento, la carta il 31 e la televisione il 54. In due lustri nel mondo dell’editoria e dell’advertising è cambiato tutto. Le tasse che versano i big Usa, invece, sono sempre le stesse.

* Fonte: ETTORE LIVINI, LA REPUBBLICA

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